Il filo spinato dell’attesa (Marina e la poesia)

Ho chiesto a Marina Pizzi di scrivermi qualcosa sulla sua poesia.
La risposta che segue ha lo spessore drammatico e insondabile della testimonianza di una voce tra le più intense della lirica italiana dei nostri giorni.

La sollecitudine del minimo

Pier Paolo Pasolini dichiarò di aver tolta dal proprio lessico la parola speranza: anch’io. Dentro a questa rinuncia di leva, sta la leva del tentativo, ancora, di una scrittura che sia e mantenga lo spiazzamento dell’orma sulla data.

Data dell’andarsene senza aver potuto né fatto né resistenza: il vuoto dolore dell’altare di sé e del mondo intero e non per superbia e vanità di cerchio. Non è piacere ammetterlo, ma l’arte in ogni forma è la preghiera dell’esule tramortito dal ciottolo alla tempia, stordito dalla lucidità di un angolo nuovo, davvero inedito, comunque tràdito.
In fase di azzeramento costante del senso, un verso e solo quello, riesce a pensare e pesare la leggerezza della malia, quella malia che prima e dopo e durante aver vissuto (sic!) ancora ti sorregge/a ad aprire il portone di casa almeno dopo la porta dell’appartamento assegnato dal potere costituito, dal denaro costituito. Sì, perché, nulla è in scelta almeno per il poeta: qui sta lo straccio e lo slancio di diventare niente, il lavacro costante e quasi inavvertito di frasi/farsi apolidi/e, lite con la perdita, ma non e mai per alcun possesso. La vestale di nebbia ha rantoli e sospiri in vena perfino di gioia, la gioia della meraviglia al/del nonostante…
“E cede la memoria a tanto oltraggio” nostro Padre Dante sintetizza con il panfilo del filo da torcere e da proporre. Nel gerundio che ci fa e ci distrugge, la gerla di un là deriso o solo guardato e ascoltato a bocca aperta senza la “carnalità” del fuso di capire o la libertà d’impietosire chicchessia. E sia l’aureola un’onta al buio…
In pena con la rena che sisma nello sguardo, vado rastremando il dado tratto quasi per porre in discussione addirittura il numero certo: non conosco il linguaggio esatto della matematica e me ne rammarico. Col grido nell’udito sto la normalità che non sono, lo stallo del coma che mi aderisce fino a stritolarmi nel lato del mitra senza, ancora, sventagliata accidentale o voluta o solo in debito.
Stettero e stanno le aureole delle care vite assolute: quelle che furono per coraggio d’arte dalla scaturigine di sé nell’altro: l’amato-amabile lettore e chi altri se non il fungo di rapirsi in una tettoia ancora?
Nel crudo di un polso che ha forza solo per i frantumi allora sì che un coriandolo di arsenico o meringa possono sostare in uno stiletto oceanico di verso sempre diverso.
Polsi e piedi legati dal filo spinato dell’attesa, dalla baracca dell’alba e del tramonto,
dal tozzo di pane che se, anche, leccornìa, è nido di vespe nella gola di chi ha fame.

4 pensieri su “Il filo spinato dell’attesa (Marina e la poesia)

  1. massimo sannelli

    nessuna cosa è più essenziale e originaria della fame, e quindi dello strappo, dalla nascita in poi. “non è piacere ammetterlo”, ma è proprio dei nostri corpi avere tutto per credere e tutto per disperare; ciò che serve si mostra sempre vicinissimo e irraggiungibile, secco e gonfio. Così lo stesso Dio, per il credente sincero e per il non credente sincero. perdere è lo stato di chi nasce (di chi è); uscire è perdere; nascita e morte hanno questo marchio comune. ogni bacio umano ricevuto dopo il primo strappo tende a ricostruire quel nirvana, e non può. dopo, si vive nella normalità mostruosa che non siamo. e si invocherà sempre, e sempre in parole nuove, ciò che manca: «l’arte è la vita che ci manca», come ha scritto Giuliano Mesa. si scrive senza speranza, stando in uno spazio che si riferisce ad un altro spazio.

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  2. paola

    solo uno dei tanti pensieri in coda

    o la vita è l’arte che ci manca
    e non possedendo più l’arte di vivere
    (allontanandoci sempre più dalle origini)
    se ne crea una – (arte)fatta –
    per costringersi a compensare quella
    mancanza e sulla quale avere il potere
    del proprio nome. arte come dichiarazione
    di notorietà? quante cose è l’arte?!
    un caro saluto
    paola

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  3. Enrico De Lea

    Bellissimo pezzo, davvero espressione di una capacità “fondativa”.

    In proposito, pur non amando particolarmente Pessoa, mi torna alla memoria una sua quartina :
    “Il poeta è un fingitore: / finge così compiutamente / che arriva a finger che sia dolore / il dolore che sente veramente”.

    p.s. saluti a Fabrizio

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  4. Antonio Fiori

    La poesia è dunque ossimoro, conciliazione dell’impossibile, preghiera senza speranza dell’esule tramortito. E’ polisemica e polimorfa, muta a seconda dello sguardo, può esser leccornia o nido di vespe. Questo è ciò che, molto liberamente, estrapolo e riscrivo.
    Antonio

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