Cesare Pavese (1908-1950)

Il vino triste

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l’uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l’antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz’aria, dolenti, come fossero ciechi.

Se quest’uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr’uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest’uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.

A spogliarlo, quest’uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
che in quest’uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l’uomo
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.

Lavorare stanca

I due, stesi sull’erba, vestiti, si guardano in faccia
tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli
e poi morde nell’erba. Sorride scomposta, tra l’erba.
L’uomo afferra la mano sottile e la morde
e s’addossa col corpo. La donna gli rotola via.
Mezza l’erba del prato è così scompigliata.
La ragazza, seduta, s’aggiusta i capelli
e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.

Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
nella sera, e i passanti non cessano mai.
Ogni tanto un colore più gaio li distrae.
Ogni tanto lui pensa all’inutile giorno
di riposo, trascorso a inseguire costei,
che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
Se le tocca col piede la gamba, sa bene
che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano
non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
ama solo chi perde il suo tempo per nulla.

Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa
alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
Stringe a sè il mazzo verde – raccolto sul sasso
di una grotta – di bel capevenere e volge al compagno
un’occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
degli steli nericci tra il verde tremante
e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
presentito nel grembo dell’abito chiaro,
che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce
ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.

Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:
tornerà a casa rotto di schiena e intontito,
ma assaporerà almeno nel corpo saziato
la dolcezza del sonno sul letto deserto.
Solamente, e quest’è la vendetta, s’immaginerà
che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,
senza pudori, in libidine, quello di lei.

Cattive compagnie

Questo è un uomo che fuma la pipa. Laggíù nello specchio,
c’è n’è un altro che fuma la pipa. Si guardano in faccia.
Quello vero è tranquillo perché vede l’altro sorridere.

Prima ha visto altre cose. Su un fondo di fumo
una faccia di donna protesa a sorridere
e un idiota leccarla con gli occhi parlando.
Poi l’idiota, parlando, afferrare anche lui
e strappargli un sogghigno. Un sogghigno da idiota.
E la donna piegarsi e serrare le labbra
come avesse veduto qualcosa di nudo.

Ora, corpi di uomini nudi la donna ne vede
dal mattino alla sera, ma spoglia anche sé
e là sopra lavora, ridendo. E sogghigni ne vede
e ne fa, sul lavoro: anzi, è mezzo lavoro
un sogghigno ben fatto. Ma quando una è lì per scherzare
a parole, ferisce vedere anche l’altro,
che in silenzio ascoltava parlare l’idiota,
lampeggiare lo stesso pensiero brutale.

Donna e idiota son già ritornati a alitarsi sul volto
– si somigliano un poco le donne e gli idioti –
e la pipa vapora una faccia contratta.
Dentro il fumo è possibile fare una smorfia
e socchiudere gli occhi. La donna ridendo
schiva quello che parla pendendole addosso.

*

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Poetica

Il ragazzo s’è accorto che l’albero vive.
Se le tenere foglie si schiudono a forza
una luce, rompendo spietate, la dura corteccia
deve troppo soffrire. Pure vive in silenzio.
Tutto il mondo è coperto di piante che soffrono
nella luce, e non s’ode nemmeno un sospiro.
E’ una tenera luce. Il ragazzo non sa
donde venga, è già sera; ma ogni tronco rileva
sopra un magico fondo. Dopo un attimo è buio.

Il ragazzo – qualcuno rimane ragazzo
troppo tempo – che aveva paura dei buio,
va per strada e non bada alle case imbrunite
nel crepuscolo. Piega la testa in ascolto
di un ricordo remoto. Nelle strade deserte
come piazze, s’accumula un grave silenzio.
Il passante potrebbe esser solo in un bosco,
dove gli alberi fossero enormi. La luce
con un brivido corre i lampioni. Le case
abbagliate traspaiono nel vapore azzurrino,
e il ragazzo alza gli occhi. Quel silenzio remoto
che stringeva il respiro al passante, è fiorito
nella luce improvvisa. Sono gli alberi antichi
del ragazzo. E la luce è l’incanto d’allora.

E comincia, nel diafano cerchio, qualcuno
a passare in silenzio. Per la strada nessuno
mai rivela la pena che gli morde la vita.
Vanno svelti, ciascuno come assorto nel passo,
e grandi ombre barcollano. Hanno visi solcati
e le occhiaie dolenti, ma nessuno si lagna.
Tutta quanta la notte, nella luce azzurrina,
vanno come in un bosco, tra le case infinite.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti

(tutte le poesie sono tratte da: Poesie, Torino, Einaudi, 1998.)

