L’itinerario si era fatto difficile, in una maniacale
triangolazione di spettri erotici, anche se precipitava
nella sua guida salda il treno, sollevando ai lati
costoni di pietra e pascoli, trame di cavi e pali.
La bellezza della lettone era dapprima sommessa,
quando s’infilò nel sedile adiacente, i seni
invisibili in bombature sghembe di maglia
e braccia coperte, seppure lancinava quella striscia
di carne nuda, in cui pulsava ignara la cicatrice
ombelicale, ma poi si fece incombente, minacciosa
quella bocca carnosa, quasi cubana, il latte della pelle
appena intorbidato, e le iridi a coltello
che ad ogni sguardo mi segavano lente
lo stomaco, una miscela di grigi,
punti di ruggine, e verdi insabbiati.
Vidi anche, dalla cinta lasca dei jeans, la base
della schiena, e più sotto l’orlo delle mutande
perlate e color carne, in un precipizio
di cattivo gusto, odor di sangue, e brama.
La lettone era bella come una brasiliana,
ma più bassa, e calcolatrice, con uno sguardo
vitreo che ammazzava ogni arroganza,
e a diciannove anni si vantava, come una regina
di Saba, di aver fatto tutto, pianoforte
dodici anni, e sei di danza, e le quattro lingue,
lettone, russo, tedesco, inglese, più un italiano
senza articoli, e un futuro professionale
radioso, di modella e attrice. Era stata persino
volontaria nella croce verde, aveva raccolto
qualche moribondo, rimboccato le coperte
ai vecchi.
Il nasino della lettone, di Tania, era come sbalzato
sui lati, con piccoli rilievi lussuriosi, e altrimenti
affilato come una lama, e i denti potevano maciullare
i sogni di un uomo come pasta sfoglia.
Ma poi c’era l’altra regina:
africana, giovanissima,
che mi fissava inespressiva, immersa
in una buia, oceanica tristezza. Non scambiò
parola col suo uomo
per sette ore di viaggio. Attonita, enigmatica
fissava me che le stavo di fronte, come io e non lei
fossi un idolo insensato e ipnotico. Una sola
volta sedendosi al suo fianco
l’accompagnatore disse: “Sorry”,
e mai più parlarono, né incrociarono gli sguardi.
Il bretone con enormi e ricurvi pollici
teneva banco, vantava vita agreste
fra tossici e alcolisti, con i quali
strigliava cavalli e preparava forme di formaggio.
Faceva ombra col suo parlare fitto
a minuziose mie allucinazioni carnali:
in quell’abbaglio tacevo,
desiderando un corpo doppio
per risalire scalzo nelle loro bocche
regali e come tenero frutto
farmi interamente ingoiare.
(Inedito – Nella foto: la modella lettone Julija Oinasa.)


bel viaggio, bei compagni di viaggio.
a volte si trova la poesia anche in qualcosa di abitudinario o insolito.
ricordo una giornata al mare ad ostia peccato non avere neanche un tovagliolo di carta su cui scrivere e la brezza marina ha portato via la poesia.
la lettone mi ricorda un’amica di tanti anni fa mentre l’altra donna una mia cliente somala.
Caro signor Andrea Inglese mi hai fatto desiderare di prendere il treno.
grazie Franz.
vi abbraccio entrambi.
Stella
Faceva ombra col suo parlare fitto
a minuziose mie allucinazioni carnali:
in quell’abbaglio tacevo
Disarmante la parola che diventa propria nelle emozioni da costruire.
Leggi e viaggi, rileggi e riparti, nei ricordi che restan tali per la mancanza di uno straccio di tovagliolo sul quale imprimere la poesia che persiste.
Caro signor Andrea, dal nome importante, se Stella prende il treno le coincidenze affiorano e portano ad un viaggio che grazie alle parole stiamo facendo tutti.
‘L’itinerario si era fatto difficile, in una maniacale
triangolazione di spettri erotici, anche se precipitava
nella sua guida salda il treno, sollevando ai lati
costoni di pietra e pascoli, trame di cavi e pali.’
Potrebbe essere l’incipit di una ‘lunga’ storia…
Rendi molto bene l’immagine, il corpo sente!
Segnalo che di Andrea c’è da ieri un post molto bello su http://www.nazioneindiana.com
letto e apprezzato
Stella
letto(ne) e apprezzato(ne), anche su Nazio(ne)
Bello, complimenti
complimenti, sì, alla “tettone” della foto!
A conferma del talento di Inglese posso dire che la lettone, attraverso la sua descrizione, fa sangue pure a me.
per la scrittura, vale lo stesso discorso dei cuochi. cucinami un piatto di spaghetti al pomodoro e ti dico se sei bravo. per i poeti: descrivimi una ragazza e ti dico quanto vali. tu qui, inglese, sei nabokoviano, e io ti odio. in senso buono.
molto molto molto bene, per me, lettura rara, boccata d’ossigeno.
certo che se a uno viene in mente di prendere per il culo una ragazza perché ha studiato pianoforte e danza e parla quattro lingue e ha “persino” “raccolto qualche moribondo, rimboccato le coperte ai vecchi” dev’essere perché quest’uno sa suonare anche il violino sulle punte, ha il dono della glossolalia e madre teresa gli fa una pippa.
lorenzo carlucci