Di Davide Nota, nato a Cassano d’Adda nel 1981 e residente ad Ascoli Piceno, esce la seconda raccolta poetica Il non potere; dopo Battesimo uscito nel 2005 per i tipi di Lietocolle con prefazione di Gianni D’Elia.
Nel titolo, due possibili significati: il non potere come utopia – in quanto, deandreianamente, “non ci sono poteri buoni” – e/o come rammarico di “non poter fare” alcunché per porre rimedio ad un malessere individuale, sociale, generazionale. La lettura del libro induce a non escludere alcuna delle due accezioni. Se è ineludibile il raccordo a poetiche dell’impegno di ascendenza pasoliniana, è altrettanto evidente, qui, una tensione storicizzante attraverso la carne dei vissuti individuali: quello dell’autore, innanzitutto, e di suoi coetanei, su uno sfondo di degrado – umano e paesaggistico – silente ed invasivo come una metastasi.
Quattro le sezioni della raccolta: I cadaveri, Domus, Il non potere e Controluce. La scrittura di queste poesie è prevalentemente lirica tendente “alla vera e propria prosa ritmata” – come osservava Gianni d’Elia riferendosi alla precedente raccolta – in cui le ricorrenti assonanze e allitterazioni danno ritmo e musicalità ai versi dove si inseriscono inserti di linguaggio verbale.
La doccia, prima poesia della raccolta, esprime con nettezza di pensiero e di immagine una visione della vita: No, la vita non è enorme, si incanala/come un torrente in rubinetti chiusi/e sgocciola, calcare, di doccia in doccia in vano,/si raccoglie, tra gli abusi, sciolti/dei corpi i resti in acquitrini viola/che l’estate dai finestri asciuga;/così resta, ad un sapone attiguo, un pelo/tuo ricciuto, nero; l’oggi/è quanto resta, scoria/che la fuga della storia elude: un perizoma/sgualcio ai piedi del cesso, un rubinetto/semiaperto… La vita, dunque, ci attraversa e s’incanala in noi, moltitudine di “rubinetti chiusi”, che poca (il “calcare, di doccia in doccia”) ne lasciamo sgocciolare, poca ne trasmettiamo. Resta della vita un “oggi” concreto e vitale – e simbolo ne è il “pelo ricciuto” – che “la fuga della storia elude”; la “vita” qui, sembra voler dire l’autore, non resta strozzata nel rubinetto ma scorre, scorre almeno quanto basta per dirsi tale, ogni tanto.
Un quadro epocale urbano e di periferie in degrado delineano i testi successivi (Genova, Il fiume…) tra cronaca, dolore ed urlo contenuto; metabolizzati nei versi che tutto accolgono, avvolgono e rimodulano in chiaroscuri di ragione soggettiva, auscultata sottopelle, o di lacerti storico/cronacistici: o lupa noglobalina che scambiando follia/per reazione ti precipitasti/tra le mille bandiere di Genova a gridare/il tuo bisogno di esser meno sola.(Genova). Ritroviamo poi (nella poesia Il fiume: morto fiume che penoso passi) altra metafora acquatica di vita stentata, divorata dagli oli e ricoperta dalle pile delle auto; con copertoni e batterie sul bordo sfiancato del niente. E ancora accumulo di resti, calcinacci, scarichi industriali, rifiuti ma anche rivolo di sangue, sterco, muco che scende, nel fiume e nella periferia; questo, il dono, questa, l’eredità delle generazioni adulte a quelle giovani che, ovviamente, ringraziano: dell’incubo trasformatosi, giocoforza, in poesie orribili, quella poesia civile non amata neppure da critici ed intellettuali militanti come Franco Fortini.
Rifiuti e scorie ogni tanto si antropomorfizzano sotto una luce di pietà in quei ragazzetti/drogati (che) si trascinano nel gelo/cittadino, fumando sigaretti,/…/tra i cosi lì del parco, un nuovo coso. (I cadaveri); emarginati che originano altra emarginazione (Così a Nicola lo metteranno dentro,/Spaccio di eroina, tentata strage. – La condanna); da ultimo, nei corpi immolatisi dei suicidi (Preghiera, Croce), corpi e pezzi di un più ampio, decomposto corpo.