Nasce a Santo Stefano Belbo (Cuneo) nel 1908 da una famiglia originaria di quei luoghi, le Langhe, tanto cari allo stesso scrittore. Studia a Torino, dove si laurea con una tesi su Walt Whitman, divenendo un esperto di letteratura angloamericana. Nella città piemontese comincia a frequentare gli ambienti della casa editrice Einaudi, intorno alla quale si erano radunati molti antifascisti. In quel periodo comincia anche l’attività di traduttore di scrittori inglesi e americani classici e contemporanei, tra i quali Daniel Defoe, Charles Dickens, Herman Melville, Sherwood Anderson, Gertrude Stein, John Steinbeck e Ernest Hemingway.
Nel 1935 viene condannato al confino a Brancaleone Calabro; qui inizia a scrivere una specie di diario, che sarà pubblicato postumo, nel 1952, con il titolo “Il mestiere di vivere”. Torna a Torino l’anno seguente e durante la guerra si nasconde in casa della sorella Maria, sulle colline del Monferrato. Anche da questa esperienza nasce uno dei suoi libri migliori, “La casa in collina” (1948).
Nell’ambito della poesia esordisce nel 1936 con “Lavorare stanca”. Dopo questa pubblicazione, seguono altre produzioni in prosa, come il romanzo “Paesi tuoi “(1941) e i racconti lunghi e politicamente impegnati come “Il carcere” (1938-39), “La casa in collina” e “La spiaggia” (1941), seguiti dai racconti di “Feria d’agosto” (1946), il romanzo “Il compagno” (1947) e “La bella estate” (1949). Nel 1947 escono “I Dialoghi con Leucò”, ma la consacrazione definitiva avviene con “La luna e i falò” nel 1950. Nell’Agosto del 1950, in un albergo di Torino, Pavese si toglie la vita oppresso da una grave forma di depressione che lo aveva accompagnato in quasi tutta la sua esistenza, cedendo a quello che aveva chiamato il “vizio assurdo”. Dopo la sua morte viene pubblicata un’altra raccolta poetica, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951).

(tratta da: http://www.stedo.it/poesie/pavese1.htm)

16 pensieri su “Cesare Pavese (1908-1950)

  1. Enrico Cerquiglini

    Caro Luca, forse dopo tanto silenzio sul Pavese poeta sarebbe ora di riaprire il discorso. E’ stato Pavese, prima di tanti decantati miti poetici nostrani, a ribellarsi all’ermetismo dilagante, a proporre un modo nuovo (per l’Italia) di intendere la poesia. Ma in qualche modo questo paese, che non ammette eccezioni, lo ha rimosso. Poesie come “Il vino triste”, “Cattive compagnie” (che riproponi), “L’uomo solo” e “Incontro” sono tra le cose più nuove e poeticamente riuscite della prima metà del Novecento.
    Rifletterci sopra non potrebbe che farci bene.
    Enrico

    Rispondi
  2. mariapia

    Buona sorpresa Luca, questo Pavese riproposto nei luoghi mentali più suoi, con quel timbro e sguardo, indimenticati.
    La sua tristezza, le sue immagini(la paura delle donne, anche), tutto è a suo modo reso necessario dalla lingua piana, e lirica, narrativa.
    Ha ragione Enrico Cerquiglini, che occorrerebbe ripensarlo Pavese, in un’epoca che un pò ha “finto” di scoprire, e rendere poi manierismo, certo minimalismo derivato.
    Maria Pia Q.

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  3. Luigi Nacci

    Ha ragione Cerquiglini. Bisognerebbe tornarci (su LAVORARE STANCA, in primis) decostruendo le critiche negative assurde, come quella di Mengaldo nell’antologia nota…

    Rispondi
  4. Francesca Matteoni

    Grazie Luca di questo post! Pavese è stato il mio primo poeta italiano – non so ho sempre preferito ai romanzi la sua poesia (e I Dialoghi con Leucò, uno dei libri della vita per me – quando Pavese si uccise ne aveva una copia in tasca; e il Mestiere di Vivere, il diario). La paura delle donne, come dice giustamente Maria Pia, ma anche del desiderio stesso: Pavese era uno che viveva sul baratro, sull’orlo, tra l’ansia di raggiungere le cose agognate e la consapevolezza che una volta raggiunte esse svaniscono. Che il vivere equivale per alcuni ad un’inquietudine di fondo, irrisolvibile. E’ questo anche che dice in Poetica, uno dei testi che amo di più e che risuona come alcune belle pagine sulla giovinezza del diario: che la luce nella sua bellezza è silenzio e dolore. Che vive sempre in una tensione, ma non raggiunge che il suo estinguersi. Questa è forse la cosa che ci commuove di più nella vita, che ci affratella: l’essere totalmente, meravigliosamente insignificanti nel nostro splendere e inermi.

    (La paura del buio, magari non c’entra nulla, ma è la stessa paura che aveva la Dickinson, affrettandosi passando accanto ai cimiteri).

