
Era un professore di filosofia, e voleva salvare il mondo.
Ma la cattedra del liceo gli stava stretta, e nelle riviste di filosofia gli intellettuali si parlano addosso mentre la gente comune impara la vita dai Reality Show: intanto il mondo finisce a puttane. Così lui cominciò a scrivere dei romanzi.
Roba che toccasse il cuore, che facesse pensare. Uno parlava della terra sconvolta dall’industria, l’altro di come i ragazzi impazziscono nel Paese dei Balocchi.
Reazioni incoraggianti di pochi eletti, ma le grandi tirature erano per Moccia e Melissa P – a chi interessa il mondo in rovina?
Decise di continuare.
La scuola di giorno, i romanzi il pomeriggio fino a notte. Moglie e figli sfioravano sempre più raramente la scrivania, dove lui era una cariatide incistata al computer. Sfornava un libro all’anno ma le sue cose sembravano interessare solo piccoli editori, un pubblico di nicchia. Lui non ci dormiva.
Il successo degli altri lo addolorava, a volte lo stupiva: che avevano più di lui? La moglie lo avvicinava, peraltro sempre meno, pregandolo di tornare al mondo.
Lui la liquidava con una carezza: – E’ anche per te. Per noi, che lo faccio –
E dimenticava i compleanni, gli anniversari, le bollette.
Un giorno andò dal suo agente e gli disse:
– Il mio purgatorio è finito. Adesso o vado in paradiso o smetto di scrivere –
Con questo intendeva farla finita con la vita dello scrittore part-time, che si arrabatta tra insegnamento e consulenze editoriali, perchè con quello che guadagna dai libri ci compra sigarette, Pampero e Coca Cola, cioè giusto la benzina.
Adesso voleva un contratto grosso, o un paio di traduzioni all’estero, sentiva di meritarselo, diecimila di anticipo per il prossimo libro, mollare i lavori da schiavo e scrivere. Non era ancora un delirio: a quel tempo la sua idea del paradiso era quella di un travet, e pensava sempre di comprare una casina in montagna.
Comunque l’agente lo squadrò dietro gli occhialini, raddoppiando quelli della foto di John Lennon appesa alle sue spalle. Gli disse:
– Vuoi qualcosa di grosso? Dammi qualcosa di grosso –
Ecco, da quel giorno lo scrittore smise di dormire per ruminare tutto il tempo il progetto che lo avrebbe portato al successo. Finchè concepì il capolavoro assoluto: una scorribanda nell’immaginario del terzo millennio, preferibilmente gnostico, un romanzo avventuroso e metafisico, meglio di Dan Brown.
Un libro che avrebbe finito in un anno, ad ogni costo.
Vendette l’auto, chiese un anno di aspettativa a scuola e comprò tre casse di Pampero. La moglie suggerì timidamente una separazione momentanea, c’erano due stanze vuote a casa di sua madre. Lui annuì distrattamente e li lasciò andare.
La piccola, sulla porta, gli mandò un bacio ma lui non la vide, perchè proprio in quel momento ultimava una fantastica scena d’amore. Così continuò a picchiare sui tasti, finendo di scrivere il suo patto col diavolo.
Finalmente il gran libro fu finito, quello che vale una vita.
Una storia di complotti e di magia, del cielo e dell’inferno.
– A questo punto – disse l’agente: – ci vorrebbe qualche buona recensione –
Come! Pensò lui, c’è il rischio che non si accorgano neanche di questo?
Si buttò furiosamente a contattare redattori prestigiosi e sgangherati pennivendoli dal quotidiano nazionale all’Eco del Verbano, scoprendo che in editoria vale ciò che vale in tutto il resto d’Italia: tutto e solo per i clienti (grandi editori che pagano inserzioni pubblicitarie) e amici degli amici (compagni di merende nei blog).
Ma c’era un nome, uno solo, che li valeva tutti: il pontefice massimo del gusto letterario, che dall’inserto illustrato del quotidiano nazionale aveva fatto la fortuna di scrittori recenti, indicati come geni e prontamente premiati da record di vendite. Provò inutilmente a contattarlo, gli inviò copie del libro senza ricevere risposta.
Nel frattempo si era ridotto a una larva, si nutriva di caffè e sigarette, solo come un cane rabbioso. La salvezza del mondo, la letteratura, tutto dimenticato, divorato dal fuoco di un’ambizione frustrata e inestinguibile.
Finchè una sinapsi ballerina gli mandò a puttane il cervello.
