Da una corposa indagine di Gianmario Lucini sulla poesia – che si può leggere qui: http://www.pseudolo.it/naspoesia1.htm – prendo l’interrogativo iniziale, che sta sotto ogni nostro pensiero sul tema e costituisce lo spessore nascosto di ogni creazione in versi.
“La poesia ci è stata trasmessa dalla tradizione per mezzo di testi scritti o espressioni orali. Essa ci si pone dunque innanzi nella sua evidenza come prodotto della mente, ma nulla traspare sulla sua origine, sul perché l’uomo l’abbia inventata (o semplicemente trovata) e coltivata attraverso i millenni. Possiamo facilmente intuire che il linguaggio sia nato da esigenze di comunicazione e scambi di diversa natura, per risolvere problemi pratici, di sopravvivenza. Ma se esisteva già un modo di esprimersi e capirsi, che bisogno c’era di inventare la poesia? Che cosa ha indotto il primo uomo che ha composto un verso a recitarlo come fosse qualcosa di particolare, rispetto a un altro modo di esprimersi? E, in secondo luogo, quel messaggio era “funzionale” a qualcosa o aveva particolari caratteri di gratuità? “

adoro le domande senza risposta, ci concedono l’illusione di spendere “bene” il nostro tempo, e nel contempo permettono che sia sottolineata la nostra (presunta sempre) perspicacia.
di quelle domande anch’io vivo, per quei buffi scherzi del destino che non ci fanno sufficienti le domande cui è possibile ipotizzare una risposta, e su quell’ipotesi, poi, costruire un tentativo di azione.
e così sia.
grazie, Mario, hai colto lo spirito del post. Gianmario ha scritto molto e bene nella sua “indagine”, ma volevo che qui risultasse in primo piano la provocazione della domanda iniziale, per le ragioni che hai detto.
ero indeciso tra questo brano e un’intervista sulla poesia a Franco Fortini (http://www.emsf.rai.it/scripts/frameset.asp?tabella=interviste&id=299): ma per questa c’erano i diritti d’autore e ho lasciato perdere.
come Baudelaire sosteneva;
Il poeta è come un gabbiano o un angelo caduto. Il gabbiano segue la nave e poi gli tagliano le ali. La nave è la civiltà. Quando non la tocca è superiore. Quando la tocca cambia aspetto. C’è l’ incapacità del poeta a dare definizioni. Il poeta non da valori, in dilazioni positive. Il gabbiano è superiore sia alla civiltà, sia alla natura. La natura è confusione e non ha ordine. La civiltà è nata per organizzare ciò che è disorganico. Il caos è disagio. La civiltà è sporcizia morale e la natura è disordine. Quindi non la accetta. Si deve mantenere puro, ricreare una condizione di purezza che consiste nel bello. Il mito del decadentismo: il poeta che se ne sta da solo.
Il poeta è assertore del bello puro. La poesia è pura.
“la poesia è fuga ricerca bisogno spavento; un andare e ritornare, un chiamare per fuggire; un’angoscia senza limiti e un amore esteso.Non può neanche concentrarsi sulle origini perchè ormai ama il mondo e le sue creature e non troverà riposo fin quando tutto non sarà nelle origini. Amore di figlio, di amante. E amore anche di fratello. non solo vuole tornare alle vagheggiate origini, ma vuole, necessita di ritornarci con tutti e potrà farlo solo in compagnia,tra i pellegrini il cui volto ha visto da vicino, il cui respiro ha sentito accanto al suo, nella fatica del cammino, e le cui labbra secche di sete ha voluto senza riuscirvi inumidire.Perchè non vuole la propria individualità, ma la comunità. La totale reintegrazione, in definitiva:la pura vittoria dell’amore” (M.Zambrano, Filosofia e poesia)
la domanda eterna sul perchè di un’arte “inutile” si china su una risposta non esplicativa ma che apre ulteriori orizzonti alla riflessione: individualità/comunità in eterna dialettica l’una per la vittoria dell’amore di sè, l’altra per la vittoria di una gratuità che si chiama amore.
è bello che ci si interroghi sui fini, sulle motivazioni che spingono il nostro agire, sebbene possa sembrare di affrontare domande che non avranno mai risposte definitive ma, com’è scritto nella presentazione di questo blog, sapendo che alla fine si cresce e: “per la stessa ragione del viaggio: viaggiare”
buona domenica
Per Nazim Hikmet la poesia doveva essere utile, altrimenti era pura esercitazione borghese, narcisista: Scriveva: “Penso che la poesia debba essere utile a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona. Utile a una causa, utile all’orecchio… Voglio essere capito e letto dal maggior numero possibile di per-sone, ai più vari livelli di cultura, nei più diversi stati d’ani-mo, dalle prossime generazioni. Voglio essere traducibile per i popoli più diversi”.
