LINGUA E LINGUAGGIO

La novità di Braci fu nella lingua. Parola e concetto allora inusati, e tuttora credo da spiegare e chiarire. Ciò che univa i poeti di Braci (e ciò che unisce ancor più quelli che, chiusa la rivista, hanno continuato con rinnovata fede e rigore nel cammino intrapreso) era non una poetica comune (che sarebbe come dire un’ideologia), ma una lingua.

La lingua è il corrispondere delle parole alle cose. Quello che Confucio chiamava “raddrizzamento dei nomi” o “sincerità”. L’ideologia è il non corrispondere tra la parola e la cosa. Si capisce subito che quella della lingua non è una questione formale. Per Confucio la parola “sincerità” ha un significato molto diverso da quello che le attribuiamo noi moderni. Come l’oro della “mediocrità” di Orazio, il fuoco puro sfavillante, per noi altro non è, appunto, che mediocrità. Dice Confucio: “Se non ci fosse la sincerità, non ci sarebbero gli esseri”.
La sincerità è dare, a una data cosa, il suo nome. Dare il suo nome vuol dire rispettare, riconoscere, il suo essere. Vuol dire che la cosa nominata non è una cosa, ma un essere, una persona. Non è una parte, ma un essere intero.
L’ideologia è la mancanza di questo rispetto. Questa mancanza di rispetto verso la cosa, è mancanza di rispetto verso il tutto. L’ideologia vorrebbe far credere di mettere in discussione i nomi, il linguaggio, ma in realtà mette in discussione le cose, la realtà. “Questa non è una mela” è negazione non tanto del segno incapace a dire la cosa, ma è negazione della cosa, cioè dell’essere, della vita. Per l’ideologia la realtà non esiste, esiste solo il linguaggio. Ideologia e linguaggio sono sinonimi.

Nella prefazione alla sua Odissea Pindemonte, con parole nitide e ferme, dice che Omero imita la natura (e l’uomo naturale), i moderni (i romantici) invece “dipingono nei versi non già l’uomo di lei [cioè della natura], ma quello bensì, che lor piace più della fantasia loro: sì che par quasi, che dove i poeti si contentavano di rappresentar la più nobile delle creature, come la natura sin qui formolla, questi volessero, che la natura formassela da ora innanzi, com’eglino la rappresentano. E’ probabile, che la prima non cangerà stile; e che non anderà dietro ai secondi chiunque brama ottenere un seggio stabile sul Parnaso”. Qui Pindemonte capisce quieto ogni cosa, stando seduto su questo “seggio stabile”, che è tutt’altro che un topos, una formula, ma è un sedersi nel centro, è la grande quiete della nominazione, è l’occhio aperto rotondo che comprende il vero, accantonati i fantasmi, la parola quieta che dice l’essere intero.

In un numero di Braci (il 7°) si poteva leggere, proprio alla fine (dopo “stampato in proprio” “abbonamento…” ecc.), questa frase di Seneca: “La virtù basta, anzi sovrabbonda, alla felicità della vita”. Era l’83 e ancora non c’era la riscoperta di Seneca, e parlare di morale e di virtù era allora una bestemmia. La morale era la morale borghese, la virtù, la virtù borghese.

Non è la natura a dare la felicità all’uomo, come avrebbe voluto Leopardi. Non è, e non può essere, la scienza. E’ l’uomo che fissa i suoi occhi nell’ordine. Questa è la virtù. E questa è la felicità.

La civiltà greca si fonda sulla poesia omerica, perché la poesia omerica, come un terso specchio, riflette la virtù greca. Così la poesia biblica per la civiltà ebraica, o il Libro delle Odi per la civiltà cinese. La forza della poesia è proprio in questo non inventare niente, in questo dire non altro che il vero. In questo farsi lingua pura che dice.

La lingua è la chiarezza tra il nome e la cosa, l’ordine con cui le cose avvengono. Il linguaggio non ha nomi e non ha cose, ma è una realtà totalmente inventata, immaginaria; perché odia le cose, odia la vita, e vuole solo distruggere, fare il vuoto, annientare.