Una sera fu preso dalla furia. Si appostò sotto casa dell’agognato recensore e cominciò a strepitare, scaricò una valanga di libri dall’auto (c’era Spinoza e Severino, tutto Moravia e l’ultimo Vassalli) e gli diede fuoco lì sull’asfalto, urlando come un indiano finchè non arrivò la Croce Verde.
Si fece tre mesi in clinica, insonne, riempiendo i corridoi di lacrime e farneticazioni, finchè cadde improvvisamente addormentato e dormì settantadue ore filate, senza sapere che proprio in quel momento i notiziari dell’editoria davano i primi dati delle vendite del suo romanzo: a tre mesi dall’uscita niente male, ma i diritti d’autore erano ipotecati da spese sanitarie e citazioni per danni.
Al risveglio, era completamente rinsavito: di più, era un uomo saggio.
Ora vedeva il passato compiuto e distante, e conosceva il giusto valore delle cose sotto il sole come uno che ha smesso di fumare e dimenticato Lyotard, ma la sua saggezza non serviva a nessuno, perchè non c’era un cane là fuori ad aspettarlo. Anzi un cane c’era, un botolo ringhioso che lo seguì dalla clinica alla fermata dell’autobus. Stava per salire sul predellino, ma ci ripensò e rimase a terra con lui.
Non poteva tornare al suo liceo di provincia e alla famiglia. La piazzata gli era costata l’interdizione ai pubblici uffici, e sua moglie si era fidanzata con un altro, mentre i figli gli avevano fatto sapere di lasciar pure perdere la visita settimanale.
Adesso sono grandi ormai, la minore va all’università.

C’è una sorta di titanismo dello scrittore moderno, contemporaneo sempre in bilico tra sogno di essere compreso, di sentirsi libero di scrivere quello che gli aggrada e schiacchiato da questa società tritacarne? Ottimo post!
Un caro saluto
c’è qualcosa in questo scritto
che mi ricorda Saramago
con la differenza che quì
la cecità è un’altra.
Buona domenica Valter
carla
la tua sincerità è così disarmante che innamora! tanto per (dis)[amore], però, hai acceso un altro falò… ti bacio, marina
e si, così va, a volte, la vita.
c’è anche di peggio, forse.
ma non si può dir niente: succede, e punto.
auguri.
“La scuola di giorno, i romanzi il pomeriggio fino a notte. Moglie e figli sfioravano sempre più raramente la scrivania, dove lui era una cariatide incistata al computer.”
Vero e toccante, Valter. Questo rapporto tribolato tra vita e arte temo sia inevitabile considerata la realtà nostrana, editoriale e sociale. Il racconto mi ha ricordato “Chiedilo alla polvere” di Fante.
Ciao.
Giovanni
Ecco svelato l’arcano:
“… nel suo mestiere questa è più o meno la regola: uno scrive per vantarsi d’aver capito qualcosa, finché qualcuno non lo prende sul serio e gli offre un posto di lavoro”.
(Gianni Celati, “Quattro novelle sulle apparenze”)
Per me Valter Binaghi è diventato come un fratello acquisito. Lo sento vero, ogni sua riga è vissuta profondamente; è uno scrittore vero, non bara mai.
Lo penso anch’io, Franz. Naturalmente con la mia citazione mi riferivo a D’Orrico.
Valterone,
poi, volevo dirti, ieri sera il tuo libro l’ho finito.
Il vostro affetto per me è di certo immeritato, perchè in questo momento non sono molto diverso dalla larva che ho descritto, ma è anche ciò che mi fa desiderare di essere un uomo migliore e uno scrittore più limpido. E’ così che uno viene fuori dalla merda.
Per essere degno di un amico.
sì, per venire fuori dalla merda ci vuole un amico che creda in te. se poi quell’amico sei te stesso è ancora meglio. Jung diceva che questo è un passo decisivo: perché il vero nemico di me stesso sono io, era l’ultimo post di Gian Ruggero. comunque, Valter, ho finalmente ordinato il tuo libro. la commessa mi ha guardato strano: “ma non c’è nel computer”. “lo credo, è appena uscito”. “ah, va bene, allora cerco meglio”.
ecco, cerchiamo meglio, magari un giorno troveremo.
fabrizio
Mia moglie alcune settimane fa mi disse che in centro a Treviso il Bonetti si faceva notare nella vetrina della più importante libreria per la sua copertina fiammeggiante.
