Sanfredianina di Rosaria Lo Russo

Reso immortale dal romanzo di Vasco Pratolini, il quartiere di San Frediano si trova “di là d’Arno”, vale a dire nella parte sud della città. Un tempo rione popolare, negli ultimi anni ha definitivamente perso il suo charme di vecchio borgo fiorentino per diventare un’ambita zona residenziale. La tradizione assegna alle giovani nate e vissute in questo quartiere una fama di ragazze schiette, “dai facili costumi”.
Sanfredianina“, pubblicato all’interno della raccolta omonima nel Quinto quaderno di Poesia Italiana (Milano, Crocetti, 1996), con prefazione di Antonello Satta Centanin (alias Aldo Nove) e mai più ristampato può essere visto come un raccordo essenziale nella ricerca della “poetrice” (poeta&attrice) fiorentina. I temi dell’adolescenza e del rapporto con la città natale (che verranno poi ripresi e sviluppati con differenti soluzioni formali nelle compagini successive) sono già presenti in questa “passeggiata campaniana” nel quartiere natìo, dove l’io poetante (ri)percorre, col cane al guinzaglio, strade e vicoli della propria memoria. [M.S.]


Sanfredianina

per F.

Cos’io ricordo come fosse da lunga pezza
eppur son cento metri e due piani in altezza

e ci son tutta in mezzo
impantanata invischiata,
le mi’ sanfredianesche passeggiate
a membra scoordinate
quasi cotidie così per sdilinquirsi
e le gambe sgranchirsi,
fra pezzi di legno
pinocchi polverosi
merli indiani in vacanza
e falegnami bestemmianti
e – Maremma cane,
Maremma inzaccherata –
con quel cretino di Aldo al guinzaglio
scappellotti nocchini e via
a volo pedestre
con Aldo cane infedele
e porco cane
anche pedofilo pederasta,

che tutti salutavano come fosse un cristiano.

Cos’io ricordo come fosse ieri
perchè a gran voce me la chiedi
l’esibizione di me bufina fantastichina,
in questa frotta di versi maldestri
che vanno per verso
di marciapiedi sconnessi
in cui con furia mi verso
quasi con esultanza
evitando le cacche
fra rialzi petrosi
e cretti d’acciottolato screpolato;

per inciampo di tacchi
di zeppe distratte,
mi bistratto
a mozzafiato
dopo una storta, ahi!
per fretta troppa.

Ma il mio dolce io
il corpo mio impesante
ad altrui predisposto
dolorante rimembra
in sua continua adolescenza
i visi e le parole
di me sanfredianina.

S’io fossi un poeta
canterei le ragazze
quelle garrule
furbe come gazze
e con le minigonne al culo
truccate con la Deborah o la Pupa
come farfalle col lucidalabbra
e col gelato,
ma tu vedessi invece
com’è invecchiata di bòtto
la paralitichina con la permanente
di riccioli mummificati,
s’è spenta adesso
sembra un mammutte
è opaca adesso
che aveva sempre gli occhi dipinti
di celeste forte come la veste
della Regina Angelorumme ora pro nobis
all’angolo di via San Giovanni
dove mi segno sempre
in quell’infernaccio rauco di falegnami
sudati e bestemmioni.
Com’è invecchiata
come immobile ti fissa
poverina, che le piaceva tanto Aldo
e gli sorrideva scimunita.

Ma quando Aldo corre come un baleno
sfiora gli inferi, sciora il cielo.

L’aria settembrina m’alluma il cervello
mi lucida le scarpe e mi sovvengo
che l’arlecchinesca mia persona
stravagantemente sta male
d’adolescenza esorbitante.
Io dovevo essere alle medie
convinta d’essere immortale
la ragazzina si buttò di sotto
dalla finestra là
in via Santa Monaca
dove stava l’Angelina
in Piazza del Carmine
lì, all’incorcio di tante Madonne
occhieggianti
– regali e vane –
col bambino
occhieggianti col bambino ben stretto
lì sulla ragazzina
ch’esorbitò distratta e stravolta
senza esitare l’esito
d’adolescenza sua maldestra
– me lo disse l’Angelina –
si faceva insieme le medie.