Tutto il moderno è, ora più ora meno, intriso di ideologia. Ma ci sono anche grandi eccezioni, casi in cui la lingua si riforma intera, e rigetta radicalmente l’ideologia. In Italia c’è Pascoli.

Agli occhi del ‘900 Pascoli rompe con la tradizione, con la lingua poetica, invece è vero il contrario: egli ritrova la lingua, la tradizione. Egli scosta la cenere e dissotterra le braci eterne della lingua. Perché ritrova la parola chiara che nomina, la parola che già Petrarca aveva trovata, la parola che già i nostri primi poeti subito, balzando fuori già interi e grandi, avevano trovata.

Il novecento è dunque un secolo, così lo potremmo definire letterariamente, che si oppone alla lingua di Pascoli, fino a tutti gli anni ’70 (naturalmente con eccezioni: si pensi ad esempio a Caproni). Un secolo che non capisce Pascoli (e non a caso si ricollega a Leopardi).

Pascoli decadente? Ma in Pascoli la virtù rinasce, si riforma in lui una quiete vera e lui si siede, come Petrarca, nella campagna, come un perno, asse che non vacilla, egli si risiede nel centro. Leopardi sì è decadente. Egli si siede sotto l’albero, “ma un fastidio l’ingombra”. Egli non trova una quiete, egli rinnega la virtù (Bruto minore). Prima ama teneramente la natura, poi diventa matrigno verso di essa e la vorrebbe distruggere, perché lei non gli dà la felicità. Ma quando mai l’uomo ha avuto la felicità dalla natura?
Il fastidio che ingombra Leopardi è la volontà di potenza, l’assillo moderno che ancora oggi ingombra tanti di noi. E’ l’ideologia.

Forse questa dell’ideologia è una fase della nostra storia; la fase in cui l’uomo occidentale, di fronte alle lusinghe della scienza, ha, letteralmente, perso la testa. E forse tutto ciò fu naturale. Ma forse questa fase è finita, e ne sta cominciando un’altra, in cui, pur non abbandonando la scienza ma anzi proseguendo con ancor più determinazione nel suo sviluppo, ma fattosene avvezzo come d’un abito e non più stupito e istupidito, l’uomo ritrovi una fermezza un coraggio e non sia più disposto, come non fu disposto Ulisse davanti alle lusinghe di Calipso, a dimenticare la sua memoria.

8 pensieri su “LINGUA E LINGUAGGIO

  1. Fabio Brotto

    Post senz’altro interessante in quanto altamente problematico. E anzitutto: “La lingua è il corrispondere delle parole alle cose”. Qui occorrerebbe un accordo su che cosa si intenda per “cose”, una delle espressioni in sé più incerte. E su che cosa si intenda per “corrispondere”.
    Un altro problema poi: dove si pone il confine tra lingua quotidiana e lingua poetica (oggi)?

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  2. elena f.

    “La lingua è il corrispondere delle parole alle cose”

    una delle domande inquietanti che ha dominato la flosofia di tutto il novecento è stata proprio quella sul linguaggio, la sua nascita, l’origine la possibile corrispondenza fra parola e cosa, la disperante constatazione della distanza fra il detto e il reale, la ricerca di punti fermi la smentita, in un continuo domandare che non ha ancora trovato quiete e non la troverà perchè il pensiero e la ricerca non si fermano a meno che non
    vogliamo, con un colpo di spugna, cancellare gli studi sul linguaggio, che, con tutti i limiti di ogni scienza, hanno avuto il pregio di mettere a tema, di porre l’interrogazione e di porsi il problema del linguaggio e della conoscenza.