    Poi – e finisco c’è l’assolutezza di un’arte nella vita. Le ultime parole del diario mi danno i brividi:
    “Tutto questo a schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

    (Beffardamente e stancamente fanno pensare alle tante – troppe parole di gente che gesti (se non hanno una qualche risonanza) non ne ha mai fatti, ma è comunque piena di parole).

    Rispondi
  5. lucaariano

    Grazie a tutti per essere intervenuti!
    @Enrico e Luigi avate ragione, “Lavorare stanca” nel 1936 ruppe totalmente gli schemi che c’erano nella poesia dell’epoca. La sua poesia ha influenzato molti poeti non ermetici e, secondo me, ancora oggi se ne sente l’influsso. Andrebbe riscoperto e non convido nemmeno io le critice negative di Mengaldo.

    @Francesca io sono un “pavesomane” nel senso che mi sono letto tutto, anche le lettere e i saggi e alcune opere come La luna e i falò, Dialoghi con Leucò e le poesie rilette più volte. L’ho amato come narratore moltissimo, come poeta l’ho scoperto un po’ tardi, cioè verso i 19 anni, prima avevo già letto i crepuscolari, Bertolucci, Caproni e PPP. E’ stato il primo grande scrittore italiano che ho scoperto e amato intorno ai 15-16 anni. Certo mi sento lontanissimo dal suo nichilismo, ma stilisticamente e nel modo di raccontare anche in versi per me è sempre un modello!

    @Maria Pia sono contento di averti sopreso con Pavese. Sì, l’uso della lingua di Pavese, in quell’epoca, grazie anche all’influsso americano, in Italia ha esiti sorprendenti. Un tempo era molto letto tra gli adolescenti. Oggi? Non è una domanda provocatoria, davvero non lo so se i ragazzini lo leggono ancora…

    @Carla ti aspetto.

    Un caro saluto

    Rispondi
  6. hag reijk

    È stato uno dei miei primi amori letterari -long time ago. E si è fatto (sempre) troppo pettegolezzo su di lui e sulla sua misoginia. Le sue poesie, ach! quali tortuosi percorsi ha la mente, mi hanno spesso ricordato in certo ritmo il parlato-cantato di Leonard Cohen. E visto che aprlato di musica, propongo un blues, un suo (di Pavese) blues… the last, to be read some day…

    ‘T was only a flirt
    you sure did know
    some one was hurt
    long time ago.

    All is the same
    time has gone by
    some day you came
    some day you’ll die.

    Some one has died
    long time ago
    some one who tried
    but didn’t know.

    Rispondi
  7. lucaariano

    Grazie Hag Reijk!Eh sì, ci lasciò lui un bigliettino con scritto: “Non fate pettegolezzi…” ma poi finì all’opposto…
    Un caro saluto

    Rispondi
  8. Carla

    Lui,
    le sue poesie devo leggerle in silenzio silenzio,
    necessitano che l’animo sia libero di fronte, per poter accogliere lo stupore, delicato, il suo narrare dentro alle cose, vive, l’infanzia che vedi commuove, lui entra nel semplice gesto, ti mostra i suoi occhi puliti,l’assorta bellezza.

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  9. lucaariano

    Grazie Carla!!!Pavese arriva diretto come una locomotiva…Ho sempre trovato una certa dolcezza in lui, nonostante la durezza di molte situazioni; c’è sempre quel tocco di bambino infelice che cresciuto non è riuscito a resistere alle tempeste della vita.
    Un caro saluto

    Rispondi
  10. maria pia

    E? vero Luca, la dolcezza di Pavese, tutta versata in quella luna, o in quelle colline. .
    E che freddo intorno,,anche tra “compagni”..
    MPia

    Rispondi
  11. lucaariano

    Grazie Maria Pia!Putroppo molti “compagni” l’hanno lasciato solo, non hanno capito che quel viaggio per l’Italia era un viaggio di addio…
    Un caro saluto

    Rispondi
  12. maria pia

    Lo so, ed è ogni volta bruttissimo ricordare di quanta assenza di empatia, fratellanza e fede, in taluni.. compagni, di ogni tempo e cielo.

    Io passerò dalla Parma tropicale e “votante” da domani, (che non tocchino i 39 °speriamo!stasera c’era “Atalanta” di Vigo al cinema Astra,(i ricordi delle pedalate in bici , e poi al cinema Astra d’essai all’aperto, con i cespugli di rosa e le bibite sotto i glicini, sulle seggioline estive ..)
    Lo sai, divagando, ma in tema, che ricevo – ogni week -il completo di films- mostre-concerti in diretta dal Comune di Parma, è una newsletter che chiunque può ricevere…
    da paesi tuoi)

    e che il server mi pubblichi, non a singhiozzo, è un’altra speranza.
    Baci cesariani, da Maria Pia

    Rispondi

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