Che fare? (2) La politica e i partiti

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Non mi piacciono la politica e i partiti, per come sono, mentre mi piace l’idea che essi possano cambiare prendendosi cura, finalmente, dei bisogni di tutti soprattutto dei più deboli, senza per questo declinare le sfide incessanti del nostro tempo. Per questo sabato scorso ho messo anch’io una firma a sostegno del V-Day. E’ bene quello che produce bene, ho pensato, e se centinaia di migliaia di firme sono utili a favorire una discussione e un cambio di rotta sul sistema politico e partitico, e le sue molte aberrazioni, ben venga questa come altre iniziative similari. Non trovo però giusti né utili la volgarità e la supponenza degli uni e degli altri, che precludono quelle aperture e cambiamenti che tutti ci si aspetta.
C’è da dire, innanzitutto, che la complessità dell’argomento (ma in fondo tutto ciò che riguarda la politica) rende difficili, se non impossibili, ragionamenti articolati ed esaustivi. E’ facile infatti sconfinare, tematicamente, e generalizzare o definire troppo. Altra riflessione preliminare sta nella risposta (probabile) alla domanda di quanti italiani, realmente, possano dirsi insoddisfatti dell’attuale sistema. Questo perché una parte consistente di cittadini, nel paese, vive nel benessere e non vuole di certo rinunciarvi. Cittadini con strumenti e con la forza per piegare l’interesse pubblico al loro, personale o categoriale. Un potere costituito da forze trasversali agli schieramenti, che galleggiano nelle alterne vicende della storia senza averne quasi mai svantaggi (politici, grande industria, banche, assicurazioni, categorie di professionisti, vertici di enti pubblici e dei sindacati: le cui proposte negoziali, è bene ricordarlo, una volta recepite in un contratto collettivo di lavoro hanno più forza di una legge dello Stato, che è “nulla” qualora sia in contrasto con clausole contrattuali).

Tornando alla politica e ai partiti…

• questi ultimi – associazioni non riconosciute al pari dei sindacati – sono a mio avviso organismi dei quali non si può fare a meno: a. per la loro preordinazione ad interagire con le istituzioni; b. per il fatto di essere loro a scegliere i candidati alle varie consultazioni elettorali e i rappresentanti del partito nei vari enti pubblici;
• sempre i partiti, dovrebbero essere (ma non lo sono) organismi attraverso i quali far confluire nelle istituzioni la “migliore linfa” della società civile; essi ci mostrano invece, purtroppo, uno stato di entropia in cui l’auto conservazione (loro, dei loro vertici e dell’ampio sottobosco) è anteposta all’apertura e al dialogo costante con la società; la strozzatura che impedisce il flusso e l’avvicendamento di persone di valore (dal mondo del lavoro, della cultura, della ricerca etc.) nei vari ruoli istituzionali è l’effetto più evidente di un modello organizzativo disfunzionale che va cambiato;
• la politica e l’attività dei partiti richiedono competenze che maturano con anni di studio e di esperienza sul campo;
• le competenze riguardano soprattutto la conoscenza dell’ampio contesto socio-economico in cui la politica opera; le conoscenze tecniche (giuridico-amministrative sul funzionamento dei principali organi e enti pubblici -Stato, parlamento, governo, regione, provincia, comune etc-); da ultimo, le conoscenze specifiche del settore di intervento (un assessore regionale alla sanità, ad esempio, non potrà non sapere il costo giornaliero di una degenza ospedaliera);
• il cittadino o un gruppo di cittadini, pertanto, difficilmente possono avere piena consapevolezza di una scelta politica (risultato del contemperamento di una serie di interessi) e del suo impatto nel sistema economico, in quello settoriale e nell’ordinamento giuridico (il più ipertrofico del mondo con più di 150.000 leggi), onde evitare incoerenze e l’inapplicabilità sostanziale dei provvedimenti assunti.

