Stoss: contro la crisi del genio e del vero nel contemporaneo

Verità scoperta dal Tempo (1645 circa) – Gian Lorenzo Bernini

L’esperienza estetica, in alcuni pensatori, diventa il luogo privilegiato in cui si manifesta il vero, la dimensione che racchiude la via d’accesso alla verità. In Hegel l’arte è il primo gradino dello Spirito Assoluto, momento attraverso il quale l’Idea o Spirito (il principio della realtà) giunge alla piena coscienza della propria assolutezza, ovvero del fatto che tutto è Spirito e che non vi è nulla al di fuori di esso. Tale autocoscienza dell’assoluto avviene tramite un processo dialettico che si articola nei tre momenti dell’arte, della religione e della filosofia; queste attività esprimono lo stesso contenuto, che è l’Assoluto, ma si differenziano per la forma con cui lo estrinsecano: l’arte attraverso la raffigurazione sensibile, la religione tramite la rappresentazione, la filosofia per mezzo del concetto.

Nell’arte, lo Spirito assoluto, l’infinito, si rende visibile nel finito, rappresentandosi e contemplandosi in una forma particolare; l’arte diventa dunque la raffigurazione sensibile dell’Idea, ovvero la raffigurazione sensibile di un contenuto non sensibile, che appunto si snoda attraverso i due poli correlati di contenuto (Idea) e forma (raffigurazione dell’Idea). Hegel propone una lettura della storia dell’arte in termini dialettici, tramite un percorso contrassegnato da tre tappe fondamentali: l’arte simbolica, l’arte classica e l’arte romantica. L’arte simbolica, tipica delle civiltà orientali, rappresentata dall’architettura, risulta caratterizzata da uno squilibrio tra contenuto e forma, in quanto fondamentalmente incapace di esprimere la spiritualità tramite adeguate forme sensibili; l’arte classica, riconducibile alla scultura, si contraddistingue per il perfetto equilibrio tra contenuto spirituale e forma sensibile, che si concretizza per mezzo della figura umana, unica forma sensibile nella quale l’arte si manifesta compiutamente e, in quanto tale, il momento dell’arte classica è il culmine della perfezione artistica; con l’arte romantica si assiste nuovamente ad uno squilibrio tra contenuto e forma, poiché lo Spirito perviene alla consapevolezza che qualsiasi forma sensibile è insufficiente per esprimere la spiritualità nella sua infinitezza, e così si assiste alla morte dell’arte, attraverso il trapasso nella religione prima e nella filosofia poi. Questa inadeguatezza del prodotto artistico ad estrinsecare l’interiorità spirituale può essere notata anche nella progressiva dematerializzazione che caratterizza l’arte romantica, rappresentata da un percorso che va dalla pittura, alla musica e alla poesia; si è di fronte a una graduale liberazione dalla sensibilità che preannuncia il passaggio alla religione, dove lo Spirito non si manifesta più in uno spazio esteriore, ma nello spazio interiore della coscienza. Questo processo determina la crisi moderna dell’arte, caratterizzata dall’inadeguatezza delle opere ad esprimere compiutamente l’Idea; le opere d’arte suscitano ammirazione ma vengono filtrate attraverso il pensiero razionale per individuarne la funzione e la collocazione: “Il pensiero e la riflessione hanno sopravanzato la bella arte … Qualunque atteggiamento si voglia assumere di fronte a ciò, è certo che ora l’arte non arreca più quel soddisfacimento dei bisogni spirituali, che in essa hanno cercato e solo in essa trovato epoche e popoli precedenti … il nostro tempo, per la sua situazione generale non è favorevole all’arte … Ciò che in noi ora è suscitato dalle opere d’arte è, oltre il godimento immediato, anche il nostro giudizio, poiché noi sottoponiamo alla nostra meditazione il contenuto, i mezzi di manifestazione dell’opera d’arte e l’appropriatezza o meno di entrambi. La scienza dell’arte è perciò nel nostro tempo un bisogno ancora maggiore che nelle epoche in cui l’arte procurava già di per sé un completo soddisfacimento. L’arte ci invita alla meditazione, ma non allo scopo di ricreare l’arte, bensì per conoscere scientificamente che cosa sia l’arte (così dice Hegel).”

