CESARE
Cesare viene la sera, e si siede sulla strada.
Cammina male, perché è zoppo,
ha una zampa rattrappita
perché è stato bastonato dal padrone.
Adesso non ha padrone,
vaga qua e là per il paese,
penso che gli diano da mangiare
perché non chiede niente, si mette lì seduto
e sta buono.
Ha degli occhi così tristi
che, se lo guardi, ti viene da piangere.
Forse ha delle zecche, e così non lo tocchiamo
ma lo vorremmo accarezzare
e lo vorremmo stringere a noi
da quanto è bello, e buono,
e vorremmo dirgli: Cesare,
non sei solo a essere abbandonato,
anche noi, anche se non sembra,
tutti noi, lo siamo,
e vaghiamo qua e là per il paese,
ci sediamo in mezzo alla strada
e quando passa una macchina
ci alziamo lentamente e ci scansiamo,
trascinando la zampa rattrappita,
senza protestare, senza dire niente.
(da “Attorno al fuoco”, Avagliano, 2006)
Amore mio, ti prendo in braccio
e ti stringo forte,
poi ti bacio
e ti sollevo in alto
poi ti tengo a me accanto
mentre ti addormenti.
Tu mi chiami
e io ti racconto una storia
poi ho paura che vai via
e ti stringo forte.
Vorrei che i tuoi giorni
fossero sempre accanto ai miei,
che tu non stessi lontana
ma che vivessi con me,
che il nostro tempo scorresse insieme,
che fossimo come due fiumi
che scorrono vicini
e poi si congiungono in uno.
(da “Attorno al fuoco”, Avagliano, 2006)
Andando al cimitero oggi, con la nonna Gio e Domi,
pensavo: ci dobbiamo venire tutti qua prima o poi.
Poi vedendo un lato nuovo di tombe Damiani di un nostro parente
ed essendoci ancora qualche posto vuoto
Giovanni ha detto: “Io vorrei essere sepolto qui”
e io ho pensato tra me: non sai quanto costa
una tomba come questa,
neanche essere seppelliti come vorremmo
ci possiamo permettere,
e poi avrei voluto dire a tutti e due:
bambini, anche se le nostre tombe saranno disperse,
anche se i nostri corpi saranno lontani
ci rivedremo tutti quanti nel cielo,
tutto quello che è stato, il nostro amore infinito,
non un solo giorno è perduto,
non un solo istante, anche quelli che non ricordiamo,
di tutti ci ricorderemo.
(da “Attorno al fuoco”, Avagliano, 2006)
EROI
Bambini, voi siete stati qui chiamati per compiere
un atto eroico, che è la vita.
Comunque voi la viviate, siate forti o deboli,
o vili o coraggiosi, voi sarete eroi
che compiono l’atto supremo, e s’immolano nel sacrificio.
Quando voi salterete nel vuoto, io non ci sarò.
Nell’atto eroico, infatti, sarete soli.
Ma questo dobbiamo dire: vi ho fatti io?
Di certo io non sarei stato capace di farvi.
Da dove siete venuti, ecco lì, quel luogo
è quello che vi aspetta dall’altra parte.
Infatti è certamente così, e non può essere che così.
Chi ha avuto la capacità di farvi
quello anche sta di là mentre voi saltate.
Così come v’ha fatto venire
vi tiene mentre voi volate.
Io non ci sarò perché anche me egli tiene
e mi porta dove vuole.
Mi afferra e mi porta nel luogo dove vi ha generato
e dove vedo i vostri visi,
e vedo le tue gambine, Domitilla,
che salteranno nel vuoto,
e la testa di Giovanni col capo chino
che non mi guarda.
(da “Eroi”, Fazi, 2000)
Papà, ma è vero che in Paradiso gli alberi non ci sono?
No, in Paradiso gli alberi ci sono. E come potremo stare senza gli alberi?
(da “Eroi”, Fazi, 2000)
Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.
(da “La miniera”, Fazi, 1997)
Ripenso adesso a come amai interamente
quand’ero ragazzo,
e a come ero sicuro che il mio amore era un angelo,
a come anch’io ero un angelo,
a come eravamo uguali
(ma lei era più uguale di me).
E adesso non dico: tutto questo è falso
perché la vita è diversa, la vita mi ha cambiato;
adesso invece dico: era tutto vero.
