DE AMORE

Parte I
1
CRISTO è coinvolto nelle cose del mondo. L’italiano di scuola è piegato verso questo e questo: una cosa e un’altra. Questa lingua è una corazza musicale. Non senza fatica, prima; anzi, crollando; dopo, con nessuna fatica, come in un volo ben fatto. Tu non ti chiuderai più in un buio, o un buco; ti è stata chiesta una santità diversa, nell’amore più grande. E per amore hai già deciso. Il primo gennaio il primo pensiero è il più naturale; e non esclude un abbandono più grande: in questo amore sei innocente, come è lei. L’occhio raccoglie, indica alla memoria le cose.
2
Il sacro unirà cosa con cosa, persona con persone, cose con persone. Quindi la compagna e il compagno, sempre. Al mattino viene la notizia della morte, a notte, di un uomo mai visto, padre di una donna vista una volta sola. Alla madre si è incrinata la gamba e le duole. Di notte, è stata una festa, invece: molti amici, i più cari, per una festa. In sogno, sempre, in una casa più grande di questa. Ecco – qui piove – si starebbe qui, per assecondare il ritmo nato ora, fino ad un punto isolato dal primo membro, posto dove rimane: che qui chiude il primo respiro: allora si alza la mano dalla tastiera, fiato, ricomincia sùbito, urla, sospira, spesso canta a piena voce. Non stancarti. Ho stima di te.
3
Non posso evitare di respirarti, qui, da vicino; e tu non puoi, verso di me. Alla sposa questo sposo. Infatti non provi più né vergogna né paura, ma ti esalti; ora tu sei felice; e anche la voglia di silenzio non viene distrutta, ma battezzata. Il momento è così alto che non si riesce a parlare; in lei, lo sposo vede qualcosa di divino; ammutolisce; poi glielo dice. Lei si commuove, come se fosse amata ora per la prima volta: lo stesso accade in lui, sposo di lei.
4
Anche le lamiere, e il dolore di tua madre, sono nella poesia; e le mani pure, sì, e la loro vocazione: una seconda nascita. Va bene. Qui sono incensi diversi, per bruciare. E sembra che la stanza mangi questo profumo. Questo per quanto riguarda il trattamento degli oggetti (sono oggetti? e non li vedi vivere, con te, e modificarsi nel rapporto con te? Li hai visti sempre come altri vivi: a te bambino facevano molte ombre strane, di notte: ti parevano mostri, nel buio).
5
Quasi non crede e crede, disvuole e vuole, spera disperando, ecc. Ecco ancora il petrarchismo, ed è buono; guarda come diventa un abito, per te; o una strategia misurata della devastazione (nella mente, nella mente sola, dove basta). Considera sacri i tubi dell’acqua, fino a un quinto piano. Sacro il caldo del sottotetto, d’estate; il freddo attraverso la finestra, in inverno. Non sono sacri i tappeti, i quadri, i lampadari? Dunque ti è sacra questa casa-bambina. Tu sei più cosciente di quello che hai fatto, prima: la tua storia, non il tuo alibi; non la vanità, se vedi come nasce il tuo nuovo libro, con necessità e altre cose. Io cancello quello che scrivo, ma la barriera esiste, scritta. Altro non si sparge, ma cresce.
6
La prima cosa è amare una pupilla degli occhi: come se fosse, perché è sempre stata, quella del proprio occhio. E chi muore giace, morto. E dice: io sono morto. Chi vive, non sembra tale. La letteratura è un’altra cosa. Chi ti imita – sovrapponendo alla tua morte viva la sua viva morte, e non significa – fallisce: perché è una o uno; e non ama, e vuole vivere vivere vivere. Scrivi con la punta delle dita, deforma la schiena nella postura, cioè raddrizzala; non giocare; gioca sempre; e di nuovo: sii ingenuo e preciso. Cioè colto e vuoto. Il caldo sia superiore al freddo, in questo lavoro: l’amore sia più grande dell’amicizia. Questo riguarda la tua sola vita, come tua regola.
7
Per eccesso di fame non mangiare; per una parola infelice, anche. Anche per aver dimenticato di fare tutto, anche. O per aver fatto tutto, troppo bene e prestissimo. Nei fianchi la fame colpisce prima, e assottiglia il collo, il petto, le spalle già sottili. Poi le guance sono meno gonfie. Ma qualsiasi Madonna in Genova le ha tonde: essendo sposa e madre. E quasi conserva quei segni infantili – le guance – perché è figlia del suo figlio. Ora tu sei ingenuo. Scrivi con la fame, dalla carne in poi. Infatti la forma è una sola: una però è un flauto solo, nota dopo nota; gli altri sono accordi, oppure molte voci, correnti insieme e forti. Ci sono tante orecchie, e tante svolte. IANUA, la CITTÀ-PORTA, serve a ricordarti questo, sempre nella poesia. Per conoscerla devi attraversarne i vicoli, comprese le anime che lì stanno; per vederla devi salire in alto (la collina degli Angeli, Castelletto, il Carmine).