Dunque l’arte contemporanea, pur rimanendo una categoria dello Spirito Assoluto, e come tale in stretta connessione con la verità, risulta manchevole nell’esprimerlo nella sua totalità; l’infinità dell’Assoluto non può essere imprigionata in nessuna forma sensibile, anche la più immateriale delle arti, la poesia, risulta inadeguata, e lo Spirito, slegandosi dal sensibile, trapassa nella religione prima e nella filosofia poi, unica forma capace di esprimere nella maniera più elevata il vero. Nell’analisi del rapporto arte–verità risulta particolarmente interessante la riflessione estetica di Schopenhauer, che si snoda in stretta connessione con la sua concezione della realtà. Per il pensatote tedesco il fondamento della vita universale è la Volontà, istinto cieco e irrazionale, che si oggettiva per gradi nelle idee, modelli eterni e universali, e nel mondo della natura, e nell’individualizzazione di tali archetipi. Il mondo della natura è governato dal principio di ragione, costituito da spazio, tempo e causalità: è questo il mondo della rappresentazione, il livello inferiore dell’oggettivazione della Volontà. Il principio di ragione è la forma necessaria su cui si fonda la conoscenza di tale grado di realtà, è la legge da cui trae origine la scienza; mentre per conoscere le idee, in quanto uniche, identiche e immutabili, e quindi sottratte al principio di ragione, è necessaria una forma di conoscenza di tipo contemplativo, tale è l’arte. La conoscenza razionale filtra la realtà attraverso il principio di ragione e in quest’azione il mondo diventa una rappresentazione del soggetto; l’arte, di contro, è quella conoscenza intuitiva che squarcia quel velo di Maya con cui si traveste il vero e che consente di andare oltre il mondo fenomenico dell’apparenza per coglierne il suo modello. Con l’esperienza estetica si pone in essere quella contemplazione disinteressata della bellezza nell’universalità dell’idea; il soggetto si sottrae al principio di ragione, si eleva al di sopra dello spazio e del tempo, sopprime la propria individualità di uomo inserito nel mondo fenomenico, per cogliere il bello nella sua essenza universale: “La genialità consiste dunque nell’attitudine a mantenersi nell’intuizione pura, perdendovisi … in altre parole, bisogna perdere completamente di vista il proprio interesse, la propria volontà, i propri fini; bisogna per un certo tempo estraniarsi completamente dalla propria personalità, per non restare che puro soggetto conoscente e limpido occhio del mondo (così dice Schopenhauer).” L’arte è la creazione del genio, distinto, per il suo carattere di eccezionalità, dall’uomo comune, il quale viene definito come quella merce di cui la fabbrica della natura ne crea migliaia al giorno; il genio trascende la lotta quotidiana dell’esistenza, la sua ispirazione sovrumana lo condanna a una radicata incapacità per la vita pratica e a un’inquietante familiarità con la follia. Se l’uomo comune per ogni oggetto cerca il concetto nel quale poterlo classificare, l’uomo di genio cerca l’idea di cui è copia; da qui la tendenza alla contemplazione e a una condotta al di là della razionalità, con la quale viene trascinato nell’irriflessione, negli affetti e nella passione, in quella condizione di amabilis insania che lo contraddistingue dall’uomo mediocre. Sempre in Schopenhauer l’esperienza estetica diventa dunque una forma di conoscenza superiore alla scienza. Se la scienza è conoscenza della natura, l’arte è conoscenza delle idee, di una realtà più alta di cui il nostro mondo è solo una copia; la scienza opera attraverso un travestimento della realtà e costringe l’individuo a una conoscenza dell’apparenza, di contro, l’arte, riesce ad elevarsi oltre la rappresentazione illusoria e dunque è quella dimensione in cui si instaura un rapporto privilegiato con il vero.