Ciò premesso, è da chiedersi:

• se un’evoluzione strutturale e funzionale della politica e dei partiti – per la funzione di raccordo diretto che operano tra elettorato e istituzioni – possa ridare forza e senso al modello democratico nei suoi presupposti fondanti;
• se un’apertura totale e democratica dei partiti possa costituire davvero un valido contrappeso agli interessi dei poteri forti o, al contrario, il loro ulteriore potenziamento ancora più emarginante per i più deboli; (da qui, la previsione di adeguate forme di controllo che ne scongiurino il pericolo, o che metabilizzino l’ampia partecipazione di cittadini in ampia clientela);
• quale nuovo ruolo, nel concreto, sia possibile chiedere alla politica e ai partiti – nell’ottica del servizio pubblico che, del resto, essi “già si riconoscono” (con finanziamento pubblico annuale e retribuzione con corresponsione di oneri sociali e previdenziali per il proprio personale di segreteria); si potrebbe ipotizzare, solo a titolo di esempio: 1. riferimento per tutte le esigenze e le istanze di carattere politico-sociale dei cittadini (segnalazione di leggi o di misure politiche penalizzanti, o interventi politici auspicati); 2. impulso e coordinamento, sul territorio, di appositi spazi di dialogo e di confronto su tutti i temi della politica e della società in genere, coinvolgendo il mondo della ricerca, del lavoro, della cultura, oltre, naturalmente, i cittadini in genere; 3. documentazione e pubblicizzazione della loro attività anche attraverso un bilancio periodico delle spese e delle cose nel concreto realizzate; 4. intervento e intercessione presso le istituzioni politiche a difesa di interessi legittimi dei cittadini ad essi prospettati; 5. possibilità per gli elettori, in casi gravi, di rimuovere non solo dal partito ma anche dall’incarico politico rappresentanti inefficienti o indegni; 6. accogliere le idee, le proposte migliorative che provengano dalla società civile, non ultimi gli artisti il cui contributo – piuttosto che in mere icone per candidature autorevoli – non può che essere quello di offrire l’unica cosa che naturalmente offrono: la loro personale percezione del mondo, l’azzardo di un sogno.

Per concludere…

– la politica e i partiti devono accettare la sfida del cambiamento e della trasparenza nell’ottica del servizio ai cittadini, al pari di tutti gli altri servizi pubblici finanziati con denaro pubblico;

– la trasparenza che si va a chiedere riguarda la misura dell’impegno nell’assunzione del servizio; urgono pertanto nuove forme di controllo e di verifica (qualunque organizzazione o istituzione abbandonata a sé stessa, in Italia, lo sappiamo, è destinata alla deriva) non come potere di polizia ma per fare in modo che non venga mai meno la necessaria tensione al miglioramento; presso ogni partito qualunque cittadino (anche su web) dovrebbe poter verificare, ad esempio: 1. la percentuale di presenze “in servizio”, ogni anno, di ogni parlamentare, ministro, consigliere, assessore eletto nelle loro liste; 2. di ognuno, il numero e la natura dei provvedimenti normativi proposti, e degli emendamenti, delle interrogazioni parlamentari, dei voti contro o a favore per ogni singola legge; 3. le attività e le iniziative delle sedi e delle sezioni di partito, i cittadini che vi contribuiscono;

– i partiti fuori da un percorso evolutivo non devono essere votati; quanto meno quelli privi di una democrazia decisionale interna, in cui le sedi e le sezioni dislocate sul territorio altro non sono che vuote facciate del nulla, che risorgono solo nell’imminenza di consultazioni elettorali;

– a tal fine, con la previsione di nuove ed incisive forme di controllo, è necessario potenziare l’informazione e la loro rapida veicolazione sui media tradizionali e su Internet;

– è necessario che i cittadini possano esprimere tempestivamente, fattivamente e civilmente, con tutti i mezzi possibili, il loro dissenso riguardo alle iniziative politiche dalle quali si sentono danneggiati.

Giovanni Nuscis

12 pensieri su “Che fare? (2) La politica e i partiti

  1. Giovanni Nuscis

    Questo intervento intende proseguire nelle riflessioni sulla politica e la società già fatte da Gian Ruggero Manzoni e da Fabrizio Centofanti in loro post: estranee alla poesia, forse, ma non al senso etico d’ognuno.

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  2. Marco Saya

    “Questo perché una parte consistente di cittadini, nel paese, vive nel benessere e non vuole di certo rinunciarvi.”

    e questo “basta” alla politica.

    Un caro saluto
    Marco

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  3. Blackjack

    Manca un elemento fondamentale dalla lista dei controlli ai quali dovrebbe essere esposto e sottoposto, un politico: le dichiarazioni dei redditi sue e dei parenti stretti. Che diventino pubbliche per tutti coloro che vogliono intraprendere la carriera politica e se qualcosa non quadra che si verifichi immediatamente.

    L’articolo pone troppa enfasi sulle ‘conoscenze’ che i politici dovrebbero avere: leggende. La conoscenza è della struttura di supporto non del politico; tranne casi rari. Quindi due legislature e a casa e ineleggibilità una volta superati i 65 anni; che se ne vadano in pensione, sopravviveremo benissimo anche senza la loro ‘preziosa’ esperienza.