    paul ricoeur sapeva bene (leggere “la metafora viva” può essere in tal senso illuminante) che l’homo sapiens sapiens nasce con il linguaggio, con la capacità di dire il mondo e carlo sini altro filosofo del linguaggio, giunge a dire che il linguaggio nasce dall’ascolto della natura che parla per prima , ma sapeva anche, ed il linguaggio poetico ne è la dimostrazione più efficace, che la conoscenza del mondo e di tutta la realtà avrebbe subito un arresto e dunque la sconfitta dell’umano se da un linguaggio strumentale tale che :La mela è mela,(da un linguaggio tautologico e perciostesso inutile) l’uomo non avesse sviluppato le sue capacità metaforizzanti.
    una metafora non è lingua secondo l’idea espressa nel post perchè per un poeta le guance dell’amata possono essere pomi rosati.(e una guancia nella sincerità qui proposta non è una mela)
    la semplicità del linguaggio non può riguardare la corrispondenza oggetto-parola. questo è un limite che la parola stessa non vuole. la parola nasce come simbolo (rileggere sini per avere lumi) come tentativo di mettere insieme la manifestazione della natura e il suo significato per l’uomo che è l’unico a domandarsi il senso dell’universo, per questo possiamo dire che la parola crea il mondo per l’uomo perchè è nella parola che l’uomo conosce.
    il linguaggio poetico è il luogo in cui di più si cerca di far emergere ciò che ancora la lingua può scoprire, ciò che ancora non è stato detto.
    cosa voglia dire poi che la lingua si riforma intera, quando è nella lingua stessa che accade la de-scrizione, la de-finizione, quando è la lingua a creare i confini delle cose che sono, a farle emergere dall’indistinzione, indicandole, mettendole in luce(so che non ami lo smembramento delle parole ma esse nascono da continue fratture e ricomposizioni-i greci erano maestri in questo) e perdendo, proprio in questo mettere in luce, qualcosa, subendo il lutto per ciò che nel dire le sfugge, per ciò che nel dire rimane non detto!

    “La poesia è un’avventura linguistica. fare poesia prima di tutto significa attraversare la lingua nella sua globalità e nei suoi usi specifici, la lingua che è in perpetuo movimento quale mare in tempesta. fare poesia è navigare”(G.Deleuze)

    se fosse vero che a lingua è la corrispondenza cosa-parola noi possederemmo solo una lingua morta da secoli, ma è vero il contrario, la lingua è viva della vita dell’uomo e dell’universo e non la si può imbavagliare in nome dei “bei vecchi tempi”, se c’è un luogo in cui si genera il futuro è nel linguaggio che la poesia ha il coraggio di trasformare alla ricerca di un dire il vero che sebbene sempre le sfugga non cesserà di cercare.

    “La forza della poesia è proprio in questo non inventare niente, in questo dire non altro che il vero. In questo farsi lingua pura che dice.”

    bisogna amare le parole e la loro forza per coglierne il senso profondo.
    in-venio, da cui inventare significa trovare (vedi l’eurisko greco), se la poesia non inventa allora non è poesia, la poesia è forza del poein del fare, del trovare il sempre nuovo senso, e dirlo poesia è , nell’invanzione, aprire nuovi varchi per la conoscenza.

    che cosa sia il vero è un problema filosofico ancora non risolto, ma senza la capacità metaforizzante dell’intelletto, ovvero senza quella capacità inventiva in grado di dire ciò che sta nel mezzo, nelle fessure, nelle pieghe del reale, nascosto dall’abitudine,dalla banalità di chi non sa andare oltre l’oggetto materico e concreto, non sapremmo dire neppure l’amore.

    per impostare un discorso sul lingiuaggio e sull’esigenza di riscoprirne le radici non basta dire: la mela è mela.

    saluto tutti
    elena f.

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  3. lucasalvatore

    Sulla giustezza e perfettibilità della parola.