La voce più suggestiva del novecento per ciò che concerne la connessione dell’arte con la verità è forse quella di Heidegger; nella sua riflessione, l’esperienza artistica si configura come quella via verso la salvezza che porta l’uomo a una ricongiunzione con il vero. Il mondo moderno è caratterizzato dal predominio della tecnica che ha dato origine a uno sfruttamento incondizionato della natura; l’uomo si pone di fronte al mondo in una posizione frontale–manipolatoria che, nei suoi aspetti più aberranti, ha portato al dominio dell’uomo sull’uomo. E’ questo il tempo della povertà, il tempo dell’incondizionatezza del volere umano che si pone come unico fondamento della realtà; tuttavia nasce la possibilità di una svolta che trae origine dall’esperienza estetica, e in particolare dalla poesia, unica dimensione che possa inaugurare un cammino verso la verità, attraverso una riconciliazione tra uomo e natura. Il soggettivismo che caratterizza il contemporaneo si configura come nichilismo (seppur d’accatto) ed è il risultato della filosofia occidentale, la quale, da Platone in poi, si è posta come una problematica intorno all’Ente, riducendo l’essere a nulla e l’Ente a tutto; tale è il percorso della metafisica, che coincide con il movimento della storia dell’occidente, nel quale l’Ente ha dimenticato che non può mai essere per mezzo di sé stesso ma solo per mezzo dell’essere. Dunque occorre recuperare un rapporto con la verità, con l’essere, in quella “radura” in cui gli Enti diventano manifesti; solo la poesia, in quanto “disvelamento”, può riportare l’uomo sulle tracce dell’essere obliato, nullificando il predominio della soggettività e inaugurando quel soggiorno nella natura nel quale l’uomo può cullarsi come fanno piante e animali. Alla base di tale visione vi è la distinzione tra pensiero e ragione. La ragione si identifica con la filosofia occidentale che ha dato origine al nichilismo, mentre il pensiero è il presupposto per una rimemorazione dell’essere; coloro che possono operare un distacco dalla ragione e procedere attraverso il pensiero sono i poeti che hanno la missione di avviare un cammino verso il vero. La poesia è l’alternativa alla filosofia occidentale. Heidegger parte dall’elegia di Hölderlin “Pane e vino” che si domanda: “perché i poeti nel tempo della povertà?”; solo i poeti, con il loro canto, possono porsi sulle tracce della verità e rintracciare “la direzione della svolta per i loro fratelli mortali” che deve condurre sulla via della salvezza. Nell’epoca della notte del mondo, in cui l’uomo ha spezzato il suo legame con l’essere, non rimane dunque che affidarsi alla poesia, unica forza capace di ristabilire un rapporto con la verità; la parola poetica è il luogo dell’accadere dell’essere stesso, solo in questa regione (“radura”) può aver luogo quel ribaltamento che farà sì che l’occidente non sia più terra di tramonto. Il messaggio di Heidegger è un rifiuto di imbrigliare la realtà nelle strutture della rathio; la sua riflessione richiama la problematica della “morte dell’arte” annunciata da Hegel. Nell’interpretazione dell’opera d’arte si assiste a un’analisi di tipo razionale che vede il critico più sapiente dell’artista: egli rivela il poeta, lo scultore o il pittore a sé stesso, ponendo in evidenza quello che con la sua produzione voleva dire. Nell’esercizio critico, l’opera diviene oggetto di analisi, in un’indagine tesa a svelarne significati psicologici o riferimenti storico–sociali; in quest’azione scompositiva si assiste a uno smembramento che determina la morte dell’arte, fagocitata in una nullificazione operata dalla ragione. Ma nella fruizione di un’opera d’arte si verifica un fenomeno vissuto, prima di tutto, a livello affettivo: quello che Heidegger, nel saggio su “L’origine dell’opera d’arte”, chiama lo Stoss, la scossa (o shock) determinata dal prodotto artistico. L’opera impone una riorganizzazione generale della realtà in quanto apre e fonda un mondo; nella sua fruizione si mette in discussione il modo di concepire la realtà: il mondo come eravamo abituati a vederlo ci diventa estraneo e ciò determina angoscia, spaesamento. Tuttavia proprio in questa crisi deve essere ricercato l’autentico legame dell’arte con il vero; solo in un turbamento che scuote radicate certezze può avvenire quella conoscenza in cui il flusso del diverso non viene mai interrotto: questo è il significato più autentico della verità nella sua connessione con l’esperienza estetica.

