
I bambini a spasso col cane, la casa in perfetto silenzio. Marta è seduta alla scrivania: arrivo alle sue spalle e vedo che il foglio è ancora bianco.
Il sole calante, un po’ prima che illanguidisca nel tramonto, è la luce che lei preferisce. L’anima dell’acquarello, dice, sta tutta nel colore: i tratti del disegno seguono fedelmente, come la parola alla cosa. Mi è sempre piaciuto starla a vedere, curva sul foglio immacolato per lunghi minuti, e spiare l’attimo decisivo in cui scaturisce l’immagine. Questa forma d’arte, che è estranea al mio temperamento verboso, sta tutta in uno sguardo fugace ma onnisciente: lo spirito creatore aleggia sulle acque primordiali, e sogna l’arabesco del mondo.
In pochi istanti appare una voragine pallida, specchiata in un denso cobalto.
Pochi tratti verticali di pennello, ed ecco un laghetto alpino, sorpreso nel freddo silenzio di un inverno ideale.
In questo preciso momento mi assale un sentimento acre, struggente, perché sento il nostro tempo scorrere via, come sabbia tra le dita. Lei era la pagina bianca che mi era donata per scrivere ciò che vale ricordare, mentre io ho concesso finora solo insulsi ghirigori, le stanche parole pronunciate in veranda per tirar sera.
Vorrei chiederle perdono in questo’istante, ma non capirebbe.
Mi curvo sul suo collo candido, e lo sfioro con un bacio.
Non ho giustificazioni: solo una collezione di alibi.
Crollati i miti giovanili, mi ero sentito fuori tempo massimo per qualsiasi cosa che fosse veramente grande. Ci si può permettere ogni nefandezza in questo modo, persino la più totale noncuranza dell’anima di chi ti vive accanto, come se fosse solo l’arredamento della tua vita: una spolveratina ogni tanto, e via.
E se invece di ruminare all’infinito il proprio sogno infranto, uno trovasse la sua felicità nel realizzare i sogni altrui?
– Marta, ce l’hai un sogno? –
– Il sogno che ho fatto stanotte? –
– Ma no, il sogno della tua vita… –
Marta si volta, sorpresa. Abbozza un sorriso.
– Voglio dire…ciò che desideri più di tutto… –
– Non lo sai? Una casa vicino al fiume –
– Una casa. Può bastare a dare senso a una vita? –
Mi guarda, da sotto in su, con un’espressione maliziosa negli occhi:
– Lo so, lo so che voi uomini fate fatica a capire una cosa del genere. Per voi il significato è sempre qualcosa con la maiuscola. –
– Che c’è di male? –
– C’è che poi diventa una scusa per non fare niente. Come la rivoluzione di cui abbiamo cianciato per anni. Io voglio ospitare il mondo, ma per farlo ho bisogno di un luogo che dia serenità a me e a chi ci viene –
– Una casa sul fiume… –
– Non ho detto che una casa è tutta la vita. Ma uno deve trovare il suo posto per vivere. Il centro da cui le cose gli appaiono in ordine. –
– Che strano. Avrei detto che rimpiangessi Milano –
– All’inizio si. Poi però ho capito tante cose. La città ci rende duttili, spregiudicati, ma ci toglie consistenza. E’ perché non c’è terra, né silenzio. Da quando sono qui mi sembra di avere nel sangue un passato remoto: il passato di questa terra, lo sento in me come se avessi mille anni –
– Vuoi fare come il Remo, quel vecchio strambo che vive in un barcone sul Ticino? Dice che il mondo se ne va a fare in culo, e lui si è costruito la sua arca. –
Marta annusce: – Quando senti qualcuno parlare di arca, prendilo sul serio. Vuol dire che ha scelto questo istante nella vita, e ha deciso che il mondo nuovo comincia da qui. I matti siamo noi: lui è guarito. –
Il cancello sbatte pesantemente. Dalla finestra aperta si sentono le voci dei bambini. Il rubinetto scrosciante, in giardino, a riempire la ciotola del cane, ansimante e assetato dopo la corsa.
– Come te l’immagini la casa sul fiume? –
Abbandona la scrivania e si lascia cadere sul divano, con un gesto infantile e spensierato che ricorda tanto sua figlia.
– Quand’ero piccola papà ci portava sul naviglio, fuori Milano. Si arrivava fino a Robecco. Si mangiavano i pesciolini e le rane in trattoria. Poi si passeggiava, tutto il pomeriggio. Mi ricordo una casa proprio in riva al canale, col suo bel pontile. Era una casa grande, vecchiotta, la facciata quasi interamente coperta d’edera. Mi pareva un posto fatato. Sarebbe bello, invecchiando, starci io e te in un posto così. I bambini cresciuti, ognuno per la sua strada, e noi a custodire quel po’ di mondo che resta, prima che il delirio del Terzo Millennio se lo porti via. E scriverlo, e dipingerlo. E la sera passeggiare verso i boschi, dove si vedono le lucciole. –
Non ero più abituato a questa intimità. Si svela a me come non faceva da tanto tempo: forse ha semplicemente aspettato, per anni, che il gatto di marmo desse segni di vita. Io sono compiaciuto, perfino commosso: prometto a me stesso (con qualche imbarazzo economico) che farò di tutto per darle la sua arca ma intanto, dalla mia infinita goffaggine, casca fuori qualcosa del tipo:
– Le lucciole, fantastico. Ma alle zanzare ci hai pensato? –

Li trovo davvero interessanti questi quadretti di vita che racconti; mi pare quasi di vedere una sequenza di un film di Frank Capra, non so ci vedo un tocco fiabesco…molto dolce!
Un caro saluto
Certe volte leggendo mi sembrava che Marta fosse una bambina. Certe volte mi sembra che la donna amata sia sempre bambina.
Certe volte mi sembra che il bambino sia ciò che è più amabile in noi.
E’ un testo sul riconciliarsi e tornare. Chi sta nella parte discendente della parabola sa quanto sia importante trovare la strada. Grazie.
è anche un testo sull’importanza del luogo, dentro e fuori di noi.
Complimenti Valter!
un caro saluto
carla
Sempre bravo. Da adesso in poi scriverò, solo, SB e già saprai.