8
Appena si pone un punto, nessuna melodia regge più. Quello che è fatto, si fa come se lo facessi tu. Invece: come se, ruote, girassero; e, aperte ali, spingessero; per grazia di un motore; guarda e vedi! Tolle! Leggi! Ora non ti ritiri più da queste manifestazioni; non le fuggi; anche la povertà, infinite volte, ha morso; e sarà morsa, dopo, come troppo morbida: uno scarto mortale e in sonno, da gettare. O si chiama illuminazione questo vero nel buio, dove scatta; o è la dignità che ricompone un percorso, e lo assomiglia a un altro e un altro. Tanti ti sono padri: cioè scrittori. L’uguale per le madri.
9
Sta alla pelle, ed è suo, un odore che viene dal suo massacro, o il suo prurito, che dura. La pelle ne è stata presa e rossa, come lesa. Il corpo ha la sua parte, si protende come può verso il testo. E il testo lo abbraccia. L’esperienza si dice privata, non facendo scienza dei suoi dati. I suoi fatti non sono ripetibili: parlo per me.
10
Ciò che non è né poesia né prosa è una POSA, non comune: viene IL SANGUE, irrorato dalLE COSE. E le cose fluiscono e il sangue fa pressione, e sale alto, e pesa. Il liquido crea cemento; il duro si liquefà. Ripetere questa rivoluzione; immaginarne altre degnità, più nuove, per il futuro.
11
C’era un buio lungo, all’inizio del 2004: ma, insieme, l’insegnamento ai piccoli, insegnando LA POESIA. La città, a Sestri, sembrava SENZA LUCE, anche di giorno. Non avere luce in sé, non emanarla: ma portarla, per i testi che vengono letti; questo riguarda la politica, come tu la vivi.
12
Qualsiasi Madonna in Genova ha le guance tonde. Qualunque merito si abbia, cede alla sua purezza. Ne trovi le tracce, ancora, a Boccadasse e nei vicoli: Maria pura, la pura Maria. Il mattino porta più dei versìcoli usuali. Scrivi, o segna, per te, soltanto. Il pubblico c’è e non c’è, perché non lo conosci; devi solo PUBBLICARE: tutto, sempre, molto. Dare TUTTO, compresa la vita e il suo tempo.
13
Delicatamente colpi, interrompi, e sei uno, con una, per te, e tu per lei. Allora rallenti il ritmo, sillabi le parole, fai le pause; o cerchi di rendere salmo anche il discorso più umile: gli strumenti di casa, gli strumenti per scrivere. Vivi felice. Dopo le mani mosse, la lingua mossa, l’esito è orale e oralità: da provare su palchi e scale; che un microfono raccoglierebbe presto. Si avvicina il periodo del movimento, che pare, pensandolo, la perfetta letizia.
14
Una Chiesa piccola disturba una Chiesa grande: quale amore è il più perfetto? E se appassionarsi fino all’apice, o no; se amare il mondo degli uomini, o un uomo, o donna, che è nel mondo, uno o una sola. Dio trionfa con la sola destra. Questo riguarda l’etica, nello scrivere e in altro.
15
Neanche l’isolamento, tuo vizio, si chiamerà resistenza. In realtà ti esponi verso uno SCHERMO. E tu ti riferivi già a una macchina, o televisore o computer. Ne uccide più la spada che la lingua, sempre. Ma chi resiste, e non lo sa, merita compassione; nella forma più umile e dolce: una carezza, che gli torna sopra il viso, e torna e ritorna sempre. Pensi che c’è qualcosa di mirabile in un progetto che dura anni, e da anni; che si raffigura in scale e corse e salite; lo spessore della carne si assottiglia, e quasi sparisci nelle sue mani.
16
Quello che conosce se stesso arriva ad una sinuosità, come di musica. Allora SCRIVE. L’alto non diventa basso, in nessun caso: se non per effetto di parole, forse, a cui non risponde. E non succede niente. E non si atteggia. E lo vogliono fare smalto, perché è mite, e diventare cattivo. Finisce il mondo? Una parola è detta male; e un’altra non esce dalla gola. Si piega anche il primo padre, per dolore. Allora il bambino piange ancora, e non c’è chi lo consoli: se non l’arte di ritornare o tutto nero o tutto bianco. Muore e vive. Da grande, sarà il padre di figli maggiori di lui in tutto, enormemente più adulti: padre di padri e madri, o di fratelli, e così via. Ad un non ci credo risponde con pazienza, crea la mediazione; comunque non torna indietro. Sciogliere questo freddo nel suo contrario è un atto dovuto, per giustizia.
