di Enrico De Vivo
(Tratto da “Zibaldoni e altre meraviglie”, II serie, 10 ottobre 2005 : www.zibaldoni.it)
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“Oggi l’economia è diventata una fede,
una religione. Quindi bisogna diventare
degli ateisti dell’economia”
Serge Latouche
È come se avessimo perduto alcune capacità. La capacità di profanare, ad esempio, che è legata direttamente all’esperienza. Si arriva a profanare quando si ha una chiara percezione, e quindi è possibile una esperienza, di ciò che è sacro, quando si sa come e dove stanno le cose, certe cose.
Allora è come se noi non sapessimo più come e dove stanno certe cose, perché il sacro è come se non esistesse più nella nostra vita. È forte la sensazione che addirittura il funerale del Papa trasmesso in mondovisione o la decisione del medesimo Papa morente di far esporre la propria salma davanti alle telecamere, non siano affatto espressioni di sacralità. Se il sacro ha a che fare con la religione, infatti, e se la religione è ciò che per definizione è separato dal mondo umano, allora funerale ed esposizione non sono più eventi sacri, ma qualcos’altro di molto più prossimo alla nostra vita, e anche di più inquietante. Di questo qualcos’altro è palesemente chiaro che non è possibile parlare in termini di profanazione, perché se non lo riconosciamo come sacro, non abbiamo nemmeno bisogno di profanarlo, ma al limite di capirlo e di pensarci su. Pertanto se qualcuno accusasse me, ad esempio, di stare facendo qui discorsi blasfemi, io potrei mettermi a ridere. Oppure tentare di spiegare così come segue le mie idee, magari partendo da questa frase di Walter Benjamin: “Dio non è morto, ma è semplicemente stato assorbito nel destino dell’uomo”.
Profanare, nell’antichità classica, era un atto significativo che perfino i giuristi romani conoscevano e riconoscevano. Colui che profanava restituiva all’uso comune degli uomini, cioè all’ordinarietà, ciò che in precedenza era stato separato nella sfera eccezionale del sacro.
L’aspetto più importante da cogliere in questo meccanismo, spiega Giorgio Agamben in “Elogio della profanazione” (in “Profanazioni”, Nottetempo, 2005), è una specie di dialettica perpetua, in cui era immersa la vita degli antichi, tra sfera del sacro e sfera del profano – dialettica attualizzata nella pratica rituale del sacrificio. La religione, da questo punto di vista, “non è ciò che unisce uomini e dèi, ma ciò che veglia a mantenerli distinti”: religio viene piuttosto da “rileggere” che da “raccogliere”, in quanto allude all’ansia che sorge nel momento in cui bisogna porre estrema attenzione nel rispettare e osservare anche a livello cerimoniale la separazione tra sacro e profano. Tale separazione funziona dunque come un sistema a due poli, “in cui un significante fluttuante transita da un ambito all’altro senza cessare di riferirsi al medesimo oggetto”. Proprio grazie a un sistema del genere, necessariamente ambiguo, la convivenza tra uomini e dèi è assicurata. L’animale sacrificato, ad esempio, può essere spartito equamente: una parte sacra per la divinazione, una parte profana per essere mangiata. Distinti e separati, potremmo dire che uomini e dèi nel mondo pagano convivono e comunicano scambiandosi oggetti e comportamenti.
“Pura, profana, libera dai nomi sacri”, sarà dunque la cosa restituita all’uso comune umano. Ma come si fa a profanare una cosa sacra? Nella cerimonialità religiosa, anche semplicemente toccandola. Nel momento in cui una cosa sacra viene “toccata” è come se si mettesse in gioco un particolare comportamento negligente, perché è come se ci si dimenticasse che quella cosa è sacra, cioè che è separata nella sfera del sacro. È lo stesso meccanismo del gioco. Il gioco è il principale “organo della profanazione” perché giocando noi tocchiamo tutto ciò che è sacro o serio, dimenticandoci della sua sacralità o serietà separata, e lo utilizziamo in maniera nuova e sorprendente, capovolgendo così l’ordine stabilito. Quando c’è mito senza rito, o rito senza mito, allora c’è gioco, spiegava Benveniste: quando, cioè, il sacro viene “salvato” – non semplicemente abolito – nella sfera del gioco. Con il gioco noi facciamo un “nuovo uso” dei contesti e dei racconti sacri perché li profaniamo, cioè profaniamo la loro sacralità separata. Non a caso i bambini sono i più abili ed agili profanatori di ogni sacralità e di ogni separazione: nelle loro mani tutto viene riusato in maniera sempre sorprendente, divenendo gioco.
Ora non si dimentichi che la profanazione ha senso soltanto se messa in relazione con il suo opposto, con la consacrazione.
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La dialettica sacro-profano comincia a esser messa in discussione nella sua struttura separata, ambigua e “a due poli”, dal cristianesimo, che la farà propria in maniera particolarissima, attraverso l’elaborazione dei dogmi della transustanziazione e dell’incarnazione, con cui si provvederà a inserire dio nell’umano e l’umano in dio. Da questo momento in poi le sfere del sacro e del profano sono come sottoposte a una sintesi, ma forse sarebbe meglio dire che sono condannate a una perenne confusione. Confusione che, “con l’ingresso di Dio come vittima nel sacrificio”, mentre mette in crisi appunto la separazione tra sacro e profano, in quanto “la sfera divina è sempre in atto di collassare in quella umana e l’uomo trapassa già sempre nel divino”, afferma un altro tipo di religiosità e una nuova idea di sacro e di separazione.
A questo punto, Agamben ci chiede di seguire una sorprendente riflessione di Benjamin in un frammento del 1921. Secondo Benjamin, il capitalismo si sviluppa come un parassita del cristianesimo, per cui la modernissima ideologia funzionalistica e mercantile del consumismo di massa altro non sarebbe che una attuazione del più puro spirito cristiano. Inoltre, i grandi profeti della modernità – Nietzsche, Marx, Freud -, che in apparenza sembrano i più severi critici del sistema capitalista, non sono altro che i suoi profeti, cospirano in profondità con le sue dinamiche e condividono con esso la “religione della disperazione” che impedisce qualsiasi tipo di vita estraneo a quello della logica mercantile. Il capitalismo, secondo la tesi di Benjamin, funziona innanzitutto come una grande religione, fondata su un culto perenne: il culto del lavoro – o della produttività, come diremmo oggi. La particolarità di questo culto è che esso non è espiante, bensì, paradossalmente, colpevolizzante. “Una mostruosa coscienza colpevole che non conosce redenzione si trasforma in culto, non per espiare in questo la sua colpa, ma per renderla universale… e per catturare alla fine Dio stesso nella colpa”. Esattamente come nei dogmi dell’incarnazione e della transustanziazione, di cui il cristianesimo si armò per assorbire e annullare le ambiguità del paganesimo.
