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di Elena F. Ricciardi
Per chi, e sono in molti, spendere 18 euro per permettersi una lettura, significa dover rinunciare a qualcos’altro, chessò io, una pizza al sabato sera con gli amici, un concerto all’auditorium , una visita al museo, o per chi, e sono forse i più, spendere quei soldi significa contrarre un po’ il contenuto del carrello, o meglio del cestino della spesa, la lettura de “Il Labirinto delle passioni perdute” è un vero e proprio pugno nello stomaco. Penso al lettore con portafogli eternamete esangue e in lotta con bollette e affitto, che sogna di entrare una volta in un negozio per spendere senza pensare al possibile rosso in banca. In verità non credo che il colpo basso sia meno duro per chi, invece, non sa nemmeno quanti soldi spenda quotidianamente, e non lo sa perchè non ha preoccupazioni di sorta, perchè i soldi non sono un suo problema. Insomma, il testo in questione, arriva come un ceffone in pieno volto, senza distinguo, a ricchi e poveri.
“Duecentomila euro liquidi, più qualche cedola Comit e Abn: avevo salvato solo questo, nient’altro, e poteva andarmi anche peggio, potevo perdere assolutamente tutto. Il conto in una banca di San Marino, era intestato ad un’amica di famiglia, mai sfiorata da verifiche o accertamenti. Arrivata dov’ero arrivata, non avevo più la forza di fare previsioni, nè preoccuparmi troppo del domani, diciamo così. A cosa serviva fare previsioni? Avevo avuto modo di rendermi conto che, in linea generale, si sopravvive a tutto…”
Un incipit tagliente. I soldi in prima linea, buttati in faccia al lettore che, a seconda di dove si trovi rispetto alla barricata, inizierà una serie di considerazioni che faranno da sottofondo all’intera lettura. Chi li ha mai visti duecentomila euro? Il povero farà vagare la fantasia e immaginerà tutto quello che potrebbe fare con una cifra del genere. Il ricco
sprofonderà in uno stato di prostrazione. Infatti, se fino a quel momento poteva crogiolarsi negli agi senza preoccuparsi del futuro, standosene bene al riparo di uno, o meglio svariati conti in banche differenti, da quest’incipit in poi dovrà immaginarsi in quella situazione di “impasse”. Viene da pensare che se per il povero duecentomila euro sono un sogno, l’idea di un nuovo inizio, per il ricco significano un incubo, la fine di tutto, una vita da povero. Paradossi.
Non so se Bugaro volesse darci un racconto di confine fra due territori stranieri, povertà e ricchezza, anche perchè la storia passa accanto al dolore degli operai da seicento euro al mese che nel tracollo della grande azienda milanese hanno perso tutto, solo di striscio. In questa storia la marmaglia è lasciata al margine, fa da sfondo grigio, inesistente, alla storia di quelli che contano perchè nascono in famiglie “in”, alla storia di quelli che conoscono solo il privilegio. Bugaro afferma che, se è vero che
il ricco sin dall’adolescenza è il perno intorno a cui ruotano tutti quelli che provengono dalle famiglie che contano –
“Cominciavo a capire che Enrico era il vero motore di tutto, il centro di gravità intorno al quale gli altri ruotavano. Nè Carlo nè Marco erano ragazzi interessati o calcolatori, o ipocriti, al contrario, e venivano da solide famiglie borghesi, Carlo figlio d’un avvocato, Marco d’un imprenditore edile, tuttavia il terzo membro del gruppo era di livello diverso, incommensurabilmente superiore, e tutti lo sapevano, e il campo gravitazionale generato dai miliardi della famiglia Corradi non poteva essere evitato o abolito solo perchè eri una brava persona, un amico sincero, agiva comunque, sui buoni e sui cattivi, in modo indipendente dalla
volontà” –
è vero anche che il mondo dell’imprenditoria, quel mondo fatto di soldi, auto costose, abiti impensabili, feste e anche tanta noia ingoiata insieme ai cockltail e alle cene al Club, è esso stesso governato da qualcosa di imponderabile. Gli imprenditori non sono che marionette i cui fili sono tirati da un invisibile sistema di cui nessuno ha più, o ha mai avuto, il controllo.
“M’appariva chiaro come il sole che, oltre una certa soglia, i soldi non contavano più niente, non esistevano nemmeno. Un milione di euro, due milioni, cinquanta; banche che azzannavano i propri clienti, titoli che, dalla sera alla mattina, valevano zero; nessuna logica, nessuna direzione. Il cuore del sistema era uno spazio bianchissimo e silenzioso, dove una materia densa, bianca anch’essa, continuava lentamente a girare, fuori dal controllo di chiunque. Occorreva un po’ di tempo per capire, eppure si trattava della cosa più semplice del mondo. Niente scopi nè traguardi. Persino il desiderio di arricchirsi, fare più soldi, era solo un effetto di superfici, pura apparenza, ciò che la gente credeva di volere. Il punto non era quello, non più da lunghissimo tempo. Ciò che contava – l’unica cosa – era svegliarsi presto la mattina e schizzare fuori casa, offrirsi all’impellenza assoluta di cotruire e combattere, perchè la materia densa e bianca continuasse a girare.”
Così, come in una tragedia dei tempi moderni, i privilegiati godono della propria posizione sociale senza preoccuparsi del mondo che li circonda, senza sapere nulla della vita, senza preoccuparsi se non quando la vita crolla insieme con le azioni in borsa e diventa impossibile orientarla di nuovo seguendo diversi canoni e criteri. Ma in fondo, sembra dirci Bugaro nel lungo racconto in cui s’intrecciano le storie degli amici di sempre, Eliane, Marco, Carlo, Enrico e tutta la corte dei miracoli di comprimari e comparse, la
vita è altrove non nei soldi, non nelle relazioni di superficie che vanno e vengono a cercare di coprire i vuoti di anime senza nerbo; essa è altrove, sebbene spesso il ricco per lo sperpero e il povero per l’affanno d’arrivare a fine mese, non riescano a rendersene conto.

questo dev’essere uno dei rari esempi di fabula appassionante e aderente al mondo di oggi. lo leggerò.
grazie,
e saluti
rs
sì, un bel libro…da mettere in lista!
grazie a lei
elena f
ma si figuri, signora.
a ogni modo, per le mie liste è presto. vi entrano solo cose sedimentate.
au votre service,
e saluti,
rs