Tredici anni
tutta pura
ma la materna struttura
gia ce l’ha, l’Angelina
che adesso s’è sposata
ci ha i figlioli, ne voleva tanti
me lo raccontò l’Angelina
mentre si faceva i compiti
che trovavano spruzzi di sangue
e grumi di cervello dappertutto,
ogni volta che ci passo
ancora dopo anni
ho paura di trovarli
e me l’allucino
quel volo di ragazzina,
di triste monaca imbaverata dall’alto.

E quando Aldo corre sfiora il cielo
sfiora gli inferi come un baleno.

Oh grigiore di monaca
quando vo a Santo Spirito
con Aldo al guinzaglio
grufolante e zummolemmerda
serpente strisciante,
là dove stava
l’Angelina la Laura la Nicco la Sonia
che rideva sempre
fino a piangere col singulto
fino a farsi pipì addosso
come una bimba,
che piaceva ai maschi
Dio bono!
perchè rideva forte, con le fossette
ed era porcellona
rideva alle barzellette sporche
rideva sconcia rideva forte

– regale e vana –

esorbita dal ricordo
distratta e stravolta
con un piccolo angioma nell’occhio sinistro
per lo sforzo d’una vomitata,
peraltro luminoso e furbetto
mandorlino
latte di fico sanfredianino.

Oh s’io fossi un poeta
ti canterei grassoccia e villanella
Angelina,
che tuo padre era così mingherlino
pur avendoci il ristorante in Santo Spirito
che faceva le bisteccone bone.
Angelina Nicco Sonia Laura
si parlava sempre dei maschi e dell’imbrocco
io occhialuta
ero sempre innamorata
fino al deliquamento
e scimunita mi spingeste
al primo bacio
davanti al Chiardiluna estivo
du’ lingue in gola là
seduti sul motorino,
e col bicchierone di latte poi
tornare bambina.

Bambina bambina
Aldo vola verso casa
sfiora gli inferi sfiora il cielo
lo ingoia il buio
come un baleno.
E sotto casa
ci stava una vecchia pazza,
la vedova siciliana,
che gli era morta la bambina
e stava sempre alla finestra
a lisciare la gatta siamese
e tutta notte urlava e si dimenava
e tutti avevano paura della strega
scarruffata,
ma io mi ci fermavo
mi chiamava
perchè comprassi cinquanta lire di gelato
per la siamese strabica,
e io glielo compravo.
Qualche volta una farfallina gialla
le svolazzava torno torno
alla finestrina del bugigattolo basso
antro di strega siculo sanfredianina
al livello della strada tutta polverosa
la farfallina gialla lucignòla,
e lei mi diceva
ch’era la bambina che tornava
gialla lucina
a salutar cotidie sua madre luciferina

ed era proprio così
svolazzava proprio lì,

e lei tutte le sere
apparecchiava per tre.

*

Rosaria Lo Russo è nata a Firenze, dove vive. Poetessa, traduttrice, saggista, lettrice-performer, attrice e insegnante di lettura di poesia da alta voce, si occupa di poesia e di teatro e dei rapporti fra le due arti, di drammaturgia, letteratura teatrale e letteratura comparata moderne e contemporanee. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: L’estro (Firenze, Cesati, 1987), Vrusciamundo (Porretta Terme, I Quaderni del Battello Ebbro, 1994), Sanfredianina, in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano (Milano, Crocetti, 1996), Comedia (Milano, Bompiani, 1998), Dimenticamiti Musa a me stessa (con sedici disegni di Renato Ranaldi, Prato, Edizioni Canopo, 1999), Melologhi (Modena, Emilio Mazzoli, I Premio Antonio Delfini 2001), Penelope (Napoli, Edizioni d’if, 2003), Lo Dittatore Amore. Melologhi (Milano, Effigie, 2004), Crolli (Trieste, Battello Stampatore, 2006).

