La cornice che scompare due volte

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Voglio presentarvi questa pagina di Ernst Bloch (da Tracce, trad. Grazia Boella, Garzanti, Milano 1994). Nella vita è spesso questione di sliding doors. Vi sono poi porte da non aprire che fatalmente ci attirano, ed altre che lasciamo chiuse, di cui ignoriamo i tesori che custodiscono. Se sia più tragico passare accanto alla felicità ignorandola o entrare in una infelicità di tutta la vita non è chiaro. Ma è certo che la vera vita è sempre altrove. E spesso questo altrove è, come qui in Bloch, fiabesco. L’altrove di Rudolf è massimamente vicino e massimamente lontano.

“Portami con te” – questo desiderio non è solo dei bambini. Chiunque voglia continuamente espandersi e mutare non può non essere preso da questo desiderio. Già un bicchiere, nella sua modestia, attira a partecipare della sua chiarità, a votarsi al vino che è in esso. Anche i quadri sono bicchieri riempiti in modo estremamente particolare, bicchieri che lo sguardo beve, in cui lo sguardo penetra e forse talvolta non solo come sguardo. Cosicché l’orlo – che qui è la cornice – sembra scomparire. Certe leggende cinesi fanno svanire i loro personaggi, quando muoiono, nell’immagine e talvolta anche nella poesia. Questo è certo il più strano oggetto del desiderio che si conosca nella sfera della pittura e della poesia. Dalle nostre parti, simili favole sul “portami-via-con-te”, piene fino all’orlo, sono appena conosciute e solo nelle imitazioni, tranne una, di cui si dirà subito. Si basa su un vecchio motivo, che si riallaccia tra l’altro alla felicità del sogno e del risveglio. Anche Paul Ernst conosceva questa storia, ma non ne ha colto il vero significato. E una storia che non raggiunge certo il livello delle leggende cinesi, ma in cambio ripristina la normalità, per così dire.

Un giovane – così si narra – tornava a casa dall’Università per parlare con la sua fidanzata, che non amava più alla follia. Dopo il pranzo, sedeva solo nella stanza dei genitori, guardando davanti a sé. La fidanzata chiamava da fuori, tutti erano pronti a partire, lui che faceva? Ma lui non aveva alcuna voglia della gita in campagna, oggi meno che mai. Furiosa, la ragazza sbatte la porta. Ma Rudolf non sentì alcun rumore, poiché, per la prima volta da tanto tempo, dalla sua fanciullezza, osservava con attenzione il vecchio quadro sulla credenza. C’era un parco rococò, con dame e cavalieri che passeggiavano, e sullo sfondo, seminascosta dalle cime degli alberi, una residenza di campagna, con alte finestre che arrivavano a terra e un cancello dorato. A un incrocio delle vie del parco stava una dama tutta sola, teneva in mano un foglio o un fazzoletto bianco. Fin da bambino, Rudolf non aveva capito se la donna stesse leggendo una lettera oppure tenesse in mano un fazzoletto per asciugare le lacrime. Adesso si avvicina al quadro, e mentre s’immerge nei colori e nelle linee i signori e le dame cominciano, d’un tratto, a muoversi piano piano davanti a lui; lui stesso muove dei passi, sente la ghiaia fine della strada e va verso la dama che sta immobile guardando verso di lui. E ora, di colpo, lo sa: lei sta leggendo una lettera, una lettera che lui le aveva scritto molto tempo prima. “Finalmente sei venuto, amore” lei grida, facendo cadere la lettera. “Ti ho atteso senza posa, scrivevi che saresti venuto; ma ora sei con me e tutto va bene”. Si baciarono e si persero nel folto del bosco. Quando venne la sera, tornarono al castello dov’era imbandito un sontuoso banchetto. Dame e cavalieri salutarono il ritorno dei castellani e presto gli amanti riposarono in una stanza tutta adorna. Il canto degli uccelli risuonava nei loro sogni mattutini, e così trascorsero molti giorni e molte notti illuminate dalla luna cangiante. Giochi, banchetti, giornate di caccia, conversazioni pensose facevano scorrere velocemente il tempo; gioia e festosità giovanile erano finalmente tornate a rallegrare quelle stanze rimaste a lungo silenziose e deserte. “Tutto ti appartiene” gli aveva detto la bella dama. “Solo, non puoi aprire una porta se non vuoi perdere tutto, se non vuoi che io perda tutto”. Ma in un silenzioso pomeriggio il castellano stava appoggiato alla finestra, nel corridoio, e guardava giù in giardino, dove il fogliame cominciava a cambiare colore; d’improvviso gli sembrò di essere chiamato, chiamato con un nome che oscuramente conosceva e che però non era il suo. La voce sembrava venire da una camera in cui non era ancora stato. Aprì la porta, la stanza era completamente vuota, ma la voce sembrava uscire dalla parete, da un ritratto appeso alla parete. Il castellano si avvicinò e vide una camera dipinta, come la voce che lo chiamava, aveva qualcosa di oscuramente noto. I mobili lo guardavano come da tempi lontani. Il quadro mostrava sullo sfondo, sulla parete della camera che vi era dipinta, un altro quadro; il vocio, però, proveniva dalla porta dipinta. Rudolf ascolta sempre più stupito: ed ecco che si trova in mezzo alla stanza dei genitori, la porta non più dipinta si spalanca e la fidanzata grida: “Rudolf, quando vieni, quanto devo ancora aspettarti? La carrozza è già pronta! Vuoi farmi perdere tutto il giorno per colpa dei tuoi capricci?”. L’uomo ebbe solo un lieve trasalimento, poi prese la mano della fidanzata e insieme con lei si avvicinò al vecchio quadro. “Taci! Non vedi che piange? Quello è un fazzoletto, non una lettera”. La fidanzata non ha certo compreso il senso di questa esclamazione, la passeggiata in carrozza del sognatore dev’essere stata indubbiamente strana.