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E proprio come nei dogmi della religione cristiana, così anche nella religione capitalista la confusione delle sfere – in funzione di un rinnovamento e in vista di una nuova sacralità -, raggiunge il suo culmine nell’annullamento mercantile delle differenze tra giorni lavorativi e giorni di festa. Il vorace capitalismo ha bisogno infatti che il suo culto non si interrompa mai, e che il Tempo sia unico e completamente alienato: esiste l’industria del tempo libero perché anche quando siamo “liberi” dobbiamo produrre e consumare. Ogni cosa, attività, azione deve essere separata da se stessa e trasferita nella cupa e asettica sfera del profitto e del consumo, dove ogni uso durevole è impossibile (le merci non durano) e dove tutto ha un aspetto serio, fisso e perfetto, come l’immagine di un prodotto in un depliant pubblicitario. Nella sfera del consumo le cose devono essere possedute perché sono soggette a distruzione. Se l’uso, infatti, ha una relazione precisa con l’inappropriabilità, il consumo (abusus) non “è che l’impossibilità o la negazione dell’uso”, e quindi l’affermazione più recisa dell’idea di possesso.
Ma il prezzo che si paga per aver ridotto tutto a consumo, è ormai chiaro a tutti. La “mostruosa coscienza colpevole” che abita nel profondo della nostra anima è definita dalla disperata consapevolezza di non avere più un tempo per viaggiare, di non avere più un tempo per far festa, di non avere più un tempo per giocare, per scrivere, per parlare. La vita sembra che stia sempre da un’altra parte, qui c’è solo un lavoro da fare o una funzione da svolgere. Questa consapevolezza è disperata perché non ci salva, perché la confusione o scissione che si è creata serve solo a farci sentire colpevoli e inadeguati, o al limite a metterci in esposizione per qualche minuto come fenomeni da baraccone. Il mondo è pieno di disperati, ma ormai anche la disperazione fa spettacolo e si vende bene.
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Si capisce, allora, perché “profanare” è diventato oggi quasi del tutto impossibile. Perché se tutto – anche i funerali dei Papi e i loro corpi morti – viene separato nella sfera unica del consumo e dello spettacolo pubblicitario (l’altra faccia ineludibile del capitalismo odierno), allora niente si può più “restituire all’uso comune”, semplicemente perché non si dà più alcun “uso comune” della vita. Le cose, le azioni, i comportamenti, nel momento stesso in cui vengono separati nella sfera del consumo, diventano qualcos’altro: diventano degli Improfanabili. E “la religione capitalista nella sua fase estrema”, dice Agamben, “mira alla creazione di un assolutamente Improfanabile”, cioè di qualcosa che ha l’aspetto innocuo di una pubblicità o di una canzoncina, ma in realtà è una mostruosa Chimera. Per quale motivo? Perché l’Improfanabile consiste nell’abolizione dei ponti tra visibile e invisibile, tra sacro e profano – abolizione che consente la sopravvivenza soltanto a ciò che è incasellabile in uno spot televisivo o nei discorsi preordinati dai mezzi di comunicazione di massa. “Assolutamente Improfanabile” vuol dire separato dalla vita come in un sistema religioso qualsiasi oggetto o comportamento sacro viene separato dalla sfera mondana e profana; sottoposto quindi alle regole di una religione – le regole del mercato -, ma allo stesso tempo reso intoccabile perché quelle stesse regole non ammettono profanazioni, cioè non hanno una sponda dialettica – ad esempio non hanno un altrove (“l’occidente è dappertutto”, Serge Latouche) -, né prevedono una usabilità comune, in quanto regole fisse e immutabili.
Perciò se oggi si prova anche solo a mettere in discussione le regole del mercato e dell’economia, si viene presi per pazzi molto più che se si mettesse in discussione l’esistenza di dio.
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Si potrebbe fare una rassegna degli Improfanabili che abitano ormai stabilmente nella nostra vita. Una rassegna, cioè, di modalità e costumi attraverso i quali la vita viene separata sempre più da se stessa, dai suo usi comuni, dal senso comune, per essere trasferita nei territori della pubblicità e dell’apparenza consumistica.
“L’impossibilità di usare ha il suo luogo topico nel Museo”, nota Agamben. Ma quello che è ancora più importante è la museificazione del mondo che ci circonda, cioè la riduzione a Improfanabile di sempre più oggetti, luoghi, comportamenti. Il turismo di massa, ad esempio, ha reso impossibile qualsiasi uso comune dei luoghi, percepiti ormai sempre più attraverso le vedute Improfanabili trasmesse dalla società dei consumi e dello spettacolo. Basta recarsi in una qualsiasi città europea (ma anche in Africa, oramai) per capire che “l’occidente è ormai dappertutto”. Cioè l’occidente con i suoi Improfanabili, con la sua ansia di creare delle gabbie visuali o degli schermi, la cui funzione principale è quella di impedire qualsiasi profanazione, cioè qualsiasi esperienza diretta e non pilotata. Tutti sappiamo infatti quanto sia faticoso e arduo ormai “vedere” a Parigi qualcosa di diverso dai suoi monumenti, o in Africa qualcosa di diverso dalle maschere rituali e dalla povertà – o qui nel mio paese qualcosa di diverso da “un paese del Sud”. Per questo il semplice esercizio dello “sguardo comune” appare come una delle azioni profanatorie più significative da praticare oggi. Lo “sguardo comune” è una specie di grimaldello utile per sfuggire alle prigioni consumistiche, per “profanare l’Improfanabile”, che infine, come sostiene Agamben con inconsueto pragmatismo, “è il compito politico della generazione che viene”.
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Impedire l’uso comune, ostacolare le azioni disinteressate, annullare i giochi (non i quiz televisivi, ma i “mezzi puri”, cioè i comportamenti umani senza un fine utilitaristico) è l’obiettivo principale dei dispositivi capitalistici tesi alla “cattura dei comportamenti profanatori”. I dispositivi mediatici, tra gli altri, hanno come obiettivo nientemeno che la cattura dell’uso comune del linguaggio (il “mezzo puro per eccellenza”, secondo Agamben), e forse non c’è bisogno di tanti esempi per constatare una cosa del genere. È sotto gli occhi di tutti quanto sia diventato difficoltoso e inessenziale lo scambio linguistico, sempre più rinchiuso negli alvei dell’utilitarismo e della spettacolarizzazione. Il mondo ridotto a prosaiche rappresentazioni giornalistiche concettose e senza fantasia, è un perfetto Improfanabile, forse il più perfetto di tutti. Un mondo che non rimanda ad altro che a se stesso, autoreferenziale e avulso dalle immaginazioni individuali, ma perfettamente inserito in quello che il mercato richiede all’occorrenza: un po’ di speranza, un po’ di impegno, un po’ di sogni risciacquati, un po’… di tutto. È come se la tendenza all’Improfanabile condizionasse ormai anche il pensiero, al punto che le opere letterarie più “riuscite” non riescono a competere con il più scialbo dei quotidiani che ci riferisce “notizie” sempre nuove e ci avvince molto più e meglio di un abile romanziere. Se una volta i giornalisti modellavano la loro prosa su quella degli scrittori, è indubbio che oggi avviene l’esatto contrario, perché è la prosa dei giornali a fornire sempre più spesso a quelli che ancora chiamiamo scrittori, modelli linguistici e spunti narrativi.