…Foglie morte
Guardo in ginocchio la terra
I giorni sono sempre più brevi
I pesci
I tuoi occhi
Il mattino
Il mio funerale
Il mio secolo non mi fa paura
Il più bello dei mari
Il raggio è riempito di miele
Il vento cala e se ne va
In questa notte d’autunno
Le sedie dormono in piedi…
grazie a Carla, Io e Marco: già da qui s’intuisce quante e quali possano essere le risposte o le ulteriori domande. vorrei invitarvi a dare un’occhiata a quest’altro curioso contributo:
http://www.daimon.org/lib/aphorism2.htm
Domande impervie, Fabrizio, in una stagione – una giornata – una città non clemente.
Lo dice anche Fortini in quell’intervista che citi (grazie, davvero interessante): “Rispondere è come se si volesse rispondere a ‘che cos’è l’uomo’ o a ‘che cos’è il mondo'”.
Apro un libro a caso e trovo una possibile risposta, che riporto perché forse non usuale: “Se si usa la ragione il carattere s’inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. E’ comunque difficile vivere nel mondo degli uomini. Quando il malessere di abitarvi s’aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s’intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia…” (Natsume Soseki, “Guanciale d’erba”).
Questo veniva detto ai primi del 900, in Giappone, da Soseki. Dice però Fortini: “due o tremila anni fa…, probabilmente, la questione sarebbe stata diversa”.
A pensarci, ho le vertigini, come dice Heidegger, “Occorre farsi piccoli davanti alla terribilità segreta della presenza di tutto ciò che è inizio”.
Oppure accettiamo la sfida, come Shelley? “Nell’infanzia della società, ogni autore è necessariamente poeta, poiché il linguaggio stesso è poesia” (“Difesa della poesia”).
Quindi? Ascolto delle radici e ricominciare daccapo, sempre. Ogni poesia, forse, ha in sé la sua storia e la storia della poesia.
@fabry
grazie della segnalazione.
fra i tanti aforismi questa triade mi pare interessante
La poesia non cerca seguaci, cerca amanti.
Federico García Lorca
È nei margini che si trovano i poemi.
Osip Mandelstam
La maggior parte della gente ignora la maggior parte della poesia perché la maggior parte della poesia ignora la maggior parte della gente.
Adrian Mitchell
riflessione e discussione interessante – non saprei cosa aggiungere – quando penso all’idea/scaturigine/origine della poesia mi piace tirarmi fuori d’impaccio pensando a Pessoa:
“il poeta è un fingitore / finge così compiutamente / che arriva a fingere che sia dolore / il dolore che sente veramente” …
“Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale”.
Marcel Proust
– Grazie, Fabrizio, credo che proprio in questo voler ri/creare il mondo stia la ragione profonda dell’arte, in generale.
Necessità originaria del racconto e del canto, per la trasmissione del sapere. Oggi, a distanza di millenni, sappiamo che ogni autore e ogni lettore, ricrea ogni volta, letterariamente, il mondo.E sappiamo anche che tutta la letteratura è diventata un macrotesto fortemente autoreferente, mirabile prigione borgesiana dalla quale non si può sfuggire, ma pur sempre compromessa col mondo, dentro la quale bisogna porsi domande vere (anche senza risposta, come afferma Mario) e sottoporsi umilmente ai giudizi.
Antonio
Lavoro accurato e profondo questo di Gianmario, di cui attendiamo il seguito.
Quanto alla domanda focale: “che bisogno c’era di inventare la poesia?”
Una possibile risposta potrebbe essere quella che la poesia ambisce non soltanto a dire – come fa già il linguaggio ordinario – bensì a dire “bene”; e in quel “bene” c’è tutto noi stessi. “L’arte riposa su una specie di senso religioso, su una serietà profonda, immutabile; perciò si unisce anche così volentieri alla religione” sosteneva Goethe. E questa serietà è all’origine della perizia artigianale al servizio del “gusto” dell’artista, nell’imitare o nell’esprimere. Ma la poesia, e l’arte in genere, può anche intendersi come volontà di restituzione (ad altri) di quanto di bello, di cognitivamente importante e di emotivamente forte (pathos) si è ricevuto.
Giovanni
grazie anche a Giorgio, Io, Enrico, Antonio e Giovanni. la domanda di Gianmario, in questi giorni, ha una rilevanza acuita dalla sua compromissione in prima linea proprio là dove la comunicazione è più difficile. mi vengono in mente tutti i poeti che hanno spinto il loro impegno fino in fondo, e non solo nel mondo delle parole.
fabrizio
Fuori i nomi, Fabrizio!
😉
beh, io penso a Dietrich Bonhoeffer, a Simone Weil, a Juan de la Cruz, a Vallejo…