    Del resto poco mi importa, non è altro che una conseguenza.

    Blackjack.

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  4. Giorgio

    Giovanni, testo impegnativo e interessante.

    Per dirti ciò che mi provoca la politica, ti dirò che questa estate ho preso in mano un giornale dopo circa un mese che non ne leggevo uno: la mia impressione è stata di leggere un giornale comico, tutte le notizie sprigionavano una involontaria comicità, a partire da quella che campeggiava a caratteri cubitali: contro i lavavetri.

    Apprezzo, del tuo testo, lo spirito democratico, per me la democrazia è il modello migliore, è anche il più difficile.

    Ma:

    “organismi dei quali non si può fare a meno” dici dei partiti.

    Io ho qualche dubbio che non si possa fare a meno dei partiti. Per millenni se ne è fatto a meno, ci sono, non saranno eterni.

    “forme di controllo e di verifica”

    Su questo si basa la democrazia, e su questo sono d’accordo; è quello che oggi i politici, chissà perché, cercano in tutti i modi di evitare.

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  5. Giovanni Nuscis

    @ Marco. “e questo “basta” alla politica”. E’ proprio così, Marco, un’azione auto conservativa caparbamente perseguita in barba al bisogno e alla miseria, intorno, della restante popolazione.
    Abbiamo però capito che il pessimismo non costruttivo e la lamentela “non organizzata” non risolvono nulla. Da qui credo che debba parte tutto, da un concetto di partecipazione democratica attiva e non più affidata (completamente) ad altri.

    @ Blackjack. “le dichiarazioni dei redditi sue e dei parenti stretti” assolutamente d’accordo con te, così come per le due legislature. Non d’accordo invece sulla manca nza di competenze del politico: molti di quelli che mi è capitato di ascoltare o di leggere, le competenze le hanno, eccome. Per quelle di settore, comprensibilmente, le ocnoscenze arrivano fino ad un certo punto; oltre queste, si affidano alla struttura.

    @ Giorgio. Sulla necessità dei partiti, credo che sia indispensabile nelle costituzioni moderne, tra le istituzioni democratiche elette (e non investite direttamente da un sovrano o da un dittatore) e i cittadini elettori un’attività organizzativa che non si limiti a indire le elezioni, a raccogliere le candidature e a presidiare le consultazioni; ritengo sia invece necessario ragionare e indirizzare l’elettorato – sulla base di un’idea del mondo e dei problemi concreti generali o locali – sulla scelta di personalità in grado di esprimere certe istanze sociali. Questo non può farlo una prefettura, un tribunale, una corte d’appello, o il ministero degli interni. E fuor di dubbio, però, che ragiono in termini oggettivi, e non riferendomi più di tanto alla realtà.

    Chi avrebbe mai detto che mi sarei messo a difendere i partiti e la politica:-) Se ragionare vogliamo, bisogna farlo a tutto tondo.

    Grazie! Giovanni

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  6. Blackjack

    @Giovanni, che esistano [rari] politici anche competenti, mi trovi d’accordo e l’avevo anche evidenziato. E’ capitato anche a me di conoscerne qualcuno, magari in un ambito leggermente diverso da quello tradizionale, e non ho colto particolari competenze. Almeno,non ho colto quelle che io definisco ‘competenze’, ma forse era l’ambiente. Va da sé che dovremmo quantificari il tuo ‘molti’ e il mio ‘qualche’ per riuscire a capire quanti politici posseggano competenze specifiche rispetto al ruolo importante che rivestono.

    L’altro grande problema della politica italiana, e non solo, è l’età. Personalmente ne ho piene le tasche di un Paese gestito da ultra settantenni che considera giovane uno che ne ha 50 come me. Siamo governati da mummie preistoriche incapaci di qualunque decisione e che si barcamenano crogiolandosi nella loro ‘esperienza’. Che poi sarebbe interessante capire questa ‘esperienza’ e quantificarla magari.

    Blackjack.

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  7. Giovanni Nuscis

    Blackjack. Molti non vuole dire moltissimi né, quanto meno, tutti; ed è riferita soprattutto ai parlamentari e consiglieri regionali che ho ascoltato personalmente in convegni o in interventi in contradditorio, o di cui ho letto (in maggior parte economisti, giuristi, studiosi). Mi è impossibile quantificarli; dài alla mia affermazione una valenza programmatica, sappiamo entrambi del resto il tipo antropologico che alberga e gravita – certo, in non esigua misura – in quel mondo.

