IN THE MORNING YOU ALWAYS COME BACK
Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città rabbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
(C.Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)
*
Insiste il mondo in spazi inesplorati
a fiorire albe tra cancrene e lebbre:
e se un atomo convalescente
elaborando silenzioso lume
non pulsa sofferenze maturate
altrove, rischia spegnersi.
(D. Dolci, Creatura di creature)
*
Viola ogni cosa traslucida a sera
alla soglia dell’alba
data fine all’insonnia
non è più di un confuso barbaglio,
un lampo di niente,
non un giorno vissuto, non un libro di versi – meno anche
dei baci che ho inferto. Per questo ne dico che penso
due forme di rosa: una
conchiusa – che è io – tagliata da un taglio
esso stesso il piacere
– esso stesso la rosa –
e una totale, coincisa nel mondo,
pensata natura, rosa futura.
(A. Raos, Aspettami, dice)
*
Il mattino è trasparente. Così si raffredda un geco.
Sono gonfie le vene degli alberi,
stridono cicale, grilli, rose,
e se farai in tempo a uscire dall’ombra
sarai da tutti i lati
anche tu un pianeta trasparente del tuo sistema venoso.
Ma si leverà monello sul prato falciato, sugli anemoni
lo spirito del movimento e della crescita
quest’ora dell’alba per tutti i senzatetto
è solo un’isola che fluttua, una carcassa che fluttua.
(A. Petrova, Altri fuochi)
*
infine il cielo intride l’occhio e schiuma
il caldo affetto in fiato che s’interra
lungo nel cuore e sparso va e disserra
umida l’alba l’ultima alba bruma
ai vani assalti e ai sensi ancora in guerra
(G. Frasca, Rame)
*
L’alba si presentò sbracciata e impudica; io
la cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò
lattante, latitante.
L’amore era un gioco instabile; un gioco di
fonosillabe.
(A. Rosselli, Variazioni belliche)
*

L’alba. Subito la mente vola a una poesia di Caproni:
ALBA
Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti , è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
da Il passaggio d’Enea, 1956.
Un’alba allegorica. Un approssimarsi della fine della notte e della vita. Un amore che si grida assoluto, attraversato da brividi d’assoluto, d’infinito.
Bell’idea e ben realizzata. Complimenti!
enrico
All’alba
All’alba – il sangue più lento,
all’alba – il silenzio più leggibile.
Lo spirito dalla carne inerte si divorzia,
l’uccello concede il divorzio alla sua gabbia d’osso.
L’occhio vede – la meno visibile lontananza,
il cuore vede – il meno visibile legame…
L’orecchio beve – la diceria più inaudita.
Piange Div, sopra lo sconfitto Igor.
(Marina Cvetaeva)
Notevoli le poesie scelte. Dopo l’acqua anche l’alba è un tema interessante!
Un caro saluto
@ Padua. Una comunicazione di servizio: dovresti formattare meglio il tuo bell’intervento con ‘more’, grazie.
buongiorno e grazie grm, more era scritto piccolissimo non l’avrei mai trovato senza la tua indicazione. caproni ne ha scritte almeno tre di albe, ma alla fine ho preferito pavese come “classico”. grazie a tutti per letture e contributo. anch’io ho scritto un alba, eccola:
chiara materia l’alba in scena scivola
sciorina luci a sciami contro i luoghi
cova le sue poetiche vendette
scemando nelle grigie scie dei roghi
scempio luminescente della notte
nel cielo che si vuota grave e livido
e emette un lieve e vivido brusio
vibrando un breve brivido nel ruvido
silenzio dal palato alla parola
che arriva fino in gola a strofinarsi
e strema strangolata in muta strofa
così evitando il sadico esercizio
linguistico dell’atto di potere
che è l’uso dell’idioma in sé e per sé
saluti
Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith
PAUL CELAN.
(e bravo Adriano!)
L’alba meridionale
II
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l’epifenomeno (infimo)
dell’avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamentidi un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragzzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…
.
Torno… e una sera il mondo è nuovo,
una sera in cui non accade nulla – solo,
corro in macchina – e guardo in fondo
all’azzurro le case del Prenestino –
le guardo, non me ne accorgo, e invece,
quest’immagine di case popolari
dentro l’azzurro della sera, deve
restarmi come un’immagine del mondo
(davvero chiedono gli uomini altro che vivere?)