Fin qui il racconto fiabesco non ha niente di speciale, ma è a doppia porta. L’ultima frase di Rudolf è piuttosto sentimentale, ma fornisce il qui- pro-quo: il binomio fazzoletto-lettera appartiene a questa struttura che già di per sé è artificiosa. Ma vi rientra anche e significativamente una cosa più attinente, una cornice che scompare due volte. Prima la cornice del quadro con il castello, nella stanza dei genitori, poi la cornice del quadro con la stanza dei genitori nel castello. Del resto, il castello si trova molto rimpicciolito anche all’interno di se stesso, cioè sulla parete dipinta della camera dipinta nella stanza proibita. Oltre al motivo cinese – l’entrare nel quadro – si possono così anche notare i giochi di scatole giapponesi negli specchi che riflettono se stessi (ma si può pensare alla “Singolare storia di fantasmi” nel Tesoretto dell’amico di casa renano di Hebel, in cui l’almanacco è appeso al camino con una corda, di modo che il signore potrebbe quasi leggere la propria storia, che sta giusto vivendo, ancora una volta con dentro il camino e l’almanacco dell”‘amico di casa” appeso, riflesso all’infinito). Nondimeno, il viaggio di Rudolf in cerca di una sposa fa prevalere il motivo cinese dell’entrare nel quadro; almeno all’inizio, perché poi viene abbandonato tanto più coscientemente. In effetti, l’entrata nel quadro prima viene compiuta poi revocata, per cui la cornice, sparendo due volte, finisce per trasformarsi in una sorta di porta girevole.

Ma questa dove conduce? Certo a un bene di proprietà del senso poetico, anche se non è chiaro dove si trovi quel bene. Qui comunque, in questa storia a spirale, il visitatore è respinto di nuovo indietro, resta semplicemente sfiorato dal sogno. La vita quotidiana si riprende Rudolf e purtroppo nella fiaba è questa la cosa più giusta. Sempre che lo sguardo d’argento che egli aveva rivolto alla donna, alla figura in attesa, non venga preso per moneta contante che non vale ancora.

8 pensieri su “La cornice che scompare due volte

  1. Roberto Rossi Testa

    Caro Fabio,
    post bello e opportuno.
    M’induce una riflessione che forse non riguarda me soltanto: dov’è che siamo a casa? C’è veramente un luogo, al di qua o al di là delle cornici, in cui possiamo dirci veramente a casa?
    Sono sicuro che per molti il problema non si pone, mentre per altri sì, ed è forse irrisolvibile.
    Un saluto,
    Roberto

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  2. antonella

    non penso sia una porta girevole ma una porta che si è chiusa per sempre a chi è già entrato e poi uscito, giacchè la dama ora e con certezza ha in mano un fazzoletto e non più un qualcosa di bianco che non si capisce se sia una lettera o un fazzoletto. poi mi chiedo anch’io, come Roberto, qual è la vera casa, la realtà. bel post. grazie. a.

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  3. Roberto Rossi Testa

    Cara Antonella,
    non la realtà ma la Realtà. Credo faccia differenza.
    Un saluto,
    Roberto

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  4. paola

    @Antonella

    “giacchè la dama ora e con certezza ha in mano un fazzoletto e non più un qualcosa di bianco che non si capisce se sia una lettera o un fazzoletto”

    bello.
    non lasciare si perda.
    paola

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  5. Carla

    ce ne sono di spunti interessanti in questo scorcio reale ricco di “figure d’altri tempi”…
    La cosa che più mi affascina è l’intrepretazione dei simboli, per ognuno diversa.

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  6. paola

    @Antonella

    ma veramente?
    pure allibisco.
    eh.
    ciao
    paola

    ps: comunque nei commenti spesso lasci e lasciano pensieri e forme o metafore belle
    forti metaforti. si

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