Ma non è solo nella lingua dei giornali che viene catturato il linguaggio in quanto “mezzo puro”: anche in tanti libri più o meno di successo, in manifestazioni scientifiche più o meno ordinarie – così come nella scuola modellata su astruse teorie tecnico-aziendali piuttosto che sull’esperienza. “A scuola si insegna la lingua ai bambini come se si mettessero degli attrezzi in mano agli operai”, diceva Deleuze.
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Adesso forse capiamo meglio anche la frase di Benjamin – “Dio non è morto, ma è semplicemente stato assorbito nel destino dell’uomo” -, che sembra quasi un ribaltamento della famosa sentenza nietzscheana. Dio non è morto perché è l’uomo occidentale stesso che ormai si identifica con dio: questa identificazione ha dato luogo agli Improfanabili, cioè ha reso nulla l’operazione del profanare secondo l’antica logica “a due poli”, giacché non si può restituire all’uomo ciò che già gli appartiene.
“Profanare l’Improfanabile” è allora un’azione paradossale o estrema: essa fa riferimento alla capacità di restituire all’uso comune la nostra stessa soggettività divinizzata con tutti i suoi ammennicoli, se così si può dire. La sensazione è che questa sia l’ultima possibilità per continuare a immaginarsi la vita. Non è vero che viviamo in un mondo liberato dalla paura e dalla religione, privo di separazioni: il modello di religione capitalista oggi in vigore è sostenuto da altri tipi di separazione, tutti interni all’uomo e alle sue propaggini produttive, e quello che una volta chiamavamo sacro ora è un affare solo umano. Sono la tv e il sistema dei media e della pubblicità che sanciscono la sottrazione alla sfera comune e quotidiana di persone, oggetti e comportamenti, e il loro spostamento nell’ambito mercificato degli assolutamente Improfanabili. Apparso in tv, definitivamente separato da se stesso: come il corpo morto del Papa, che, nel momento stesso in cui viene esposto alla visione globale come un qualsiasi oggetto televisivo, in un sol colpo mette in atto la separazione della morte da se stessa e dal suo fondo di inquietudine, e del corpo sacro dalla sua vecchia, debole e arcaica sacralità.
In quest’ottica, è facile comprendere che la scissione consumistica e spettacolare si spinge ormai a lambire gli stessi contorni biologici dell’esistenza umana, ridotta sempre più a Sommo Improfanabile. Così l’assolutizzazione dei propri falsi bisogni da soddisfare con intensa produttività consumistica, l’ascesa al trono dell’ego e delle sue bassezze, l’immunità perseguita con pertinacia in ogni ambito pubblico e privato, chiamano in causa direttamente il corpo dell’uomo, costretto, in cambio di effimeri godimenti o di illusorie consapevolezze, alla perdita, prima che del suo fine, del bene forse più prezioso: la vita comune e normale.
(Immagine: “Gesù scaccia i mercanti dal tempio”, di Rembrandt – acquaforte.)


Una prima breve riflessione su questo ricchissimo testo.
Qualsiasi discorso sul sacro e sul profano nell’Occidente post-cristiano non può prescindere dal discorso biblico sul rapporto tra Dio e gli idoli o falsi dèi. Nella Bibbia infatti è contenuta una tendenza demistificatrice del sacro che differenzia la tradizione giudeo-cristiana dalle altre religioni antiche.
Il sacro e il sacrificio sono la stessa cosa. Infatti sacrificare significa “fare sacro”. E ogni sacrificio è un atto di violenza. Perciò tutte le religioni sono un tentativo di regolare la violenza mediante il sacrificio. Ma quello di Gesù per i cristiani è l’ultimo sacrificio di sangue. Non ce ne possono essere altri. La violenza dunque nella sfera cristiana sarà solo profana.In un senso ben preciso, il cristianesimo è la fine della religione.
Se il religioso è il porsi davanti a forze avvertite come trascendenti, e negoziare con loro mediante il sacrificio, ciò che nel nostro mondo appare come Improfanabile ha tutti i caratteri del religioso. Si tratta, dal punto di vista cristiano, di un religioso idolatrico. E’, del resto, quasi impossibile che un umano sia davvero puramente ateo. Se non crede in Dio, crederà in qualcos’altro. Ma questo qualcos’altro, in quanto non Dio, assumerà i caratteri dell’anti-Dio.
Vorrei rimandare a due testi pubblicati sul mio sito web: “Dio e il sacro” http://www.bibliosofia.net/files/Dio.htm
e “Moneta di sangue”
http://www.bibliosofia.net/files/Moneta_di_sangue.htm
E’ un testo molto interessante. Sono riuscito a leggere solo l’incipit! Devo stamparmelo e leggerlo con calma. Si evincono la ricchezza di spunti e l’acutezza della riflessione. Ci tornerò presto!
Un caro saluto
De Vivo è persona di grande levatura, sia intellettuale che umana. Con Zibaldoni ho collaborato alcune volte. Bravo Francesco per aver portato un pezzo di quella bella rivista web qui. Poi dirò la mia.
Sottoscrivo il commento di Fabio Brotto.
Il cristianesimo è la fine della religione in un senso ben diverso da ciò che riteneva Hegel o gli hegeliani di ritorno, cioè è la fine dell’idolatria. Questo si paga con la radicale e totale profanità del linguaggio cui non riesce più a sottrarsi nemmeno la liturgia, se esce dalla propria nudità sacramentale e diventa spettacolo. Improfanabile resta l’interiorità, qualcosa che non corrisponde nemmeno al cogito cartesiano (autoappropriazione del soggetto) ma è quel residuo impronunciabile che resiste a ogni oggettivazione, che fonda la dignità spirituale della persona umana.
Il luogo dove Dio mi sta creando.
con la morte di Gesù, la separazione da Dio, in quanto assolutamente altro, inavvicinabile e intoccabile, viene meno. lo scenario che si apre, dunque, va al di là di quel muro, o velo, che costituiva precedentemente la consuetudine dell’esperienza del sacro. la scena della trasfigurazione sul monte è eloquente: i tre discepoli sono terrorizzati dalla nube che li avvolge: sanno di dover morire (hanno “toccato” Dio). ma vengono smentiti: proprio nell’annuncio della morte (parlavano del suo exodos) risulta chiaro che è intervenuto un nuovo tipo di rapporto tra Dio e l’uomo, è venuta meno, appunto, la separazione. la consuetudine di Gesù con i peccatori ed i malati (considerati in relazione a una possibile contaminazione), dimostra che il sacro e il profano sono categorie che hanno subito una decisiva evoluzione. la separazione avviene su un altro piano: non a livello degli oggetti o dei corpi, ma su un piano superiore, quello dello spirito. Gesù che caccia i demoni dimostra che la divisione non è più tra oggetto sacro e oggetto profano, tra corpo sacro e corpo profano, ma tra spirito puro e spirito impuro. ecco, dunque, qualcosa che può essere profanato: lo spirito. il peccato è l’ultima profanazione possibile, in quanto irruzione del male nel luogo deputato al bene. il problema non sta, immediatamente, nel sistema capitalistico, mediatico, pubblicitario. la questione risiede nella personale presa di coscienza che la presenza di Dio è solo nel bene puro e disinteressato: ubi charitas, deus ibi est. l’ultima e l’unica profanazione possibile è l’uomo: destinato al bene, può volgersi al male, rinnegando il bene che vede. per questo la vera azione di una società profanatrice sarà quella di negare la visione del bene, o di corrompere questa visione. cosa che in effetti fa.