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Amo anche il gelo (se viene) e gli scoppi (quando feriscono)? Ho chiesto. Amo la bambina che si chiude in questo mondo, suo e proprio; quando esce, ne esce per forza di scrittura; è amata; è ascoltata ed esiste; chiede l’amore nello stesso momento in cui chiede esperienza e pazienza, o solo ascolto. E l’altro – io – non nega, perché a sua volta riceve e chiede, e ottiene un suo spazio. Un’altra persona – questa – ti riconosce e identifica. Trova bello anche il tuo corpo, benché sottile e pallido. Ti ricorda di essere buono e innocente, come l’agnello che è nel corpo. NON si muoverà un lupo, dopo, per farne un pasto; NÉ gli altri predatori; che nel fondo degli occhi, e lei ti guarda, suo sposo – è quasi il mattino, ore cinque e mezza, domenica –, proprio il tuo corpo, parificato al suo, sembra ancora adolescente: meglio di come non fu, a suo tempo. Le scuole poetiche credono di contrastarsi, e la didattica le mostra così: invece coesistono, semplicemente.
18
Vivono tre cose, ad esempio, tra le altre: una sola realtà ad ognuno, una sola forma ad ognuno, e un corpo minuto che le rappresenta, in una volta sola e in se stesso. Credi di dilatarti, ma sei UNO, come appena nato e nella tua infanzia.
Nota
Pubblicato sul sito www.nabanassar.com il 7 novembre 2005;
su www.poetiche.splinder.com il 20 luglio 2006.

lo leggo stasera…
vorrei tanto vedere l’immagine!
Una parola intensa, che coglie e toglie e s’inventa. A immagine di mondi ne dà altri, stupefacente parallelo.
Ma che bello, Francesco!
Quando lo lessi la prima volta rimasi senza fiato.
Con Sannelli vanno in fiamme tutte le categorizzazioni dei critici.
Ti trovi di fronte ad un universo nuovo. Se sai guardarlo con gli occhi dello stupore e del non-previsto è meraviglioso (questo dovrebbe succedere con tutti, ma con Massimo l’esplosione è come la sequenza finale di Zabriskie Point).
“el olvido està lleno de memoria” (Mario Benedetti)
Anche io leggerò prox con più calma ed attenzione come merita il tutto.
Un caro saluto e grazie
Perfettamente d’accordo con te, Luigi.
Carla: non so postare le immagini in modo che, cliccandovi sopra, ritornino a grandezza naturale: ho bisogno che qualcuno/a me lo “impari” (insieme a tante altre “cose”).
Comunque, se andate qui:
http://www.inedition.it/default.asp?cmd=getBook&cmdID=52
c’è una “sorpresa” che, ne sono sicuro, vi farà piacere…
fm
questo è Verbo che mi fa credere (state creando un mostro). Complimenti. Nome, nome sarà mio.
Altra piccola sopresa:
http://frucco.splinder.com/post/12454620
Un caro saluto
Che bell’assaggio!!!
grazie!
nel punto 6 ci trovo un vero insegnamento!
(quel Verbo ha fatto cedere e credere anche me)
(GRAZIE, A TUTTI, non so dire altro, scusate)
massimo
la tua parola, massimo, è una spada che divide per amore, la stessa che è principio di fratellanza. il senso del sacro che sta nelle cose, nella relazione tra le cose, qui, è sussurrato e nello stesso tempo deciso, fattosi corpo (come nella tua amata Emily). complimenti come sempre, più di sempre, ti abbraccio stretto,
andrea c.
“In sogno, sempre, in una casa più grande di questa”.
una scrittura di cose vere: lo sto imparando a poco a poco. confrontando la tua vita e le parole scritte. così quel sogno, che è come dire: le cose stanno crescendo, perché vere. ci vuole pazienza, a lasciar crescere qualcosa. la violenza la uccide. “De amore” parla di una delicatezza che è già di un altro mondo, quello che trasforma il mondo in cui viviamo.
e ne fa una casa più grande di questa.
grazie, Massimo.
fabrizio
Ho seguito massimo poeticamente, all’inizio, leggendo qualche sua plaquette su internet, e non mi piacque per niente. Lo trovavo astratto, mi sembrava uno di quelli che giocava con le parole provocando un gran fuoco ma alla fine non mi restava che cenere. Poi ho avuto modo di conoscerlo e, in seguito, di leggere le sue prose. (alcune) Questa, per esempio, è davvero qualcosa di meraviglioso. Apre parentesi di senso e ti ci lascia dentro a giocare. Volevo spendere due parole anche sull’intervista apparsa su microcritica, bè, la risposta alla domanda iniziale sull’omosessualità mi ha commosso, davvero. E già che ci sono, massimo, se passi di qui volevo informarti che vorrei pubblicare quella risposta sul mio blog come “poesia”. Perchè se la poesia è davvero simile a qualcosa, quel qualcosa è l’esser nudi. E massimo lo è sempre.
Con stima e amicizia, folletto santo e pazzo.
A
Massimo, la tua scrittura è alquanto distante dalla mia, forse agli antipodi. Del resto tu sei un poeta, io uno scribacchino che ogni tanto prova ad andare a capo. Tuttavia sento la necessità di inchinarmi dinanzi alla tua greve leggerezza, al tuo dolce e drammatico senso del vivere, al tuo raro e inimitabile sentire… alla tua arte.
Ho stima di te.
Pasquale