Attraverso la carne, i giorni. Nelle pareti domestiche, riflessi, i pensieri e i sentimenti (Residenza: osceno letto/dove tornare alle sette di mattina; Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno/alla porta di casa (welcome)./La croce appesa al collo/come dono non colto/o ricordo di un tradimento/…/Resta questa stanza/disseminata dalle scorie/di una fallita redenzione. – La soglia) da cui si colgono talvolta ferite più profonde (Tu pensa un po’ che bel Natale/senza albero e famiglia: grazie mille/storia d’Italia meschina, storia/di eredità contese, di cortese rovina).
Se alta, qui, è la tensione recriminativa e disperata (Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede nella vita. – La soglia) contro i “padri” – una costante generazionale, del resto – va pure detto che l’efferatezza di questi padri non ha forse precedenti. Ciò che i “figli” rifiutano, di loro, altro non è che la discarica dei loro vizi, degli eccessi di un benessere cresciuto a dismisura a partire proprio dal dopoguerra); una “ricostruzione” (su macerie e su colpe non loro) divenuta abnorme ed ipertrofica per i sogni insufflati mediaticamente su una moltitudine per lo più inconsapevole (Io mi portavo addosso la luce oltraggiosa/della colazione davanti alla tele,) imposta da oligarchie capitalistiche legate a doppio filo col potere politico; archeologia di ruderi fumanti che si vorrebbero trasmettere cinicamente alla stregua di una cambiale, affinché siano altri a pagarla. Il rimedio, è presto detto: Solo una grande esplosione (per dirla/alla Pasolini) salverà questa nazione,/o un’invasione di gentaglia, o una carestia…/Ma non lo so, ma che ne so io…/Fefo dice che bisogna essere estremamente sinceri/cioè ridere commuoversi gridare/antisociali e belli parlare/a voce alta, parlare sempre…
Ma non tutto il mondo è così, crediamo; non solo cattiveria, sete di potere e di ricchezza muovono i comportamenti umani. Ma non ci potrà essere (l’atteso e auspicato) rinascimento senza indignazione autentica, senza presa di posizione per “le cose che non vanno”; non sarà mai il muto/signore di mezza età/a sbirciare dal divano/con un bicchiere di birra in mano/il mondo rappresentato che ci aiuterà a risollevarci. E’ necessario, invece, uno sguardo acuto, un’attenzione vigile, un impegno comune, per non restare monadi perdenti. Sempre ci sarà bisogno di arte, di bellezza: chi potrà, dovrà per ciò percorrere quell’intuita via dentro di sé, senza rimpianti: Un giorno al fiume mi dicesti sono povero/perché ho tutto mal trattato/e forse l’unico peccato è proprio questo/sciupare doni, le occasioni…
Giovanni Nuscis
Davide NOTA Il non potere Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana (Ar), 2007
Con lettera prefatoria di Luigi Alberto Sanchi
Pagg 62, euro 10,00

Ho letto su Erodiade un estratto del tuo poema Davide. Non sono ancora riuscito a procurarmelo: ad una fiera della mircoreditoria Zona non aveva il tuo libro, a settembre che riaprono gli editori lo compro. Il passo che ho letto era molto interessante con questi salti linguistici tra basso e medio mi hanno ricordato un po’ D’Elia e un po’ Pasolini, ma anche Flavio Santi.
Un caro saluto
Ringrazio Giovanni Nuscis per questo bel dono inatteso…
Caro Luca,
il pezzo pubblicato su Erodiade, La carne, è un testo vecchio, risalente al 2003/2004, poi inserito in Battesimo, che è stata la mia prima plaquette.
“Il non potere”, che considero invece il mio vero “primo libro” (ancora in fieri), sta cercando proprio in questi giorni di divorare i testi migliori di Battesimo, quindi mi trovo nel bel mezzo di un lavoro di rilettura, selezione e riscrittura, da cui la nuova versione de La carne ospitata da Erodiade.
Un saluto a tutti e grazie di nuovo a Giovanni,
Davide
Ringrazio te, Davide, per la tua poesia e per la tensione in essa contenuta, che fa ben sperare; aiutandoci a comprendere meglio un mondo in trasformazione, tra insidie ed attese, e il cammino della poesia, lungo un percorso di ricerca che reputo importante.
Giovanni
apprezzo Davide Nota, e cogliendo l’occasione gli segnalo alcune mie poesie qui http://www.lapoesiaelospirito.it/2007/06/20/domenico-lombardini-inediti/
Se sei interessato, Davide, potrei mandarti via mail altri testi. ciao e grazie ([email protected])