fabrizio
Gli “improfanabili” di cui parla De Vivo nel suo saggio, nel solco delle riflessioni di Agamben (e di Nancy, di Latouche, di Benjamin, e dello stesso Ernst Bloch a cui Benjamin, forse, si riferisce, se è giusto il mio leggere, dietro il frammento citato, un richiano al “Principio Speranza”), non sono altro che i “simulacri” di un mondo che ha sostituito la “merce” al sacro, negandone, contemporaneamente, gli statuti di “profanabilità” che lo iscrivevano nella vicenda concreta della comunità. La profanazione di cui si parla, è, come pure è scritto, l’atto politico del futuro: nient’altro che la restituzione del sacro, cioè dell’esistenza, nell’orizzonte di senso che le compete. Un “sacro” che – e questo l’autore lo evidenzia chiaramente – è da considerare nella sua duplice natura etimologica.
Scrivo, e me ne scuso, senza aver prima letto tutti i commenti. Cercherò, appena mi sarà possibile, di essere meno generico e, soprattutto, di coinvolgere l’autore, se riesco a rintracciarlo.
fm
secondo me, Francesco, la profanazione di secondo grado sarebbe inutile se non ricuperasse il senso di quella che resta la profanazione vera. abbattere i simulacri lascia aperto il discorso su quello che resta al di là di essi.
il velo squarciato del tempio,nel momento della risurrezione sta ad indicare la definitiva ri-velazione di Dio nell’uomo Gesù- chi ha visto me ha visto il Padre- e pur vedendo Dio non muore ma ha la vita . ma,innanzitutto chi vede Dio nell’uomo Gesù?
chiunque avrà fatto questo ad uno di questi piccoli l’avrà fatto a me. il sacro è sempre, nella condizione umana, il mistero del Dio che si rivela nel simulacro vivente che è l’uomo. ogni volta che l’umanità è negata, svilita,assoggettata a fini altri che non siano la vita , c’è profanazione; tutto, col cristianesimo, si gioca sul filo sottile del rapporto umano, colui che mi sta davanti è sacro perchè è immagine e tempio del Dio vivente, io stessa sono sacra per lo stesso motivo, e come posso profanare chi mi sta davanti, negando la sua umanità così posso profanare la mia stessa vita.
è vero che il cristianesimo ha annunciato la lacerazione del velo del tempio, e l’irruzione di Dio nella storia, ma tale com-unione è solo per chi vive nell’amore, nel bene.
tutto è pro-fanum- tutto è fuori del tempio se è fuori dall’amore.
la società contemporanea non è figlia del capitalismo a causa dell’incarnazione ma perchè ha distorto i mezzi con il fine,non perchè ha abbattuto il velo che la separava da Dio,ma perchè ha smesso di credere nella sacralità della vita e dell’uomo.
elena f
Ho sentito molto vicino questo saggio di De Vivo, a partire dall’intestazione latouchana.
Ricordo se ne fece cenno un anno fa (forse più) su liberinversi. Quando lo stampai e lo lessi avrei voluto cercare l’autore e baciarlo. Mi fa davvero piacere che Francesco l’abbia riportato.
Senza nessuna pretesa di togliere o aggiungere qualcosa ai vostri interessanti commenti, credo, comunque, che spostare il discorso dall’asse antropologico-politico, nel quale lo scritto naturalmente si pone, a quello teologico-dottrinale, porti su un percorso tangenziale (non per questo meno interessante) rispetto al nucleo centrale del discorso di De Vivo, sulla scorta del testo di Agamben citato: la possibilità di ritornare a declinare tutte le accezioni del “sacro” nella dimensione della “profanabilità”, che, a dispetto del termine (ma basta ricondurlo alla sua area semantica etimologica), gli restituisce la centralità, intesa come pluralità, di senso, la sua posizione insostituibile di nucleo intorno al quale costruire la “comunità a venire” della condivisione. Se il sacro, come possibile, si risolve nella “restituzione” dell’umano all’umano, la profanbilità, allora, non è altro che la sua sottrazione al circuito della merce e alle logiche del capitale.
Il frammento di Benjamin, che De Vivo riporta da Agamben, dovrebbe essere parte di una serie di scritti e di riflessioni incentrati sul tema della “Religione del capitale”, pensieri e frammenti non ancora tradotti in italiano.
Io continuo a inquadrare il senso dello scritto (ma è una mia criticabilissima, e forse arbitraria, lettura) all’interno di un quadro di suggestioni che fanno capo a una rielaborazione di temi e motivi del “Principio speranza”. Sarà, forse, perché da qualche tempo ho ripreso a leggere alcune opere di Ernesto Balducci, in particolare “La terra del tramonto”.
fm
Gian Ruggero, sottoscrivo quanto dici a proposito di De Vivo e di Zibaldoni: una delle poche (o tante, a seconda dei gusti: sempre rispetto al nulla telematico) oasi di pensiero, intelligenza e cultura presenti nei deserti della rete.
fm
Fabrizio, ciò che resta (rispondo frettolosamente alle tue considerazioni al n.5 e 7) è (può/deve essere) il principio di ogni condivisione: l’irriducibilità di ogni forma (parlavo di declinazioni) del sacro alle logiche della merce, id est alle logiche del capitale in quanto sistema che ha come unico fine proprio la creazione dell’improfanabile “assoluto”: la mercificazione dell’umano, la riduzione dell’uomo a idolo senza vita e senza futuro in perenne adorazione di se stesso.
Rompere per sempre, o almeno cercare di incrinare, giorno dopo giorno, questa logica aberrante, è un dovere etico imprescindibile: è già muovere i primi passi verso una società tutta da costruire: e proprio a partire dalla condivisione di quel rifiuto.
E’ una estrema, banalissima sintesi di quello che penso.
fm
Se non ricordo male, quando scrissi questo testo era morto da poco Woytila. Fu la rappresentazione della sua morte a ispirarmi le divagazioni di qui sopra. Mi pare buona la dritta che dà Francesco quando parla del rapporto tra “merce” e “sacro”, che andrebbe scandagliato ben bene, con coraggio. Fin dove arriva la mercificazione? Dove finisce o comincia il sacro? Il funerale di Woytila, appunto, è più merce o più sacro? E se è più merce, o se è merce sacralizzata, perché nessuno riesce nemmeno a dirlo? Perché non riusciamo più a dire le cose più scontate e banali, comuni? Perché, in pratica, non diciamo più niente quando parliamo?
Grazie del passaggio, Enrico. Vedrai che, sicuramente, ci saranno altre cose da chiederti, visto l’argomento.
Un caro saluto, intanto.
fm
la tua è una sintesi che condivido in toto, Francesco.