    Il problema, purtroppo, non è tanto la “competenza” -acquisibile-, ma lo “spirito” con cui la maggior parte delle persone si accosta alla politica; cogliamo così la vera dicotomia, il reale bipolarismo nel politica e nella società: tra la gente perbene, che ottiene col talento e il lavoro certi risultati, e i furbi che vogliono arrivarci senza avere le stesse qualità e averci messo lo stesso lavoro. Lavoratori logorati dalla fatica e una pensione da fame (e non è la situazione peggiore), a sessant’anni, e gente con condizioni di vita di assoluto privilegio e benessere.
    Senza un’attivazione personale e organizzata, insisto a dire, è impossibile superare l’arroganza super organizzata e scaltra del potere. Ma senza commettere l’errore di entrare in concorrenza, di farsi istituzione.

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  8. Giorgio

    Giovanni, la tua proposta e la discussione conseguente è legittima.

    Voglio solo insistere su un punto: i partiti (la forma partito) sono nati tra fine 800 e primo 900, si sono perfezionati dopo la II guerra mondiale. Non possono essere visti come qualcosa di necessario ed eterno. Non partire da questa constatazione rischia di farci discutere da un punto di vista non corretto, secondo me, di dare per scontato che non si possa fare politica in altro modo.

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  9. Giovanni Nuscis

    Queste riflessioni *chiedono* di essere superate – migliorate o ribaltate – da chi ne abbia voglia e tempo. E’ questo il senso del post.
    Sono andato nel concreto, Giorgio, con la domanda implicita iniziale se sia davvero possibile, in questo momento, ribaltare il sistema partitico (dico, al di là della loro legittimazione costituzionale(art. 49 Cost)). Se la risposta, a differenza della mia, fosse affermativa, mi piacerebbe sapere come, e, eventualmente, con quali altri soggetti i partiti sarebbero rimpiazzabili. Ipotizzando infatti la loro morte, come e dove si formerebbero ed elaborerebbero le istanze e gli orientamenti sociali prima di tradursi di atti politici formali? Quando il suffragio era limitato, gli schieramenti si formavano all’interno dello stesso parlamento. E’ fattibile un ritorno del genere?

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  10. Antonio Fiori

    Difficile non condividere questo post, la insopprimibile sete di giustizia e di cambiamento che lo animano, lo spirito costruttivo…
    Aggiungo solo che è la stessa Costituzione, all’art.49, a indicare nei partiti polici l’associazione attraverso cui i cittadini esprimono la politica nazionale; inoltre, quanto propone Giovanni al punto n.3 è in parte già previsto dalla normativa sul finanziamento pubblico (obbligo di rendicontazione).
    Infine una inevitabile considerazione finale: finchè non si formeranno nel giusto spirito critico un numero significativo di nuove generazioni, temo sarà poco fruttuoso tutto il cambiamento auspicato, poichè i rappresentati contnueranno inevitabilmente a rispecchiare il Paese che c’è: la parte delusa, quella qualunquista, quella dei furbi (o aspiranti tali)…
    Antonio

    Rispondi
  11. Giorgio

    Secondo me può darsi che noi stessi vedremo la fine dei partiti.

    Magari potrebbe sopravvivere qualcuno più vitale, in qualche altra forma. Già adesso i partiti non hanno più la struttura organizzativa di qualche decennio fa; la militanza non esiste più o comunque in forma ormai molto limitata; “Forza Italia” ha dei club…

    Possiamo pensare che associazioni di cittadini, prima su scala locale, poi su scala nazionale, esprimano una loro rappresentanza.

    In quanto al rapporto col potere, però, penso che occorrano sempre i controlli e le verifiche, penso che il problema si riproporrà sempre.

    Il tuo punto 5, a questo proposito, sarebbe opportuno.

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  12. Giovanni Nuscis

    @ Antonio e Giorgio. L’intervento dei cittadini, sicuramente, e un maggiore investimento sulle nuove generazioni potrebbero essere la chiave di volta del cambiamento; e qui torna, immancabile, il discorso sul ruolo strategico della scuola e della buona, accessibile informazione (che si fa serbatoio di memoria corrente e remota di una civiltà); 3. investire con le nuove generazioni anche sull’educazione civica (cosa per altro detta e ridetta da più parti), per un migliore approccio critico alle cose, e rendendo a tal fine coesa anche la programmazione televisiva.

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