20 pensieri su “Stoss: contro la crisi del genio e del vero nel contemporaneo

  1. carla

    Bellissimo questo tuo post, Gian…

    L’argomento che tratti mi sta a cuore come ogni forma di poesia verità bellezza.

    L’assoluto è racchiuso in ogni cosa, a partire dalle più piccole,
    lo sapeva bene Emily.

    Ti abbraccio
    carla

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  2. claudio damiani

    Sintesi chiarissima, che fa vedere molto bene quanto sbagliava Hegel sull’arte (e quanti a lui si sono rifatti, fino alle avanguardie novecentesche), e quanto invece hanno ragione Schopenhauer e Heidegger, che sono una miniera di pensiero e di parole, e stanno accanto agli antichi, perchè sono tornati alle fonti, sono tornati alla lingua.
    L’arte morta o morente dopo Hegel?
    E Renoir, Schumann, Brahms, Pascoli, Rilke, Corot, Morandi, Mahler, Tolstoj, Ungaretti, per dire solo alcuni, non stanno insieme ai grandi, agli eterni, ai classici, Omero, Dante,Holderlin, Petrarca, e dialogano con loro, perchè hanno detto tutto, anche loro, tutto quello che andava detto, quello che c’era da dire, quello che è?
    E ancora, ancora c’è tantissimo da dire, perchè esistiamo e amiamo, e vediamo. Ancora dobbiamo dire quella realtà infinita che tutti hanno detto, ma non hanno esaurito.
    claudio

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  3. Enrico De Lea

    ah, Rilke, nel Vallese (Svizzera) in un paesino che si chiama Raron c’è la sua tomba – il poeta elesse a suo ultimo rifugio quest’oscuro/luminoso luogo – prima o poi ci andrò (circa 2/3 ore d’auto da Milano)

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  4. marcos

    questa sì che è una lettura che scuote. sì perché, secondo me, oggi è questa la vera “scossa”, purtroppo o non necessariamente, quella data dal critico e non più dal prodotto artistico (e giustamente prodotto e non opera d’arte, che se in principio l’opera veniva commissionata all’artista e questo ne sfruttava l’ordine e il tempo per farla scaturire, oggi invece si costruisce l’opera, l’idea, e la si spaccia per arte, ed ecco che i critici devono moltiplicarsi in proporzione… vabbè lasciamo perdere).
    Forse è vero che noi fruitori siamo ormai annichiliti o, se non del tutto, sulla buona strada, o forse non ci interessa nemmeno (e a questo punto bisognerebbe chiedersi perché, anche se la risposta è ovvia), o forse l’arte è così nuova e intrigata di proposte, appunto, da farci smarrire sia ragione che pensiero, obliando da un momento all’altro, da un’esposizione all’altra, il già visto, il già morsicato, il già pesto scopo. perché mi sembra che oggi (ma è già da un bel po’) il prodotto artistico ha bisogno d’essere filtrato dall’occhio critico, guida, esperto, prima di passare al consumatore, sì, e sicuramente qualcosa in questo passaggio si perde, o forse si acquista, eheheh, non lo so, di certo, se un tempo un paesaggio, tanto per fare un esempio, era carico di simboli, di sfumature, di energia, oggi i simboli, i punti di vista e tutto il resto
    sono carici di che?
    naturalemente questo è quanto in questo momento mi viene da pensare…
    saluti

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  5. carla

    …e poi hai scelto il Bernini, grandissimo Architetto, scultore e pittore.

    non posso che
    inchinarmi approvando la tua scelta!