Enrico, mi domando se davvero fosse mercificazione il funerale di Woityla. o se proprio quella salma, profanata dalle foto dei telefonini e dalla dittatura dei telegiornali, non fosse il richiamo a un mondo contrapposto a tutto questo, che solo dalla morte potesse finalmente pronunciare una parola di giudizio ultimo sull’apparato mistificatorio della società replicante. come se l’unico vivo, in un mondo di morti, fosse lui.
fabrizio
L’altro giorno se n’è andato Baudrillard.
Sono stato un suo lettore accanito, per un po’, ritenendo alla fine che sia stato acutissimo nel descrivere ma non abbastanza radicale nel pensare le radici del moderno. Però ha reso percepibile come pochi la “semiotizzazione del reale” che caratterizza le società del capitalimo avanzato.
Simulacro, merce e spettacolo sono i modi della profanazione.
La resistenza dell’arte, il gesto estremo dell’avanguardia, sono le ultime resistenze che il pensiero ha opposto all’ordine tecnico che ha fatto suo il discorso umano. Non il liberalismo, il fascismo, il socialismo, che hanno costituiscono piuttosto la profanazione dell’individuo, della comunità e dello Stato.
Non il cattolicesimo, che quando esce dal mistero della liturgia e della Parola cerca la profanità negoziale del consenso politico e converte la solennità in clamore mediatico.
Non la cultura umanistica, coi valori di nobiltà e autorealizzazione che hanno accompagnato l’avvento del moderno, ormai tradotti nelle ricette del superuomo di massa.
Oggi che non distingui una bestemmia da uno spot pubblicitario, l’unica controcultura è il silenzio, verrebbe da dire.
E sarebbe così, se uno non avesse fede nel carattere metastorico della Scrittura e del dogma. Non più cultura enfsatica come uno stendardo da ostentare ma arida parola di pietra priva di attrattive per il mondo: impossibile a custodirsi, se non come forma di vita. Dicono che gli ultimi tempi saranno quelli in cui il teologo e il mistico torneranno a riunirsi. Nel martire.
Fabrizio, permettimi di fare l’avvocato del diavolo (e non è assolutamente una stupida battuta) e chiederti: quanti, come te, tra i credenti e praticanti, sono arrivati alla tua percezione di quel “senso ultimo”? e quanti, invece, non hanno fatto altro che contabilizzare il ritorno in chiave di audience, sia pure circonfusa di “mistico”, di quell’esposizione?
Ti passo una considerazione di mia suocera (ottanta anni, cristianissima, analfabeta), che si è rifiutata per settimane di accendere il televisore, fino ad allora sua unica compagnia per buona parte della giornata. Ad una mia precisa domanda, mi ha risposto, nel suo arcaico, e bellissimo, dialetto senza tempo (traduco, anche perché non saprei mai scriverlo): quando mi hanno battezzata, mi hanno dato il segno della vita; io ho pianto tanti morti, ma in silenzio, tra quattro mura, e mai ho pianto quei corpi che ritornavano ad essere polvere, cioè il contrario dell’acqua; quelli là fuori, invece del mistero, stanno contemplando un corpo in disfacimento, rinnegano l’acqua che hanno ricevuto.
E non aveva ancora visto, e non ha mai visto per sua fortuna, le quintalate di foto e di poster (mi è capitato di vedere in giro anche delle magliette!!!) che hanno riempito, oscenamente, giornali e riviste e ogni altro mezzo di informazione.
Il senso di tutto questo, ti chiedo, qual è? E se il sacro fosse nella memoria di mia suocera? Nel rispetto profondissimo che ha, ad esempio, per l’ “acqua”, anche quando la usa per cucinare? E se il sacro fosse tutto nella memoria di chi rispetta l’acqua, e si porta dentro, inconsapevole, tutto il peso e l’eredità di quel simbolo, di cui ignora non solo l’esistenza, ma perfino le valenze più riconoscibili?
Solo domande, per carità: io non ho nessuna risposta.
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Valter, tu dici: “Simulacro, merce e spettacolo sono i modi della profanazione”. Benissimo, magari fosse così: sarebbe più facile, forse, combatterli e distruggerli. Il problema, invece (e questa è la tesi di De Vivo, e in buona parte di Agamben), è che, da “modi della profanazione”, si sono trasformati, per legge interna al circuito della reificazione, in perfetti e assoluti “improfanabili”, occupando (con espropriazione e rimozione a livello subliminale) tutto lo spazio del “sacro”, fino a sostituirlo completamente. Ti faccio un esempio, banale forse, ma che spero renda il senso di quello che voglio dire. Pensa alle stragi di giovani che ogni fine settimana avvengono sulle strade: l’orrore, piano piano, ha ceduto il passo alla loro iscrizione nell’ottica dell’ineluttabile, alla loro considerazione in chiave di routinaria, momentanea ricaduta nel vuoto pneumatico delle nostre vite. Ecco un improfanabile. E gli “alti lai” (l’ipocrisia più totale) che di tanto in tanto si levano, non fanno altro che attestarne la rassegnata accettazione, il loro inserimento, come “pegni” da pagare, nell’autoreferenziale circuito della merce, “sacrifici umani” agli idoli che vegliano sul nostro benessere.
Ecco perché “profanare l’improfanabile” diventa obiettivo etico-politico imprescindibile: cioè restituire la vita alla vita, riportarla all’unica sacralità che (secondo me) le è concessa: quella della vita stessa.
fm
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credo, Francesco, che tua suocera abbia colto qualcosa di molto vicino al vero. io però parlavo dalla parte di Woityla: mi chiedo se non fosse l’ultima testimonianza in forma di saluto, l’ultima presenza di un uomo che ha offerto un corpo, nell’accezione biblica del termine. alla fine non rimane che quello, per poco, a ricordare che occupiamo uno spazio e un tempo, che vanno riempiti nell’unico modo possibile, quello che non sottrae, non deruba, non viola: il dono, voglio pensare disinteressato, in punto di morte.
grazie.
fabrizio
Penso che se il discorso deve essere rigorosamente antropologico (e deve esserlo), si debba risalire alle fonti del sacro. Queste precedono la nascita del mercato e della merce (che propriamente esiste solo là dove vi è circolazione del denaro). Le società arcaiche non conoscono la merce, ma ben conoscono religione, sacrificio e sacro. Ben conoscono soprattutto la violenza, e il problema che questa costituisce per l’umano e la sua sopravvivenza (la nostra è l’unica specie per la quale il pericolo massimo sia rappresentato dalla specie stessa).
Vi è, a mio giudizio, una singolare cecità nel non vedere la centralità del sacrificio, e il suo essere atto violento, al centro di ogni concezione religiosa del mondo (cioè di ogni concezione umana). Ma ciò non è sorprendente, poiché “chi è stato omicida fin dall’inizio” ha sempre mistificato la sua natura presentandosi come benefattore. La nostalgia dell’orizzonte sacro mi appare estremamente pericolosa nella misura in cui oblia il legame essenziale tra il sacro e la violenza.
L’avevo capito, Fabrizio, e ti parlavo, appunto, della tua perecezione di quel “senso ultimo”. Rimane il problema, e non è secondario, dello spettacolo mediatico che è passato e che, personalmente, non avvicinerei mai al “sacro”.
