Milano, 23 settembre 2007. Nella basilica di S. Ambrogio, Gianfranco Ravasi celebra l’eucarestia sulle note di Igor Stravinsky. La messa fa parte del Festival Internazionale della Musica che si sta svolgendo in questo mese a Milano ed a Torino.
Già alle ore 10 , un’ ora prima dell’inizio, la coda davanti alla chiesa è assai lunga. Come ormai si sa, i grandi eventi richiedono un’ altrettanta grande pazienza. Eppure la gente non sembra affatto infastidita. Al contrario, pare che il fare la coda sia diventato negli ultimi tempi un evento a sé, una forma di intrattenimento quasi indipendente dal suo scopo originario. Stare a lungo in coda per poter assistere ad una manifestazione ambita, un concerto o una mostra, trasmette un solido senso di appartenenza ad una comunità, assicurando al singolo il buon gusto della sua scelta. Interessarsi a ciò che a tutti interessa crea, nella maggior parte degli individui, la piacevole sensazione di stare dalla parte dei giusti, dei benpensanti, degli intenditori.
Così anche questa mattina. Sotto il debole sole di settembre, tutto procede tranquillamente finché all’improvviso si aprono le porte. Luogo sacro o no, qui si tratta di procurasi un posto a sedere, e come nella logica dell’umano, lo scopo giustifica qualsiasi mezzo.
Viste le circostanze, mi fermo su un gradino vicino ad uno dei portali laterali e, invece di assistere alla celebrazione per la quale ero venuta, davanti ai mie occhi si apre un altro teatro: un tumultuoso via vai che non smetterà per tutta la durata della funzione. La gente entra con passo accelerato, alcuni quasi correndo, lo sguardo teso e allerto. Entrano un giovane uomo ( detesto la parola “ragazzo/a” rivolta a persone sopra i 20 anni!), che parla senza alcuna inibizione sul cellulare, una grassa signora con il suo ancora più grasso bassotto, due amiche, anche loro di una certa età, animatamente chiacchierando ad alta voce, uomini grigi con il Corriere della sera o la Repubblica sotto il braccio, visibilmente annoiati nei loro indicibili pantaloni arancioni, rossi o gialli, stirati dalla moglie o dalla domestica con la riga in mezzo, e tante famiglie con dei bambini piccoli e piccolissimi.
Sarà che i bambini milanesi – o meglio, certi bambini milanesi – sono abituati fin dalla nascita solo al meglio del meglio, ma occorre, mi chiedo, per soddisfare il loro sofisticato palato davvero una messa di Igor Strawinsky e un’omelia di Gianfranco Ravasi? Non si direbbe, visto i loro capricciosi comportamenti, benevolmente accompagnati dagli amorevoli sguardi dei loro genitori…
(No, non odio affatto i bambini, credo soltanto che ci siano luoghi più o meno adatti a loro.)
Che la concentrazione in quell’ atmosfera di mercato o di allegra happy hour sia quasi impossibile, si comprende da sé. Quando Ravasi comincia a pronunciare la sua omelia, ci provo comunque.
Ha deciso di non volare troppo in alto questa mattina, ma di stare piuttosto con i piedi per terra come si suol dire – e la sua scelta non mi sembra sbagliata. Dice le tre, quattro cose sulle quali fra esseri pensanti ci si può mettere facilmente d’accordo. Denuncia la volgarizzazione della società odierna, la sua superficialità e l’assoluta mancanza di una dimensione interiore che sarebbe la causa delle molteplici forme di vita assurda. Più volte, Ravasi ritorna sull’assurdità, non in senso esistenziale ovviamente, ma proprio in riferimento alla quotidiana follia alla quale assistiamo o siamo costretti ad assistere. La parola assurdo, spiega, deriva da sordo e intende quindi ciò che succede quando non si ascolta. Come sacerdote intende la parola di Dio, ma insiste anche sul valore laico del suo ragionamento, riferendosi alla famosa distinzione del Cardinale Martini, non fra credenti e non credenti, ma fra pensanti e non pensanti.
Assurdi, conclude Ravasi, sono molti aspetti e forme della nostra vita e come se il suo pubblico volesse sottolineare la triste verità delle sue parole, comincia, preso dall’entusiasmo e dalla voglia di partecipazione attiva, ad applaudire a più non posso.
D’accordo che bisogna essere indulgente con la coppietta brianzola che, in occasione delle proprie nozze, trasforma la modesta chiesetta del suo paese nel poverissimo teatro dei loro modestissimi sogni di bellezza, ma che attenuanti ci sono per la colta borghesia milanese che in una chiesa si comporta come in uno studio televisivo? In che termini giustificare l’imbarazzante mancanza di buon gusto e la caduta di stile di coloro che dovrebbero esser in grado di adeguare il loro comportamento alla situazione in cui si trovano?
E’ tanto difficile definire la parola stile, quanto facile accorgersi della sua mancanza.