Nasciamo angeli e interamente amiamo,
con tutto il cuore del nostro amore ci innamoriamo
come dei bambini che non conoscono il mondo
e interamente moriamo.
(da “La miniera”, Fazi, 1997)

Tre libri che posseggo e che ho apprezzato. Tra costruire e distruggere esiste la terza via, la via Damiana, quella della “struggenza”.
Ciao.
L’immagine del cane di strada mi è cara, mi ricorda molte cose, tra cui un racconto bellissimo di Rigoni Stern, a cui questa poesia sembra rispondere, come ad affermare che i temi che abbiamo dentro, ciò che ci è necessario, è riassumibile in poco, nonostante la voce plurale. Da bambina nella mia strada girava questo cane nero, Toby. Aveva la padrona, ma poiché era un cane estremamente docile se ne stava libero per il quartiere, noi lo chiamavamo e giocava con noi. Io che avevo solo un esercito di gatti, lo adoravo. Pensavo che Toby ci capiva più a fondo degli adulti. Non perché gli animali siano migliori. Sono solo più simili alla vita.
Gli alberi. Su certe isole non crescono o sono solo arbusti. Le Aran, le Orcadi. (per me sono sempre isole del nord). C’è il vento. Allora noi stiamo in piedi con i capelli arruffati, assomigliamo noi stessi a strane piante vestite. Non esistono luoghi senza alberi.
Sul fatto di amare interamente – non so se davvero succede. Morire interamente sì. Wordsworth, quando lo leggevo a scuola, scriveva che i bambini sentono interamente, perché sentono nel sangue. Non distinguono tra loro e il mondo. Nell’amore questa distinzione c’è – ed è la cosa per cui ci si strugge, rubando la parola a Tramutoli.
Però è un augurio, questo sì, che si possa o si sia amato del tutto.
Grazie a Damiani per questi versi. E buona giornata a tutti, la mia in ritardo inizia ora.
Caro Damiani,
sono un “ragazzo” di gusti difficili. Ma di questi splendidi versi ti ringrazio: “…ci alziamo lentamente e ci scansiamo, / trascinando la zampa rattrappita, / senza protestare, senza dire niente”.
Mi hanno dato una vera emozione, come solo i veri poeti sanno dare.
molto belle e intense.
“Amore mio ti prendo in braccio”
è di una tenerezza che commuove.
Non ti dico che sei il poeta più grande di questo e di quello, tutte cazzate:
ti dico che sei capace di parlare a quella parte di me più scontrosa e altera, e scioglierla nella compassione per l’uomo
Ti abbraccio
difficile è capirsi. è più facile intuire. ma l’intuizione raramente passa da un capo all’altro. si blocca dove trova un ostacolo, indietreggia. un incontro mancato è un’incapacità di saltare al di là, perché troppe volte ci hanno fregato. in questi versi sembrerebbe che andare al di là, per una volta, non ti freghi. come se qualcuno avesse giurato, per una volta, fedeltà.
ciao, Claudio.
fabrizio
Non disponendo di bambini, non pensando di costoro soltanto – e da leguleio formalista – che solum puero maxima debetur reverentia, trovo questi versi impeccabili ma troppo dichiarativi. Non ama il nascondimento la poesia, al modo della natura giusta certi presocratici? Qui nulla è nascosto, tutto invece dichiarato.
Nota per Choukhadarian:
nascosto, non dichiarato, forse anche propriamente mistico e non dichiarabile, è il movimento di conoscenza che regola i gentili ribaltamenti che sono in queste poesie, l’intimità del loro senso. per esempio:
“come su un sentiero che prima
sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.”
perché “era piano” quel sentiero della morte, “invece”? questo non è dichiarato, non è dichiarabile forse. e così nella natura dei presocratici sono le cause ad amare il nascondimento, e non certo i loro fenomeni.
e qui anche:
“non sei solo a essere abbandonato,
anche noi, anche se non sembra,
tutti noi, lo siamo,”
come è dato conoscere questa verità, “anche se non sembra”?
saluti,
lorenzo carlucci
Nasciamo angeli e interamente amiamo,
con tutto il cuore del nostro amore ci innamoriamo
come dei bambini che non conoscono il mondo
e interamente moriamo.
di questi versi posso dire solo grazie
elena f
si Elena,
è proprio così.
hai colto i versi giusti
io ora li sento pienamente!