8 pensieri su “Sanfredianina di Rosaria Lo Russo

  1. lucaariano

    Grazie Marco per questa proposta. Non le conoscevo queste poesie di Rosaria Lo Russo. Ho letto solo poesie sparse il Liberinversi e in “Parola al Plurale”. Devo ammettere che questi li preferisco, sarà perchè nel loro posmodernismo un po’ sperimentale mi riportato a Pratolini – che tanto ho amato ed amo – più di mezzo secolo dopo. Mi auguro presto di poter leggere magari una bella antologia della Lo Russo anche per farmi un idea meno superficiale della sua opera. Leggere sparso qua e la in anni diversi di produzione non rende molto. Questo testo mi ha molto convinto.
    Un caro saluto

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  2. massimo s.

    bellissimo! ricorda il ditirambo di Francesco Redi: Bacco in Toscana (appunto!). tanto bene, davvero
    massimo

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  3. marcosimonelli

    Cari, mi fa piacere vi sia piaciuto questo testo (che un tempo era disponibile in rete ma che ora non si trova più, tranne qui). E’ un prodromo a quello che verrà dopo. Mi sono dimenticato di segnalare il sito di Rosaria http://www.rosarialorusso.it in cui potete trovare anche molti suoi testi. Baci

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  4. Giorgio

    Concordo con Massimo: un cantato che trascina – e una lingua tutta cose, in gioco con l’invenzione e la tradizione. Grazie, Marco, ne avevo sentito citare il nome, ma non avevo ancora letto niente di Rosaria Lo Russo.

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  5. Francesca Matteoni

    E’ un bellissimo testo: dove non c’è solo Sanfrediano (Luca: anche io ho amato con tutta l’anima Pratolini – al liceo mi sono riletta le Cronache tre volte!), ma direi proprio tutta un’età, la propria adolescenza moltiplicata e riflessa nella strada che ci accompagna. Il cane Aldo o Toby o il gatto Geo, per dire, sono quegli umanissimi animali che si conoscono per nome esattamente come i vicini di casa. La pazza, che pazza non è, che tratta il siamese come la figlia perduta, le gattare con le loro ciotole di cibo e insetti sul ciglio della strada. Le voci che si chiamano dalle finestre. Così che quando qualcuno se ne va, muore (anche un cane) è un pezzo di quartiere a mancarci. Non siamo solo la nostra storia, ma l’incontro di molte storie, solo apparentemente mute e tangenziali.
    Un grazie a Marco e a Rosaria.

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  6. cara polvere

    ibrido obbrobrioso: poetrice.
    e a parte questi versi

    “E sotto casa
    ci stava una vecchia pazza,
    la vedova siciliana,
    che gli era morta la bambina
    e stava sempre alla finestra
    a lisciare la gatta siamese
    e tutta notte urlava e si dimenava
    e tutti avevano paura della strega
    scarruffata,
    ma io mi ci fermavo
    mi chiamava
    perchè comprassi cinquanta lire di gelato
    per la siamese strabica,
    e io glielo compravo.
    Qualche volta una farfallina gialla
    le svolazzava torno torno
    alla finestrina del bugigattolo basso ”

    è un testo che ho provato a leggere in tutti sensi. non mi torna pur avendolo anche allegramente inseguito. nulla.
    biologicamente sensorialmente non mi torna.
    c’è uno slang di borgo impasto imposto e impostato che pur essendo abbondantemente e abbastanza sapientemente usato, risuona troppo al dettaglio in ogni vocabolo fino a che sforzato fino a che la trama o l’elenco si tarma
    s’arresta e perde d’autenticità e va un po’a noia.
    per me, ovviamente
    un saluto
    paola

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  7. lorenzo carlucci

    ho avuto la stessa impressione di cara polvere (anche se, rispetto agli altri testi di R.L.R. che ho letto, qui c’è un po’ di “flessibilità” gattesca, di indulgenza alla vita in più).

    lorenzo

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