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  6. lucaariano

    Gran bel post!Notevole questa riflessione sull’Arte che davvero ci dovrebbe far riflettere, secondo me, su quanto oggi troppo facilmente si dia la patente di artista e di arte a troppi prodotti e persone! Complimenti
    Un caro saluto

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  7. Antonio Fiori

    Lezione-riflessione di estremo interesse. Il riferimento ad Heidegger sul rapporto con la verità mi permette di ricordare che la poesia era per lui l’arte più vicina all’Essere, più capace di ascoltarlo, più vicina forse alla verità. E il suo allievo Gadamer ha detto (in una intervista che spesso ricordo,concessa quando era ormai un lucidissimo centenario) che sarebbe utile e necessario che i filosofi imparino a leggere i poeti, spesso più vicini di loro (magari inconsapevolmente) alla verità.
    Antonio

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  8. lucaariano

    In proposito a questa tua ultima affermazione Antonio mi è venuta in mente una frase (ahimè non ricordo più di chi però) che recitava più o meno così: “I filosofi sono dei poeti a cui si è inaridita la vena…” Non la condivido ma la riporto per completezza o spunti per il dibattito.
    Un caro saluto

    Rispondi
  9. elena f.

    @luca
    che ne è di platone, grande inventore di miti
    e di eraclito
    anassimandro
    lucrezio…

    poeti cui si è inaridita la vena?

    scusa,la piccola vis polemica

    ma difendo la “categoria” 🙂

    saluto tutti

    elena mf

    Rispondi
  10. Antonio Fiori

    Nessuno di voi/noi può avere dato davvero un senso letterale. Si tratta di affermazioni che miravano solo a porre un problema e dare prospettiva e sviluppo alla ricerca filosofica; quella di Gadamer, venendo da un filosofo era, oltretutto, al di sopra di ogni sospetto di parzialità. Credo che il mondo sarebbe ancora più incomprensibile senza i filosofi, avrebbe anzi avuto una storia diversa. Ma è dell’arte che si diceva…
    Antonio

    Rispondi
  11. elena f.

    @antonio

    stavo scherzando, scusami.
    oggi nell’altro post è stata una giornata dura e avevo voglia di fare una battuta.
    non volevo offendere nessuno, davvero.e soprattutto io non mi sono offesa, non ne avrei alcun motivo.

    saluto tutti

    elena f.

    Rispondi
  12. elena f.

    ps

    tutti noi abbiamo bisogno di poesia
    un immenso, smisurato, infinito bisogno di poesia.
    il modo migliore per averla è leggerla, cercando non di capirla ma di viverla, di farne esperienza.
    lei è lì , non aspetta che farci dono di sè, basta che lo desideriamo.

    di nuovo cari saluti a tutti

    elena f.

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  13. Antonio Fiori

    Certo Elena, c’era di che esaurirsi alla fine sull’altro post.
    Comunque tutto è bene quel che finisce bene 🙂
    Antonio

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  14. gian ruggero manzoni

    Sono in velocità ragazze e ragazzi miei, quindi vi ringrazio tutti al volo. Ho letto i commenti, e vi ringrazio per la seconda volta. Siete stupendi. Avanti… avete tirato fuori Gadamer, i massimi sistemi, Platone, la “forza del poeta”, l’importanza dell’arte… ma ha ancora importanza – o non ne ha mai avuta (domada non da poco) ? Quindi continuate a dire. Arrivo presto!!! Intanto posto la mia solita lista di segnalazioni librarie, visto che ormai sono diventato il recensore ufficiale di questo blog… quindi speditemi i vostri libri all’indirizzo (per il cartaceo) che vedrete riportato in Contatti presso il mio sito personale che apparirà cliccando sul mio nome qui sopra 😉

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  15. lucaariano

    Elena ma infatti io non condividevo quella frase…l’ho riportata per dovere di cronaca nella solita disputa poesia/filosofia. Ma io, francamente, reputo entrambe molto importanti a livelli differenti. Spero tu non mi abbia frainteso
    Un caro saluto

    Rispondi
  16. elena f.

    @luca

    vale quello che ho detto sopra…
    una battuta la mia…ma malriuscita…
    pazienza 🙂

    saluto tutti
    elena f.

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  17. lucaariano

    Non problem Elena!Pensavo te la fossi presi…Meglio così!Putroppo il mezzo freddo del web fa un po’ travisare le battute o frasi dette normalmente possono sembrare dure. Questo è il limite di non confrontarsi de visu! Tutto a posto… 🙂
    Un caro saluto

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