– case qui piccole, muffite, di crosta bianca,
là alte, quasi palazzi, isole color terra,
galleggianti nel fumo che le fa stupende,
sopra vuoti di strade infossate, non finite,
nel fango, sterri abbandonati, e resti
d’orti con le loro siepi – tutto tacendo
come per notturna pace, nel giorno. E gli uomini
che vivono in quest’ora al Prenestino
sono affogati anch’essi in quelle strie
sognanti di celeste con sognanti lumi
– quasi in un crepuscolo che mai
si debba fare notte – quasi consci,
in attesa di un tram, alle finestre,
che l’ora vera dell’uomo è l’agonia –
e lieti, quasi, di ciò, coi loro piccoli,
i loro guai, la loro eterna sera –
ah, grazia esistenziale degli uomini,
vita che si svolge, solo, come vera,
in un paesaggio dove ogni corpo è solo
una realtà lontana, un povero innocente.
.
Torno, e mi trovo, prima d’un appuntamento
da Carlo o Carlone, da Nino a Via Rasella
o da Nino a Via Borgognona, in una zona
oggetto di mie sole frequentazioni…
Due o tre tram e migliaia di fratelli
(col bar luccicante sullo spiazzo,
e il dolore, spento nelle coscienze italiane,
d’essere poveri, il dolore del ritorno a casa,
nel fango, sotto nuove catene di palazzi)
che lottano, si colpiscono, si odiano tra loro,
per la meta di un gradino sul tram, nel buio,
nella sera che li ignora, perduti in un caos
che il solo fatto d’appartenere a un rione remoto
lo delude nel suo essere una cosa reale.
Io mi ritrovo il vecchio cuore, e pago
il tributo ad esso, con lacrime
ricacciate, odiate, e nella bocca
le parole della bandiera rossa,
le parole che ogni uomo sa, e sa far tacere.
Nulla è mutato! siamo ancora negli Anni Cinquanta!
siamo negli Anni Quaranta! prendete le armi!
Ma la sera è più forte di ogni dolore.
Piano piano i due tre tram la vincono
sulle migliaia di operai, lo spiazzo
è quello dei dopocena, sul fango, sereno,
brilla il chiaro d’una baracca di biliardi,
la poca gente fa la coda, nel vento
di scirocco di una sera del Mille, aspettando
il suo tram che la porti alla buia borgata.
La Rivoluzione non è che un sentimento.
PIER PAOLO PASOLINI
Complimenti ad Adriano per queste albe infinite, ispiratrici…
Alba lacustre
il lago non è come sembra
da questo balcone si allarga
scoprendo i suoi lidi notturni
di tortora voce
sull’alba che preme.
Un corvo cupo all’alba
sull’albero vicino alla finestra
grida e singhiozza
e grida. Apro la finestra
“cra-cra, cra-cra anch’io
anch’io cra-cra
cra-cra anch’io.”
gli grido smisurata amante
del dolore animale del loro
stupore dentro il male.
Se ne va svanisce leggero
con volo vellutato
gli è bastato
senza motivo apparente
solo un sentiero nel fitto
del niente.
(Livia Candiani, Io con vestito leggero)
grazie ragazzi. contributi molto graditi! ecco a voi un’alba di marotta:
sugli orli dell’alba
da sempre maturano
due lampi, due bagliori –
quello che annuncia il giorno,
riaffiorando da vampate
d’ombra e di silenzio,
e quello che insiste
in remoti segnali di voce,
in lettere di dolenti predizioni,
sillabe dell’alfabeto dei salici
e della luna, che,
verdeggiante,
si ostina in diversioni
di deserto, volta al nessun luogo
di identità di febbre: –
l’alba, da sempre, si accompagna
a specchi di necessità,
disseminata per nascita
in ciechi vincoli di suono,
impensabile lume
smemorato
prossimo a esercizi quotidiani
di cecità e di vuoto
mi è venuta la pelle d’oca…
Grazie!
questa è l’alba di penna, invece
red
Era l’alba su i colli, e gli animali
ridavano alla terra i calmi occhi.
Io tornavo alla casa di mia madre.
Il treno dondolava i miei sbadigli
acerbi. E il primo vento era si l’erbe.
Altissimo e confuso, il paradiso
della mia vita non aveva ancora
volto. Ma l’ospite alla terra, nuovo,
già chiedeva l’amore, inginocchiato.
Cadeva la preghiera nella chiusa
casa entro odori di libri di scuola.
Navigavano al vespero felici
gridi di uccelli nel mio cielo d’ansia.