Grato a Lorenzo Carlucci delle notevoli précision. Chi fosse tra i presocratici, a me peraltro non specialmente cari, ad asserire che nascimento ama nascondimento (così una molto diffusa, altrettanto bislacca versione di Parinetto) è cosa nota. Da prima di Socrate a, diciamo, anche soltanto Leibniz, tanti hanno ragionato su argomenti affini e in modo più convincente, almeno ai miei parametri di ex teorico analitico del diritto.
caro choukhadarian, non capisco se il tuo messaggio contiene un’obiezione a quello che ho scritto (e nascimento è origine e origine è causa) oppure no.
d’altra parte non volevo dare vita a una discussione filosofica ma soltanto indicare – contra choukhadarian – quanto di non dichiarato c’è nella poesia del damiani.
saluti,
lorenzo
Gentile Carlucci, non conteneva il mio fioco ragionamento nessuna obiezione. Sono, ribadisco, di scuola kelsenian-bobbiana, non ho i mezzi né, a dirla tutta, stasera nemmeno il tempo tecnico per una discussione tale quella che con te e altri qui sopra varrebbe senz’altro la pena di affrontare.
Credi alla sincera ammirazione di uno che, nella vita, con ogni evidenza è costretto – o no – a occuparsi d’altro.
Che bello rileggerle insieme, e scelte da te, Claudio, queste poesie!
Tutta l’umanità di una vita, la tua, e dell’esistenza, si fanno avanti, e chiacchierano, passeggiano (delle volte cinguettano persino, io amo l’essere ingenui, quando vero).
Quanto tempo è trascorso da “Braci”? tantissimo e nessuno, hai ragione a parlare di angeli, e tu sei più o meno quello di allora(con gli scomparsi, anche).Io le chiamavo “grida innocenti di bambini, vasti e coscienzos, lenti ed esposti, da un sogno e una veglia non issati, e fermati dalla porta della storia.. ho traslato,da mie “Le moradas” del ’96, scritte mentre mi nasceva la figlia, mi ricordavo della giovinezza e dei suoi “invisibili” ..
Nelle domande dei tuoi bambini si sono specchiate le tue, ci pensi.Sembra tu partecipi a quella che io sento opera necessaria, “arare” il tempo, così come si ara lo spazio;
così ti scrivo mie versi, che ti dedico, da “Estranea (canzone)”, di anni fa.
“La sensazione del tempo che passava/ nello spazio e lo lisciava(lo/ pettinava e arava a lungo)/permase rimase, diveniva cosa/tangibile in altre cose, in nuova vita:/ semplicemente senza quel foco/quella incantevole tenera e scintilla/lei non avrebbe.”
Quel foco va tenuto vivo, anche la Rosselli lo vegliava.
Stai bene, Claudio.
Maria Pia Quintavalla
Sguardo pulito, sentimenti veri e profondi, poesia in qualche modo, a mio avviso, necessaria.
Questa chiarezza mi sembra il risultato del lavoro dell’uomo e del poeta, un’opzione esistenziale e una scelta di poetica. Ma non le mancano le giuste ombre, le domande.
“Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni”
mi ricorda, su tutt’altre sponde, Kenko Yoshida:
“Noi apprezziamo l’esistenza proprio perché è precaria”.
In queste poesie mi sembra costante un dialogo con il tempo e l’eterno.
Caro Claudio,
colpito al cuore dalla bella poesia dedicata al randagio Cesare, ti ho dedicato sul mio povero blog (pubblicità !!!) una lirica di Leonardo Sinisgalli che parla di Bianchina, la seminapulci slava, ideale compagna del caro Cesare.
Ottima la scelta di iniziare con Cesare questa breve silloge tratta dai tuoi libri. Ci sono dei momenti poetici che non potrebbero appartenere ad altri e Cesare è fra questi. Se mi dovessero domandare com’è Claudio Damiani risponderei : per quel poco che lo conosco è…come le sue poesie.
Un caro saluto dall’isola
Sandra
Cari amici vi ringrazio tutti, le vostre parole mi commuovono e mi danno forza, sono un solitario un po’ pazzo e bastian contrario, bisognoso di comprensione, solo apparentemente tranquillo, come Cesare.
Un abbraccio
Claudio
Un’ottima scelta, un bel presentarsi.