da Diario inverso
Fermarci, cercare la giusta distanza
tra noi e le cose da fare
e quelle che ci fanno e ci disfano
quelle che confondono le nostre fisionomie
di cartone rosicchiato dai topi,
ma ora c’è l’incipiente autunno
a scucire il cielo e le sue fibre mistiche
per rammendare il nostro tempo di passaggio
da una sponda all’altra dell’esistenza.
Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.
Trasalgo a Dio bestemmiato su una panchina
con la vernice bianca e sento il raccapriccio del legno
vedo l’immobilità attonita delle altalene
metronomi dell’infanzia
che è lode al cielo e alla terra
è carezza al tempo perché se ne stia buono
a godersi una zuffa di passeri e piccioni
e lasci ai pony, giro dopo giro, la misura del sacro.
Se la luce rimpiange l’ombra
eccitata da tanto vedere
è perché l’ombra smaltiva l’eccesso
ingentiliva il cinismo
traghettava in quel mare
la sua nebbia di casta consolazione.
In lui cercavo una me più esatta
senza stanchezze, una me primaverile
nitida contro il suo sguardo aggiogato dal dubbio.
E in me cercavo lui,
ammansivo le incertezze,
stemperavo il dubbio con l’ardore,
rammendavo la distanza,
lo vedevo più vero,
lo vedevo come Dio l’ha fatto.
Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile – un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare…
E’ un presente puro
mondato dell’attesa
– un mare senza risacca
un sorriso nello specchio
un vecchio amico…
Un presente pacato
privo dell’ansia dell’attimo fuggente
un presente sativo…
a Damiano
Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
– dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
Compiuto è l’anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell’onda che torna in alto mare.
(Lucianna Argentino, Diario inverso, Lecce, Manni, 2006).

A volte la lingua della poesia diventa un’arma formidabile perché ogni cosa trovi un suo senso, anche fuori dal senso delle cose; e persino il dolore si anima di una luce che va oltre la luce, il “dolore contento” che è alla radice del nascere e del morire, di un presente, salvato da ogni ingiuria, in cui tutto sembra trovare rifugio un una corazza, labile e impenetrabile, di Bellezza.
Un bacio.
francesco
Sempre all’altezza Lucianna.