Costantino Kavafis

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A cura di Elena F. Ricciardi

*
Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente :
le più vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

*
Voci

Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.

Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.

Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia di vita –
come musica, a notte, che lontanando muore.

*
La città

Hai detto: ” Andrò per altra terra e altro mare
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
c’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare”.

Nè terre nuove troverai, nè nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.

*
Ionica

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un èmpito
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

*

Mare mattutino

Fermati qui! Mirare anch’io questa natura un poco.
Del mare mattutino e del limpido cielo
smaglianti azzurri, e gialla riva: tutto
s’abbella nella grande luce effusa.

Fermarmi qui. Illuso di mirare
ciò che vidi davvero l’attimo che ristetti,
e non le mie fantasie, anche qui,
le memorie, le forme del piacere.

*
Fine

Tra paura e sospetti,
con la mente sconvolta e gli occhi esterrefatti,
ci logoriamo a vagheggiare scampi
al rischio certo
che ci minaccia tanto atrocemente.
Errore! Sulla nostra via non c’è.
Erano menzognere le notizie
(non udite? fraintese?). Altra rovina,
che non s’immaginava,
su noi fulminea scroscia,
e sprovveduti – non c’è più tempo! – ci prostra.

*
Quanto più puoi

Farla non puoi la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire delle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.

*
Rarità

Un vecchio. Ormai spossato e curvo,
deformato dagli anni e dagli abusi,
lentamente cammina per la via.
Pure, com’entra in casa, per celarvi
il suo sfacelo e la vecchiezza, medita
la sua presa superstite fra i giovani.

Adolescenti dicono i suoi versi.
Tascorrono in quegli occhi vivi le sue visioni.
E’ sua l’epifania della bellezza che le sane , voluttuose menti
le sode armoniose carni fremono.

*
Quando si destano

Di conservarle sforzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sforzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

*
Grigio

Rimirando un’opale a metà grigio,
mi risovvengo d’occhi belli e grigi
ch’io vidi (forse vent’anni fa)…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Per un mese ancora ci amammo.
Poi sparì, credo a Smirne,
a lavorare. E poi non ci vedemmo più.

Si saranno guastati gli occhi grigi
– se vive- e il suo bel viso.

Serbali tu com’erano, memoria.
E più che puoi, memoria, di quell’amore mio
recami ancora, più che puoi, stasera.

*
Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri per la via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Nè Lestrìgoni o Ciclopi
nè Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via,
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare ( e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani ed ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città d’Egitto,
a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t’ha dato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

C. Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto, da famiglia greca. Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export, tuttavia nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool. Kavafis tornò ad Alessandria nel 1882. Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell’anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita.
Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent’anni.
Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì nel 1934. Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.

( Da Wikipedia)

(I testi sono tratti da: C. Kavafis, Poesie, Mondadori)

12 pensieri su “Costantino Kavafis

  1. elena f

    @lorenzo

    Grazie

    Queste riportate qui appartengono al lavoro di Filippo Maria Pontani e furono pubblcate con testo a fronte nel 1961 per i poeti de “Lo specchio” Mondadori. Pontani ha anche curato per Crocetti l”Antologia della poesia greca contemporanea” del 2004.

    buona giornata

    elena f

    Rispondi
  2. vbinaghi

    Torno adesso dalla montagna, apro e trovo una delle poesie che ho amato di più in assoluto. Che bello.

    Rispondi
  3. Giovanni Nuscis

    “Quanto più puoi” e “Itaca”, quelle che amo di più.

    Grazie, Elena, anche per questa proposta.

    Giovanni

    Rispondi
  4. fk

    Detto tra noi, signora Ricciardi, anche Kavafis l’ho sempre trovato tremendo – lo dico in senso negativo. La parola giusta è insulso. Devo avere qualche problema con i poeti che s’indorano d’immenso tra una traversata e l’altra delle splendide isole dell’arcipelago. Nulla di personale: non critico lei, ma il poeta. I gusti sono gusti.

    Rispondi
  5. elena f

    signor fk , mi guarderei bene dal criticare un gusto personale.
    c’è chi ama mescolare cioccolato e limone nel gelato io lo trovo orrendo … ma mi guarderei da impedire a chicchessia di gustarlo con piacere 🙂

    di nuovo grazie di essere passato di qui ( a proposito anche secondo me dario fo non ha granchè a che fare con la letteratura )

    e buona giornata

    elena f

    Rispondi
  6. lapoesiaelospirito

    Cara signora Ricciardi, guardi la combinazione: io adoro il cioccolato e la menta insieme (effetto After Eight). Fà lo stesso?:-)

    Grazie a lei per la cortesia e la passione che mette nelle cose che fa. Sì, Dario Fo ha poco a che fare anche col grande teatro, comunque: ma questa è solo una personale opinione. Diciamo che è un ottimo attore. Come drammaturgo… lasciamo stare.
    Già che ci siamo: ma dare il Nobel a una Szymborska, secondo lei, ha a che fare con una scelta ponderata? Mi viene in mente un’altra “grande mente della letteratura” che prese il Nobel, Pearl S.Buck. Ma l’elenco è abbastanza lungo.
    Buona giornata a lei,
    Franz K.

    Rispondi
  7. elena f

    La cipolla

    La cipolla è un’altra cosa.
    Interiora non ne ha.
    Completamente cipolla
    fino alla cipollità.
    Cipolluta di fuori,
    cipollosa fino al cuore,
    potrebbe guardarsi dentro
    senza provare timore.

    In noi ignoto e selve
    di pelle appena coperti,
    interni d’inferno,
    violenta anatomia,
    ma nella cipolla – cipolla,
    non visceri ritorti.
    Lei più e più volte nuda,
    fin nel fondo e così via.

    Coerente è la cipolla,
    riuscita è la cipolla.
    Nell’una ecco sta l’altra,
    nella maggiore la minore,
    nella seguente la successiva,
    cioè la terza e la quarta.
    Una centripeta fuga.
    Un’eco in coro composta.

    La cipolla, d’accordo:
    il più bel ventre del mondo.
    A propria lode di aureole
    da sé si avvolge in tondo.
    In noi – grasso, nervi, vene,
    muchi e secrezioni.
    E a noi resta negata
    l’idiozia della perfezione.

    W.Szymborska

    non saprei… meglio menta e cioccolata 🙂

    grazie a lei

    di nuovo buona giornata

    elena f

    Rispondi
  8. Maria Teresa

    Mentre le calde labbra premevano
    le mie: era il peccato.
    Un giusto credere che
    era quella la vita.
    Attesi di incontrare l’amore
    ed è l’amore in sè che io amai.
    Non eri tu…nè nesusn altro.
    L’ingenuo credere al facile dare,
    per avere in cambio, traviò,
    il senso che gli diedi io,
    lo stesso giorno che t’ebbi incontrato.
    Vivo tra morti trascinavi
    con te le mie speranze:
    finchè mi accorsi d’esser
    solo io morta tra i vivi.

    Rispondi

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