Crolla la forma, crolla tutto. Una volta che il contenitore si rompe, il contenuto va da tutte le parti: in una triste pozzanghera nella quale stiamo e la quale siamo. Una torbida acquetta che, priva di distinzione, ormai contiene di tutto e di più, alta e bassa cultura, comportamenti adatti e inadatti, il sacro e il profano, uno spettacolo televisivo e una messa, una poesia e le istruzioni di una lavatrice.
( La messa, o meglio lo spettacolo in S. Ambrogio a cui ho assistito è solo un – anche se clamoroso – esempio: cosa pensare di una vecchia donna che risponde al cellulare durante un concerto di musica da camera o di una dirigente scolastica che presiede il collegio dei docenti masticando, con larghi movimenti della poco graziosa bocca, una cicca ? )
Il cattivo gusto ormai meriterebbe un intero spazio espositivo per mostrarlo in tutte le sue penose e assurde sfumature; la mia personale raccolta è appena iniziata.

cara stefanie non esiste più niente di sacro men che meno quando si ha a che fare con ciò che un tempo era ritenuto sacro. è così, purtroppo.
Hai ragione, ma io temo in egual misura i portatori sani del “buon gusto” 😉
Paolo
sono anni che scrivo del cattivo gusto dilagante, rimarremo lettere inascoltate… 😉
ma da quando in qua la borghesia milanese è colta?
scusi frau glosich, ma non ci siamo, qui siamo in italia, si applaude anche ai funerali. applaudivano perchè erano entusiasti del monsignore. e allora?
lei è come quei dirigenti arbitrali che all’estero non permettono ai calciatori che segnano un gol di esultare e di togliersi la maglietta. poi se la maglietta se la toglie lino banfi che c’ha una panza così va benissimo.
questa storia del buongusto l’ho sentita dalla bossi fedrigotti, ma donna letizia, da lina sotis, sta gente qua. che due palle, signora.
saluti,
rs
Condivido e capisco, quanto Stéfanie racconta: anche se spettacolo quotidiano, durante una manifestazioe religioso-culturale beh, lo si nota lo si nota ancora peggio.
Della borghesia milanese: non è vero fosse sempre così incoltà, o becera, diciamo che l’apertura mentale, promossa dall’alto (oggi ben diverso, più mediatico) e molto sostenuta e memorizzata nei costumi, permetteva di non assisere a queste sconcezze.
Erano altri tempi, ma certo!Eppure di Milano è stato cancellato un’ enormità di memorie, e proprio quelle tradizioni che già sierano insediate, erano divenute costume…
Maria Pia Q.
Al di là di queste chiacchiere da sciurette sotto al casco, come è stata l’esecuzione di Igor Stravinsky? O l’autrice del pezzo era tutta presa ad ammirare estatica la grassa signora col suo grasso bassotto? L’ostentazione della magrezza poi è da parvenu.
Scusate,
ma perchè vi hanno smollato questo bell’ibrido o pasticciaccio di Messa, Festival, reverendo monsignore e Stravinsky?
Il difetto sta nel manego, io credo.
C’entra Sgarbinazzis? O no?
MarioB.
mi fai venire in mente l’inizio di una cosa che avevo scritto su Ni:
“Celebrare. L’idea sarebbe quella del silenzio. Ossia: tu parli – l’omelia – e gli altri ascoltano, seduti. Ma la messa è un mondo capovolto. Famiglie intere, bambini. Lasciate che i bambini. Una volta uno di loro salì su quello che si chiama presbiterio. Va bene, succede tante volte. No: questo cominciò a danzare, una danza lenta, tendeva le mani verso l’alto, con movimenti calcolati. Un ballerino d’altri tempi. L’omelia prosegue, in questi casi. Ma tu stai guardando quel bambino. Ormai siamo in un’altra dimensione. Un flash back. O, forse, un flash forward”.
ma questo non si può chiamare cattivo gusto. è un’altra cosa.
La danza parodica del bambino con le mani al cielo sul presbiterio durò pochi interminabili secondi. Ne sono certo. Nessuno di voi va al cinema? Anche là se ne vedono di belle! La tivù siamo noi.
mano male che milano non è milano. non mi ricordo chi lo ha detto, o letto, o scritto.
saluti,
rs
Senta Solmi
il pensare in contemporanea quello che poi lei scrive mi fa temere che la sottoscritta o è un geniocomelei_mapersonalquantorrenda o è sotto l’effetto di prosecco in vena senza saperlo:
primo penziero: “ma da quando in qua la borghesia milanese è colta?”
second one: “qui siamo in italia, si applaude anche ai funerali”
terz e non ultimo (forse sarebbe meglio dire 9-A): “milano non è milano”
fem
P.S: complimenti per il nuovo blog
io e lei dovremmo fare un discorso, una volta.
saluti,
rs
anche due
le rammento però che non siamo noi a tirare i pacchi da queste parti… e siccome non c’è due senza tre, l’unica è trovarsi per caso in fila da qualche concert party
fem
prima però devo smaltire il prosecco