Io sono riuscito ad andare sabato alla presentazione del “Bonetti” a Milano: un bell’incontro! Ho conosciuto Valter e ho capito perché alcuni lo chiamano Valterone (il libro ho appena cominciato a leggerlo).
di solito i Grandi della Letteratura vengono riconosciuti alla loro sconparsa, e questo sembra inevitabile oltre che conseguente, se così non fosse allora non sono e non erano veramente Grandi, ma vengono riconosciuti dopo proprio perché di loro nessuno se ne accorge, né potrebbe, i loro nomi, al pari di quelli in rilievo e a carratteri cubitali distesi sulle cartine geografiche, emergono dagli oceani come nuove atlantidi, ma per emergere capite bene che bisogna prima scomparire, oppure accontentarsi di conoscere un bravo illusionista
ma, da sempre “a chi interessa il mondo in rovina?” – grande VB…
Ragazzi, lungi da me reputarmi un grande o un genio incompreso.
Il pezzuolo, autoironico spero si capisca, era soprattutto per mostrare la difficoltà di comunicare ciò che si fa a un pubblico ormai anestetizzato dai media, oltre che per esorcizzare una deriva esistenziale spero scongiurata.
ma d’orrico… ma esiste veramente? ma chi è?
io mi ricordo di un orrico allenatore a san siro, con la faccia butterata, silurato dopo una decina di giornate.
ma decidere di fare lo scrittore è forse decidere di allenare l’inter.
a me la zona di Orrico non dispiaceva, certo che se in
quell’inter avesse giostrato un Beccalossi degli anni d’oro…
In quanto al pezzo di Valter – e come non potrebbe dopo aver scritto un libro ( sono in dirittura d’arrivo, qualità narrativa molto ma molto alta, da leggere ovunque ) pieno di diavoli – tende certo a esorcizzare certe questioni con molta ironia.
si fatus horricus est cum carmen
fiat scriptum (et aliis amen)
Corrado Orrico era quello della “gabbia”. Una delle Inter peggiori della storia.
Ah Beccalossi, prepara lo champagne, che ci siamo quasi…
L’Inter peggiore della storia?
Ragazzi, ma ve lo ricordate Hodgson, quello che ha venduto Roberto Carlos “perchè non sapeva marcare l’uomo?
di pessime inter ne é piena la letteratura, piano con lo champagne, non ci siete abituati…ih ih ih…
E’ vero Valter! Quell’idiota! Ma chi è più scemo, lui o Moratti che l’ha preso? Io un’idea ce l’avrei…
Marino, non ci siamo abituati, allo champagne, è vero. Gazzosa per tutti! (Costa pure meno).
Franz, calcisticamente sai come la penso, sai chi incontro ogni estate unter des oliven…
Ich weiss es ganz gut. E questo mi fà piacere per le tue frequentazioni. Certo, massimo rispetto per la cuginanza; soprattutto quando, da un anno all’altro, s’impoverisce… 🙂
P.s: come va nel campionato olandese? E’ in testa l’Ajax, il PSV Eindhoven o il Feyenoord?
Psv in testa, a due punti ajax, az terza e il feynord quest’anno un disastro.
Mi pare che il milan stia per prendere Alex, difensore centrale brasiliano del psv, una roccia, stam, per parlare di un gigante, ci rimbalzerebbe contro. In attacco Babbel ( ajax ) che si stancherebbe di far gol, capisci, si stancherebbe, ma non gridiamolo che magari, considerada la aficion de este blog le tengo miedo a aparatillos de inter-cettazione…hi hi hi. ach, zo iunge man…
Alex è un gran giocatore. Io al Milan sotto sotto non voglio male, ma lo dico sottovoce, Zeewolf. A proposito di Argentina, a me piace il Boca Juniors.
infatti, sottovoce, magico Franz. Non fosse altro che River é quella dei fighetti mentre el Boca son los negros, los matados
como yo, los sin verguenza. Boca, certamente, non fosse per quel portiere incredibile, El Loco Gatti, che s’appendeva alla
traversa spalle alla cancha e guardava los hinchas, prendendo gol da quaranta metri perché los volantes lo “trovavano” distratto, o i tiri che giudicava fuori e non muoveva un dito, ma invece entravano, era quello che in rete sei tu magico Franz,
un mito, in rete, e a Diano, hombre, scriveremo un pedazo de historia…
Io al Milan (e al suo presidente) voglio malissimo.
E lo dico a voce piena.
tra boca e river il primo, certamente, anche solo per una questione di cancha.
ma agli interisti-argentoidi come me fa molta tenerezza anche l’huracan. squadra in cui giocò il buon hector cuper. che si mise anche ad allenarla. perdendo il campionato argentino all’ultima giornata. ci ricorda qualcosa? cazzo, quando uno esce sfigato.
ai letterati nerazzurri frequentatori di queste pagine propongo (facendo gli scongiuri del caso) una bevuta domani sera post partita per festeggiare. se lo champagne non va bene, propongo il chinotto.