Fabio, tutto quello che dici, da storico delle religioni, è inoppugnabile, ma, ti ripeto, secondo me, non è quella l’intenzione dello scritto di De Vivo, che cerca, con la sua riflessione, non tanto di addentrarsi nella dogmatica, quanto piuttosto di riflettere su un dato, anche questo inoppugnabile, che caratterizza il nostro tempo e lo mina nel profondo, con la sua pretesa di assolutizzare l’effimero, la forma e la merce. Il fatto che io, te e altre cinquanta o mille persone si sia coscienti di questa realtà e si combatta, con le nostre armi, per non essere omologati a quel circuito nullificante, ciò non toglie che la sua logica ha pervaso come una metastasi ogni angolo del mondo che ci circonda.
Quanto poi alla “pericolosità”, ognuno di noi dà al termine il suo significato e il suo orizzonte di incidenza. Per me, ad esempio, è sacro, tra le altre cose, il rispetto per la dignità umana e la libertà, unitamente al riconoscimento sostanziale di ogni forma di diversità: ed è sacra, ancora di più, l’azione di tutti coloro che, ogni giorno, dalla famiglia alla scuola al lavoro, si battono perché quei valori siano riconosciuti, tutelati, difesi. Li sento vicini, fratelli, compagni di “fede”, da qualunque altra fede provengano (è l’ultima delle mie preoccupazioni): perché quelli sono valori umani, di tutti gli uomini, e non si misurano, a mio modo di vedere, sulla base dei dogmi nei quali ognuno di noi può liberamente riconoscersi, o non riconoscersi affatto.
Una buona giornata a tutti.
fm
Ho l’impressione che per procedere con la discussione sarebbe necessario accordarsi su di un concetto rigoroso del “sacro”. Altrimenti oscilleremo tra filosofie varie e alquanto soggettive ed un uso metaforico allargato del termine (che può estendersi ad un “per me la partita di calcio della domenica è sacra”). Il discorso è chiaramente complesso, ma proprio per questo va impostato con rigore: anzitutto avendo chiaro che santità e sacralità non sono la stessa cosa. L’assoluta trascendenza del Dio biblico, che lo rende altro dalle potenze di questo mondo, spoglia questo stesso mondo di ogni sacralità (esso non è più “pieno di dèi come era per i Greci – ed è per questo che i primi cristiani venivano visti come atei)e nello stesso tempo fa sì che Dio si possa manifestare totalmente in un uomo.
Leggo la discussione che si sta sviluppando (raro che in rete si riesca a discettare di “sacro” e “improfanabile” con tale acribia).
Più che di “nostalgia del sacro”, mi sembra che il problema punta ad un altro superamento, più che ad un ritorno. Profanare l’improfanabile non è volontà di un ritorno ad un ordine sacro primitivo, quanto il disincrostare ciò che per suo ordine e costituzione è legato all’utile (con valore puramente strumentale) da false sacralità e, di conseguenza, improfanabilità (che diventerebbero teleologicamente inespugnabili). Si tratta di un passo da compiere avanti, non dietro.
funerale: complesso di atti e cerimonie civili o religiose per rendere ad un defunto gli estremi onori (zingarelli)
dalla definizione asettica del vocabolario, ma non ce n’era neppure bisogno, vediamo che funerale non è un atto necessariamente sacro-separato, tutt’altro esso è un atto civile in prima battuta, dunque un atto della comunità umana, un omaggio, l’estremo saluto, si dice, ad un essere umano che ha concluso il suo viaggio terreno.
so che questo punto costituisce solo il pretesto dello scritto di De Vivo, ma mi sembra opportuno analizzare anche questo aspetto, che in qualche modo è stato considerato pertinente nell’analisi che ne è seguita.
mi chiedo quale fosse il modo migliore per omaggiare il papa. ci ho pensato e ho concluso che qualunque scelta sarebbe stata quella sbagliata .tenere fuori il mondo? farlo partecipe? chiudere il papa in una cripta con quattro frati intorno? i funerali di madre teresa avvenuti in india non hanno avuto un impatto diverso sulla gente, e lì eravamo in un paese ancora non abbrutito dall’occidentalizzazione, non completamente almeno, eppure anche lì milioni di indiani di tutte le confessioni hanno voluto essere presenti per rendere grazie alla “matita di Dio” di un Dio che neppure conoscono.
non tutti coloro che hanno atteso ore solo per vedere di volata il papa defunto stavano lì come ad una scampagnata, c’era gente che ha pregato, gente in silenzio, e anche gente che chiacchierava come in gita.
per me non è il funerale di un uomo pubblico e le reazioni collettive che si sa sono sempre esagerate rispetto alla norma( jung diceva che la folla assomiglia ad un enorme brontosauro stupido, che l’inconscio collettivo attiva atteggiamenti scomposti o incongruenti in persone insospettabili e normalmente compassate) ad essere l’esempio della deriva del mondo, per me la cosificazione del sacro non sta tanto in un evento pubblico di cui ciascuno può fare quello che vuole, davvero non mi sento di dire che fra tutti i presenti, milioni di persone, non ci fosse chi sentiva profondamente quel lutto, e neppure che fossero solo una minoranza. certo nella folla il cretino che fa la foto c’è sempre, e anche il cretino che magari non ci aveva neppure pensato e lo fa solo per imitazione, per suggestione (torna l’esempio di jung). credo però che altri siano i luoghi in cui cercare per comprendere il male del mondo. la desacralizzazione e non l’ipersacralizazione, sta nell’aver ridotto a cosa l’universo, tutto è mezzo persino l’uomo a se stesso. se tutto si riduce a materia, tutto può essere usato, anche l’uomo.
saluto tutti
elena f
Per procedere nella discussione, esiste anche un’altra soluzione, purtroppo sempre meno frequentata e praticata: prendere quel “testo” per quello che è (cioè leggerlo a prescindere dal nostro accordo o disaccordo sulla “sintassi” e il “lessico” utilizzati), enuclearne la tesi e argomentare intorno a quella, in positivo o in negativo che sia. Si tratta, in sostanza, prima di esprimere il proprio parere e le proprie eventuali riserve e osservazioni, di mettere da parte, per un attimo, il nostro universo culturale e prendere atto (il che non significa “accettare”) della “necessità” da cui il testo in esame scaturisce e della logica a cui risponde. Dopo, tutto è possibile: anche smontare il testo pezzo a pezzo, pensiero per pensiero, se ne contiene.
Si evita, ad esempio, di considerare “brutta” una poesia (sposto volutamente il discorso su un altro piano), solo perchè l’autore predilige il verso lungo e la dimensione narrativa e a noi invece piace il verso corto e la sintesi lirica.
Di nuovo buona giornata a tutti. E a rileggerci quando mi sarà possibile.
p.s.
