Se io mi guardo intorno, è tutta una vertigine di parole che violentano parole. Non c’è mai un significato e, se c’è, rimbalza sulla crosta del vecchiume politico, culturale e sociale nel quale vivo da trentaquattro gloriosi anni. Sempre le stesse bocche a dire le solite cazzate: pur restando passivo – anche se Sartre considera attiva la passività in quanto si compie comunque un’azione ricevente – disperdo energia e m’affloscio in una spossatezza di ideali che non ricordo da un bel po’.
La mia generazione non ha prodotto – per fortuna – seri rigurgiti di lotta armata, non abbiamo dovuto difendere i nostri paesucoli di montagna dalla barbarie nazista (penso alle gioventù falcidiate di S. Anna e Marzabotto, solo per citare un paio di esempi); non abbiamo avuto il ‘68 o il ‘77 (mi ricordo solo il grottesco movimento studentesco denominato ‘pantera’, ma non rammento più in quale decennio collocarlo). E’ stato un bene? No. Senza proteste serie – non per forza sfocianti in P38 che ululano alle gambe dello Stato – ci siamo dovuti adeguare agli ex figli dei fiori e agli ex ‘destabilizzatori’ di Lotta Continua e ai pidduisti ‘fuoriusciti’ e agli elefanti, quei politici che ci stanno sul groppone dal giorno della costituente repubblicana.
Dice bene Palahniuk: “Siamo i figli di mezzo della Storia.”
Call-center, catene di montaggio, uffici kafkiani: qui la mia generazione s’arrende, consapevolmente o meno, al Leviatano sghignazzante partorito da guerre mondiali e guerre fredde e guerre apparenti.
9 milioni di lavoratori con i contratti scaduti, in attesa del rinnovo o del calcio in culo capitalista. 200 mila disperati, incazzati, disillusi che ogni giorno si connettono al blog di un comico per sentirsi meno soli, compresi.
Bisognerebbe alzare la testa, piantare un grido da qui alla luna, mobilitarsi, abbattere questo Sistema e produrne uno nuovo, magari passando momentaneamente all’anarchia, e in quel passaggio liberarsi (senza ucciderli, semplicemente cacciandoli a vita dal Paese) degli elefanti, dei cattivi maestri, persino dei giovani che vorrebbero solo clonarli (se avete visto Annozero, qualche settimana fa, e avete ‘ascoltato’ quell’esponente dei Giovani di Sinistra… insomma, “D’Alema m’è padre a me!”, sembrava ripetere, parodiando un film con Totò e se stesso).
Buttare a mare, proprio fisicamente, tutto il Sistema. Dopo la fase anarchica, rimodellare la classe dirigente con persone nuove, tecnici con le palle quadrate (e ci sono) che sappiano mettere il Paese sulla retta via. Ci vuole democrazia. Ci vogliono fatti…
Madonna, ma avete visto quant’è anoressica miss Italia?

tutto giusto, tranne il tono farsesco-cazzeggiante che viene conferito a problematiche che andrebbero affrontate con, mi verrebbe da dire, rabbia dignitosa. cosa serve parlare ad esempio di precariato diffondendo volantini di san precario e via dicendo cazzate di questo genere?
Sono d’accordo con Dlombardini, ci vuole molta serietà sulle cose. Che non vuol dire trombonaggine! Bisognerebbe disincollare a forza le due percezioni di “normalità” e “superficialità” che oggi sembrano la stessa cosa. La normalità non sapere nemmeno che cosa sia, la scemenza rifiutarla in tronco.
Per il resto, la vita e la storia sono sempre state un difficile casino – pertanto non mi guarderei indietro con discorsi generazionali, non è che servano molto, si rischia solo di mitizzare e compiangersi.
Oltre al fatto che se il problema principale è: ‘gli altri hanno spazio, io no’ mi appare una polemica trita e vetusta. Ognuno ha lo spazio dei propri giorni e della propria coscienza. Tutto il resto è fiction, come il tono un pò da cazzaro di questo articol
mi sembrano evidenti almeno due punti:
a) si può riconoscere ed individuare una “generazione di mezzo” (in mezzo a cosa stia, resta un mistero)che ha accumulato malumore sociale (mi inserisco me medesimo in questa schiera): credo tuttavia che suddetta generazione abbia SOLO un’arma (per ora) per combattere questo stato di cose. Ciò che in questo post è stato scambiato per fancazzismo e mancanza di serietà, a me sembra sia l’ironia (che rischia di diventare un cinismo, di questi tempi). San Precario fu una reazione estemporanea che sollevò un problema. La definirei un’azione politica non violenta (lungimirante, per giunta), e quanti non ne hanno interpretato la portata allora sono destinati (ahinoi) a riconsiderarla presto.
b)identificazione del dibattito sociopolitico col teleschermo. Questo mi sembra un punto focale su cui riflettere.
è vero che alla generazione di cui parli manca l’attrito con la storia, Christian. ma non si può generalizzare: la vita sa prenderti per il bavero quando meno te l’aspetti. e scoperchia le tombe. è l’esigenza che avverti, l’unica cosa cui conviene dare spazio.
non ho capito cosa c’entra miss italia. tra l’altro è altamente potabile, altro che anoressica. con rispetto parlando, mi sembra il post di mimi metallurgico (ferito nell’onore) trent’anni dopo. very out.
saluti, nonostante il revival
rs
Scusate, ma non lo stiamo già facendo? Di cambiare il Sistema intendo. Non stiamo già agendo dall’interno, silenziosamente, vivendo in modo diverso rispetto a quello che ci si aspetta da noi e da come le generazioni precedenti hanno fatto?
Parlo da 41enne, da precario e da frequentatore di internet (di una certa internet perlomeno, quella incentrata sulla blogosfera italiana). In più vivo ancora nella casa della mia famiglia. Insomma, più bamboccione di me, secondo la definizione del ministro Tommaso Padoa Schioppa, ce ne sono pochi.
Ma io utilizzo altre parole per definirmi, le stesse parole che tanti della mia generazione e di quelle precedenti usano. «Bamboccioni» non fa per noi, e il fatto che a utilizzarla sia un uomo di 67 anni, un ministro dello Stato italiano, insomma uno dei perni del Sistema – mi pare significativo della differenza che si sta marcando.
Non c’è solo questa differenza, ben altre ce ne sono in campi diversi dell’attività umana. In economia, per esempio: nel Sistema il diritto d’autore è sacralizzato e fatto rispettare con faccia cattiva, in internet vige l’open source e il peer ti peer. La retorica dell’accumulo indefesso e del consumismo senza remissione, non sono le nostre.
Mi pare che siamo all’inizio di un cambio di paradigma, come diceva Thomas Kuhn. Sì, ok, molto abbozzato. Ma soltanto qualche anno fa non c’era neanche la consapevolezza che noi fossimo una generazione particolare nata in un periodo storico sgangherato. Non avevamo lavoro? be’, ci dicevano (e ci dicevamo, non avendo un paradigma diverso) che eravamo fancazzisti, molli… bamboccioni. Ce lo dicono anche adesso, già. Ce lo dicono loro.
Uno dei primi sintomi dei cambi di paradigma è il cambio del linguaggio. Noi usiamo parole diverse.
Loro hanno eletto miss Italia una ragazza, e gli sembra bella. Ma avete visto quanto è anoressica?
Guido Tedoldi