Hogson diede l’ok per la cessione di Roberto Carlos al Real Madrid, preferendogli Pistone (sic).
La gabbia di Orrico: me la ricordo benissimo, in un dvd del cofanetto “La grande storia dell’Inter” (ce l’ho!), come pure i suoi innovativi schemi di gioco. Si è visto che fine ha fatto… Eppure mi ha fatto piacere rivederlo, poche settimane fa, al programma tv calcistico più bello degli ultimi tempi: “L’osteria del pallone” (con Gigi Garanzini), la domenica a mezzanotte, su SkySport1.
Comunque incrocio le dita. Non vorrei che il 18 aprile fosse un secondo 5 maggio. Sperém!!!
Vai Maccapani!
S P E R E M!!!
(Scusa, lo scrivo al cubitale e con una mano sola – l’altra fino al 18 del mese è adibita ad altro…)
Beck, un chinotto va bene, grazie.
A me Cuper piaceva molto, lo confesso. L’Hombre Vertical. Eh, proprio sfigato, però. Potevamo vincere una Champion, quella semifinale col Milan ancora me la sogno di notte…
Puoi dirlo fuerte, Marino, Zeewolf di tutte le Indie. Il Boca è vita, è sin verguenza, è il Milan quando non c’era Berlusconi (con Berlusconi il Milan, mi dispiace, ma è diventato una specie di River).
Comunque, quando il tuo MIlan perse la Intercontinentale col Boca ai rigori, quando tirò il mitico Cascini – un centrocampista con la faccia e lo sguardo patibolare da spaghetti western- e segnò il rigore decisivo, tu come la prendesti? (Desculpame se ti riapro vecchie ferite, amigo).
sai che non mi ricordo di Cascini…
Cosa ricordo di quelle facce tra creolo e indio bolita, é un certo daniel borghi che poi el berlusca lo volle e sacchi non lo riusciva a fare correre. Durante gli allenamenti el indio diceva a sacchi: porque mister correre tanto si la cancha es solo cien metros…bis morgen. un augurio anche a Beccalossi e a Achille.
Me la ricordo, l’Intercontinentale del Milan col Boca. Una diretta infinita su Canale 5, e incredibile. Poi ho scoperto che quasi tutti a Genova e dintorni tifavano per il Boca.
Cascini? A Dusaiga (Dolceacqua per chi non lo sa) i Cassini li chiamano Cascin…
Ah, Marino, Marino! Quanti liguri sono finiti in Argentina.
Da Luca Cambiaso a Esteban Cambiasso “el cuchu”: il nonno, o il bisnonno, del grande acquisto a parametro zero dal Real Madrid… era originario di Serra Riccò (Genova), attuale sede dell’omonimo Inter club. Della serie: dall’arte pittorica all’arte della pedata.
E’ proprio il caso di dire: dalla Liguria all’Argentina, e… dalla Ciudad Deportiva al… Centro sportivo “Angelo Moratti” di Appiano Gentile!
Scusate, ma mi viene la parlata del prrresidente mentre lo intervistano fuori dai suoi uffici alla Saras.
P.S. = invece di gufare, Marino, pensa ai soprannomi che i laziali hanno tirato ai cugini dopo le sette pere di Manchester: i sette nani, li sette colli de Roma… Aiuto, se ci sente Leo Colombati! E la bomba di carta lasciata davanti a Trigoria, che conteneva le carote!
quiero emboracharme corazon, para olvidar un viejo amor que mas que amor no es, weltruust, vrienden, en lekker dromen,
hey…
ma qui se habla espanol!
Buenos dìas!
p.s.
Marino, conosci i Manà?
No, Carla, non li conosco, dal nome direi che potrebbe essere un gruppo musicale e allora capiti male, oppure una tribù di indios…
e infatti sulla maglietta del boca (in fondo, nei pressi del fondoschiena) campeggia da cento anni ormai una scritta: “Xeneizes”, che in cocoliche (cioè l’italiano argentinizzato) significa più o meno (perdonino l’errata scrittura) “Zenese”, cioè genovese di genova, anzi di Zena come direbbero dalle parti di boccadasse. Ma secondo me la squadra più “boca” del campionato italiano non è il milan pre-berlusca: è il genoa. Da sempre.
I manà sono messicani… lasciamo stare dai.
c’é anche una lingua, Beccalossi, un gergo invero, inventato dai zenesi sui moli di baires, la boca, si chiama Lunfardo, parole
poste al contrario, lo parlavano per non farsi capire dai nativi,
ora lo parlano i malavitosi argentini in spagna per non farsi capire dagli spagnoli.