    Ci si afferma ad un Principio, d’accordo convezionale. L’unità indifferenziata delle Origini, dell’Uno in Tutto è roba da filosofi con poco senso dell’umorismo. Il Verbo tratto, riducibile e ridotto a cosa tra le cose, all’attribuzione giusta, adeguata a designare è un’ubricatura etimologica portata all’assurdo.
    Liberare il linguaggio dalle prese inconfutabili dei reconditi; riconoscere al linguaggio la sola funzione di possibile, di utilizzabile, indica quanto d’approssimativo ci sia nel suo designare e rappresentare, nel suo appropriarsi e farsi misura e grado. Non ci si convincerà a credere all’assoluta perfezione della parola, noi egoisti fino alla trama abbiamo accettato la perdita definitiva della parola e il vuoto di Ragione.
    Sottrarre senso alle parole è la sola algebra che faremmo bene ad imparare. La parola è pura esteriorizzazione mai la cosa pensata fino in fondo, ma si è imparato ad essere spirituali e monotoni, per niente occidentali, a riconoscere essenziale il non dire quanto il dire.

    Un saluto, Luca.

    Spero abbia ricevuto la “fumisteria” e Dead City Radio.

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  4. elena f.

    delle cose grandi bisogna giudicare con animo grande; altrimenti attribuiremo alle cose difetti che, invece,sono nostri. così un’asta drittissima, quando è immersa nell’acqua , appare spezzata e curva a chi guarda. ciò che conta è non solo cosa guardi in che modo la guardi: il nostro animo si annebbia guardando la verità( seneca,lettere a lucilio,71,24)

    saggezza che non tramonta questa!

    saluto tutti

    elena f

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  5. lorenzo carlucci

    vorrei fare una piccola glossa al testo di damiani: il fissare “gli occhi nell’ordine”, o il dire riconoscere o rappresentare “l’ordine con cui le cose avvengono” sono definizioni che potrebbero adattarsi anche alla scienza. si può forse aggiungere – anche se credo sia una mera esplicitazione – che la poesia e la filosofia (e forse la virtù e la felicità) sono coscienza, contemplazione (fissare gli occhi) e comprensione (dire nella lingua) dell’ordine delle cose, e dell’individuo che percepisce se stesso come cosa tra le cose, il che semplicemente dice che quest’ordine delle cose, che è l’oggetto di poesia e filosofia, e la contemplazione del quale può identificarsi con la virtù, comprende, a differenza di quello della scienza, il soggetto della conoscenza (l’individuo) come oggetto e come soggetto, in altre parole è il fissare degli occhi sull’ordine delle cose e sul posto dell’uomo nell’ordine delle cose, non solo come cosa tra le cose ma anche come uomo che fissa gli occhi sulle cose. chiedo scusa per la poca chiarezza, è una cosa per me difficile da dire, ma è per me il fondamento della capacità della poesia di essere universale, e comunicabile, come il bene.

    saluti,
    lorenzo

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  6. claudio damiani

    Non voglio negare il simbolo nè la metafora, solo che il simbolismo e l’analogismo, praticato da tanto moderno in modo eccessivo, può diventare, e in tanti casi è diventato, un modo non per avvicinare, ma per allontanare la realtà. Il mio appello a Confucio, a Orazio e all’Umanesimo, ha una valenza anche polemica, e in ciò, io credo, deve essere inteso.
    E’ un testo di 20 anni fa, ma lo sottoscrivo per intero, e per questo l’ho ripubblicato. Forse l’unica cosa eccessiva è dire che la cosa, in quanto essere intero, è persona. E’ eccessiva, lo ammetto, tuttavia, nel suo estremismo, mi affascina.

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  7. claudio damiani

    Ho letto solo ora il commento di Lorenzo che trovo molto interessante, in effetti la posizione umanistica originaria (quattrocentesca) e quella scientifica originaria sono coeve e strettamente connesse. Per quanto riguarda il significato di ‘corrispondenza’ e di ‘cosa’ cui si riferiva Fabio nel #1, è chiaro che da una parte sono concetti linguistici, ossia ‘cosa’ come ‘cosa significata’, referente, dall’altra sono concetti confuciani, ossia concetti letterario che non hanno bisogno di essere fondati filosoficamente, in quanto essi stessi fondanti, e fondanti il pensiero, la filosofia.

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  8. Carla

    Piccolo pensiero del mattino:

    “c’è sempre un filo
    che rimanda a un altro filo
    ed è la Lingua.”

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