L’esempio della “partita di calcio”, come pietra di paragone, cioè di un effimero assolutizzato a “improfanabile”, rende comunque la misura della tua considerazione di tutto il mio discorso: visto e considerato che quanto ho scritto andava esattamente nella direzione opposta. Ammesso che quando qualcuno parla di “dignità”, di “libertà” e “diversità” fuori dalle coordinate in cui l’interlocutore utilizza questi termini, costui non si senta autorizzato a equiparare quelle parole a chiacchiere da bar. Personalmente, del calcio, miti e riti compresi, non so che farmene.
fm
Mi dispiace molto dell’interpretazione che ha potuto ricevere il mio riferimento alla partita di calcio. Era serissimo e non voleva svalutare nulla. Il discorso appunto è complesso, ed esige anzitutto, direi, reciproca pazienza e ascolto. E anche la disponibilità al momentaneo fraintendimento, da non drammatizzare.
A questo proposito, in questo blog ho notato una grande facilità a volgere le cose nel personale, e a risentirsi immediatamente. Io sono forse una persona poco sensibile e perciò poco portata al risentimento, e questo forse per me qui può costituire un handicap, non so… Su temi come quello del sacro la discussione deve essere serena, proprio (e qui emerge il mio pallino) per la vicinanza tra sacro e violenza.
la pace sia con tutti
Permettetemi una modesta, mia semplice visione della cosa.
L’argomento è ampio e delicato, su questo non c’è dubbio, ma Francesco, nel suo commento al n. 17, ha smosso ogni dubbio.
Ogni atto sacro, deve essere innalzato, tutelato, protetto.
e non buttato in pasto ad occhi che
non sanno più a cosa aggrapparsi.
occhi che non vedono l’immagine, ma la sua diffusione.
il rispetto è nel silenzio, sempre.
La riservatezza non ha più il suo valore, oggi, ma è proprio da essa che nasce ogni forma di dignità.
Riservatezza, come insegnamento, per far si che i nostri figli non si buttino allo sbaraglio, non si lascino ingannare dal mondo.
Vi abbraccio
carla
Discorso interessante, come altri di Enrico De Vivo, che non conoscevo e di cui qualcuno sono andato a leggere proprio oggi su “Zibaldoni”.
Il diventare improfanabili dei modi della profanazione mi pare collegabile al discorso sulla fine dell’esperienza che lo stesso Agamben faceva già alla fine degli anni 70 in “Infanzia e storia”.
Da questo punto di vista, profanare l’improfanabile mi pare voglia dire creare nuove possibilità di fare esperienza. Qualsiasi esperienza. Perché è questo che mi pare in gioco.
FABRIZIO, io non parlavo del funerale di Woytila in sé, ma della sua rappresentazione mediatica. La rappresentazione della morte di Woytila è avvenuta pari pari secondo le regole e gli artifici del sistema della mercificazione e della pubblicità, precisamente in linea con lo spirito del tempo. Ma questo è un punto di partenza del ragionamento, non di arrivo. Il punto di arrivo è tutto da immaginare. Mi piace molto quello che sostiene VOCATIVO, e cioè che tutto il discorso sulla PROFANAZIONE DELL’IMPROFANABILE non è una discettazione nostalgica: è piuttosto un passo avanti, o perlomeno un tentativo di un passo in avanti, e il modo in cui Agamben dice certe cose (che non a caso vanno a parare verso una critica del sistema del turismo e della museificazione globale) è da tenere ben presente, altrimenti si rischia di scambiare un discorso d’avvenire con un rimpianto del bel mondo che fu. Mi viene in mente, allora, che un lavoro interessante potrebbe essere quello di allestire un elenco di IMPROFANABILI che abitano la nostra vita, e partire dalle possibilità di una loro profanazione per cominciare a instaurare un Regno della Prassi Felice. Ciascuno potrebbe elencare un IMPROFANABILE e pensare, contestualmente, il MODO GIUSTO per PROFANARLO, cioè per restituirlo all’uso comune, alla sua umanità o naturalità. Oggetti Improfanabili spuntano ormai ovunque: Turismo, Museificazione, Pornografia, ma anche Letteratura, Cultura, Politica, Democrazia – la “religione della disperazione” alberga dappertutto, perché dappertutto ci sentiamo colpevoli e tristi per quello che facciamo, qualsiasi cosa facciamo. Siamo dèi che non credono più a se stessi, mortali ed effimeri per giunta (oltre che chiacchieroni). Da questo punto di vista, l’ACQUA della suocera di Francesco mi sembra una immagine di una acutezza filosofica rara, non tanto perché fa riferimento al “passato” ma perché va oltre il visibile, oltre quello che vogliono farci credere tutti giorni che sia la “realtà”. Ecco, io credo che modi di vedere e raccontare di questo tipo siano fondamentali per scardinare e riordinare il mondo che ci sta intorno, prima che sia esso a sradicare e riordinare (rimettere in ordine, in riga) noi.
allora su questo ci troviamo…
Fantastico!
sono queste le cose in cui credere, fermamente!
Un improfanabile? L’opinione.
Io ho la mia opinione, tu hai la tua opinione. Guai a parlare di verità, di CIO’ CHE E’ oltre che di COME MI SENTO.
Enrico, parli di qualcosa che va oltre il visibile. come lo definisci, questo? più giù puoi trovare la “Terza risposta di Vito Mancuso” (la cito così perché diventa più facilmente reperibile), in cui il teologo spiega perchè il termine spirito è ancora oggi valido. a mio parere, un modo per uscire dall’impasse è riconsiderare quella questione, che non si è chiusa, come alcuni sostengono, con Kant; il quale, al contrario, l’ha riaperta definitivamente e lanciata verso il futuro nel momento in cui afferma che “c’è qualcosa” nell’uomo che supera la necessità e fonda la libertà; qualcosa che lui non definisce, ma che ancora oggi potrebbe chiamarsi “anima”, o, in un’accezione più specifica, “spirito”. l’unica realtà, probabilmente, che può scardinare quello che tu definisci “l’improfanabile”. l’unica realtà sacra.
fabrizio
D’accordissimo sull’opinione, sarebbe un bell’inizio – quindi studiare ad esempio i modi di espressione nei blog. Anche se non so se l’opinione sia in relazione con CIO’ CHE SENTO, che è sacrosanto sempre. A me sembra piuttosto da collegare a CIO’ CHE PRETENDO (di essere, di rappresentare, etc), quindi a una certa procedura assolutistica del pensiero, etc.
Quello che io intendo con l’espressione “oltre il visibile” è qualcosa di molto poco trascendente e di molto poco separato (sacro): è il mondo del sogno e dell’immaginazione, che sta nell’aria e nel pensare comune universale.
Direi che l’opinione è la pretesa di identificare ciò che sento, ciò che mi appare, con l’unica verità possibile. Il mai detto dell’opinione è che essa è, quando non pura ingenuità, un ostinato rifiuto di autotrascendere la propria limitatezza. Il risultato è la rimozione di ogni differenza e gerarchia tra soggettivismo e oggettività, tra il particolare e l’intero.
