
Nella lirica di David Diop c’è l’anima proteiforme del continente africano.
AFRICA
di David Diop
(1927-1960)
Africa, Africa mia
Africa fiera di guerrieri nelle ancestrali savane
Africa che la mia ava canta
In riva al fiume lontano
Mai t’ho veduta
Ma del sangue tuo colmo ho lo sguardo
Il tuo bel sangue nero sui campi versato
Sangue del tuo sudore
Sudore del tuo lavoro
Lavoro di schiavi
Schiavitù dei tuoi figli
Africa dimmi Africa
Sei dunque tu quel dorso che si piega
E si prostra al peso dell’umiltà
Dorso tremante striato di rosso
Che acconsente alla frusta sulle vie del Sud
Allora mi rispose grave una voce
Figlio impetuoso il forte giovane albero
Quell’albero laggiù
Splendidamente solo fra i bianchi fiori appassiti
E’ l’Africa l’Africa tua che di nuovo germoglia
Pazientemente ostinatamente
E i cui frutti a poco a poco acquistano
L’amaro sapore della libertà.
***
“A coloro che si nutrono di crimini
e misurano in cadaveri le tappe del regno
dico che giorni e uomini
sole e stelle
delineano il ritmo fraterno dei popoli
dico che testa e cuore
sulla retta via della lotta s’uniscono
e non v’è giorno in cui
in qualche luogo non nasca l’estate
dico che le tempeste virili
schiacceranno i mercanti di pazienza
e le stagioni sui corpi accordati
vedranno rinascere gesti di felicità”
(David Diop, poesia scritta intorno agli anni ’50)
In questa poesia blues della prima metà del novecento, Langston Hughes proclama con orgoglio la presenza dei neri nella società americana. L’autore ci assicura che inutilmente i razzisti cercano di escludere dalla parità dei diritti gli uomini di colore, che attendono con pazienza e fierezza il riconoscimento del loro contributo.
–
ANCH’IO SONO L’AMERICA
di Langston Hughes
Anch’io canto l’America.
Io sono il fratello più scuro.
Mi mandano a mangiare in cucina
Quando vengono ospiti,
ma io rido
e mangio bene
e divento forte.
Domani,
siederò a tavola
quando vengono gli ospiti.
Allora
Nessuno oserà
Dire di me
<<mangia in cucina>>.
E poi,
vedranno come sono bello
e si vergogneranno:
anch’io sono l’America.
–
Langston Hughes, nato a Joplin [Missouri] nel 1902 (morto a New York nel 1967) ebbe una vasta produzione poetica in cui tradussi i temi del realismo sociale di Lindsay, Sandburg e Lee Masters, in un linguaggio sincopato modellato sui ritmi del jazz e del blues: Blues stanchi (Weary blues, 1926), La madre negra (The negro mother, 1931). Il suo unico romanzo, Piccola America negra (Not without laugher, 1936) è un poco riuscito tentativo di epopea di una comunità nera del Middlewest. Nel dopoguerra Hughes ha scritto i versi di Biglietto di sola andata (One-way ticket, 1949), Montaggio di un sogno differente (Montage of a dream deferred, 1961), La pantera e la frusta (The panther and the lash, 1967). Migliori i racconti brevi di Simple dice la sua (Simple speaks his mind, 1950) e Il meglio di Simple (The best of Simple, 1961) che ritraggono con felice tocco ironico le realtà quotidiane di Harlem nel personaggio di Jesse B. Simple.

Rileggere dopo tanti anni
Anch’io sono l’America, è bello.
Nei ricordi e momenti di questa poesia trovata per sbaglio su di un antologia ai tempi della scuola…
Grazie di questa poetica che come allora graffia dentro.
Come si può rovesciare il mondo con la bellezza badando costantemente ad essere tolleranti?