Ed ecco un altro improfanabile: la democrazia da strumento di identificazione del consenso politico a regola di vita, la qualità ridotta a media statistica, numero.
se il sogno e l’immaginazione sono l’unico oltre allora rassegnamoci
c’è gente che riesce a sognare solo di vincere i gettoni d’oro di rai uno oppure di diventare una star, e quando fa questi sogni riesce benissimo a vedersi finalmente ricco, e famoso e immagina che quella sia la felicità.
se poi quello che sente (l’opinione) è sacrosanto allora se sente che la felicità sta lì, nei soldi, nei viaggi o nel successo perchè dovremmo dire loro che non è vero che devono sognare altri sogni, che la realtà è altrove? dove?
così non si esce dal groviglio
saluto tutti
elena f
anche per me il sogno è poco, Enrico. nel senso che il lavoro va fatto pure sul sogno, in ogni caso. ed è il lavoro su di sé che decide tutto. in questo senso concordo pienamente con Valter. ugualmente, l’opinione è qualcosa su cui bisogna lavorare, altrimenti rimane sul piano della necessità. simulacro anch’essa e improfanabile.
fabrizio
Grazie, Enrico, di aver apprezzato il mio commento.
L’idea della democrazia come improfanabile mi sembra la vetta estrema in Occidente. Almeno, di questa democrazia. Credo che essa finisca per raccogliere un po’ tutti gli improfanabili…
È proprio curioso come un’espressione chiara, e che tra l’altro ho imparato da un’amica etnografa che studia (anche) i processi onirici e le malattie mentali di certe popolazioni africane, risulti equivoca e venga ingenuamente fraintesa (altro improfanabile, dunque: il linguaggio delle idee chiare e distinte, tutti i “discorsi scientifici”, etc.). “Oltre il visibile”, se andate a rileggere più sopra, io lo riferivo in opposizione a ciò “che vogliono farci credere tutti giorni che sia la realtà”, e quindi anche al mondo mediatico (ma non solo). Per me, infatti, non c’è alcunché di “invisibile” in quel mondo, in QUESTO mondo – anche se, in quello che sentono le persone che con quel mondo, con QUESTO mondo hanno a che fare quotidianamente come spettatori consumatori etc., io non credo che non ci sia niente, che ci sia solo vuotezza o insignificanza. Anzi, per me nella gente che vive e che respira, comunque e dovunque essa sia, c’è sempre tutto l’universo possibile e invisibile. E’ da questo che io partirei sempre: dal senso comune e dal comune vivere e sentire. Profanare, non dimentichiamolo, consiste appunto nel restituire alla vita, nel salvare ciò che la religione si è preso, ha separato, ha perduto (“religio” viene da “relegere”, dice Agamben, nel senso di rispettare e fare attenzione – “rileggere” – forme, formule e ritualità imposte dalla separazione tra sacro e profano). Per questo motivo, dico anche che il mondo dei sogni e dell’immaginazione – del “non visibile” – va preso così com’è in toto, senza fare distinzioni e senza pretese intellettualistiche o egemoniche. Il mondo del sogno è l’unico che porta alto il vessillo della profanazione, l’unico in cui, almeno fino a oggi, non si è riusciti a fare irruzione con le tecniche della religione della disperazione. Insomma: l’unico mondo ancora veramente da esplorare, da visitare con viaggi organizzati, da immettere nella nostra scrittura e nei nostri discorsi con fiducia piena.
“la schizofrenia è un’esperienza psicotica che si manifesta con una mutevole configurazione sintomatologica e clinica e con una oscura fondazione genetica (causale)
l’articolazione fenomenologica del discorso consente di cogliere l’esperienza psicotica e quella schizofrenica in particolare, nella sua significazione umana e nel suo orizzonte di senso: come una fra le altre umane possibilità del mondo-della-vita nel senso di H.Husserl.l’esistenza schizofrenica si costituisce allora nella sua controrealtà portatrice di significati e riscattata da ogni reificazione naturalistica: nella sua dilemmatica realtà e nella sua dolorosa capitolazione:
era già il tempo dei ricordi
il mio spirito come un granaio
forconi sul fieno
pannochie ai muri
acqua lenta di rogge
in respiri di nebbia
brughiera azzurrognola
e i giorni se ne andavano…
intreccio di arbusti da ardere.
vegliavo
nelle notti piovose e senza astri
e il chiaromi trovava
umile e vinta
il viso asciutto da un pianto senza dolore.
e vita senza rimpianti
aspettavo
nel tempo.
poi sei arrivato tu
niente amore ,che vuol dire niente di niente
ma io ti ho dato la mano
tacita preghiera perchè tu restassi.
… da tempo so il sapore del mio pasto frugale.
si tocca il fondo
quando si diventa indifferenti
anche al proprio dolore.
quando ci si aggrappa alla morte
per ricevere un po’ di affetto
postumo
qundo non si ha più niente da ascoltare,
niente da dire, più niente da vedere.
qundo una bocca parla
e non se ne sentono i suoni.
quando l’indifferenza
ti strappa alla vita
negli acquitrini del nulla.
quando il disgusto è tanto forte
che non da spiegazioni.
qundo il dolore tace sommesso
e annientato dal suo stesso silenzio
diventa come pietà
quando hai le braccia distese
e non sai che fartene.
quando le lacrime si sono come rapprese neglio occhi
quando quell’urlo di disperazione
è diventato afono
e tu gridi, gridi
ma non ti sentono.
ma continui a sprecare la tua lealtà
e aspetti nel tempo con umiltà
(dal caso clinico di margherita in E. Borgna, come se finisse il mondo, feltrinelli)
apparentemente poesie di una persona normalmente ispirata questi sono testi di una ragazza schizofrenica morta suicida.
il mondo onirico di questa donna era diventato l’unico mondo possibile con alcuna relazione al quotidiano vivere, alla possibilità di una comunicazione interpersonale.
pensare che il sogno sia ormai l’unica realtà ci pone nella situazione di chi per toccare il reale ha bisogno di una dissociazione della personalità. non mi pare una buona prospettiva.
il testo citato ci dice chiaramente che il sogno non può essere esplorato senza i criteri di un io cosciente sufficientemente in grado “di tornare dagli inferi”. indire viaggi turistici nel mondo dei sogni non è affatto un’operazione da intraprendere alla leggera. la psicanalisi insegna quanto il mondo infero- onirico sia carico di pericoli per chi vi si accosti.
se lei parla di un approccio quotidiano ai sogni allora bisogna prendere seriamente in considerazione che proprio con i sogni ed il mondo onirico l’uomo non ha ma avuto un rapporto “naturale”, semmai religioso-simbolico, tanto che in alcune tribù vi è ancora lo sciamano unico ad avere un “potere” sui sogni; jung diceva che in alcune tribù addirittura era l’unico ad avere il diritto di sognare”.
per quel che mi riguarda il lavoro con i sogni può essere intrapreso solo attraverso un rapporto consapevole con la valenza intrinseca del sogno stesso pena il rischio di rimanere impigliati nelle maglie della perdita di contatto con il reale.
saluto tutti
elena f
Giusto Elena: altro il reve, altra la reverie.
Ma alla nota psicologica ne aggiungo una sociologica.
Propongo di distinguere l’immaginazione creatrice dall’immaginario. La prima è il soggetto che trascende i limiti del dato, il secondo è il deposito dei suoi prodotti, a partire da cui si fabbrica merce e spettacolo.