
di Giorgio Morale
Semplicemente andare, e guardare attorno.
La strada apre due braccia infinite e mi chiama avanti.
I tralicci, giganti con le braccia tese, allineati nella pianura.
Mossi dagli spostamenti d’aria provocati dalla circolazione nei due sensi di marcia, gli oleandri delle aiuole spartitraffico ondeggiano come per una riverenza.
Dappertutto montagne, il mare sembra un lago. Ma è vivo, e s’intuisce uno sbocco, da qualche parte.
* * *
Verso l’Olimpo. Una nuvola staziona sul monte, due aquile volteggiano.
Prima le case, i cui tetti spioventi la prospettiva ci offre uno sull’altro per l’irregolarità del terreno; poi la vegetazione lungo i pendii, di diverse tonalità di verde; poi le montagne, a coni e piramidi; e infine il cielo. Questa varietà, nelle località di montagna, è gradita all’occhio e alla mente.
Scendiamo dalla macchina e ci dirigiamo verso uno spiazzo con una folla di tavoli e persone. Demetrio sta stringendo delle mani. Quando arriviamo fa le presentazioni. Aggiungiamo delle sedie e un tavolo. L’ambiente ferve come un alveare.
“Quanta gente! E parlano tutti”.
“L’importante non è consumare, l’importante è il dialogo” dice Demetrio.
Per un po’ parlano in greco, poi Demetrio traduce.
“Il signore ha settantotto anni e la moglie sessantasei; sono sposati da quarantotto. La signora racconta che quando lei e il marito bevono un caffè, lei dice ‘Che sia l’ultimo’. Vuole dire che è contenta della vita vissuta con lui, e che, se anche la vita finisse, lei sarebbe contenta di quanto ha avuto: perché è ancora innamorata, come lo era da giovane”.
Poi il signore, che si chiama Yorgos, ricorda passaggi della storia greca. Vede il nostro interesse per l’argomento e commenta:
“I Romani hanno tentato di portare una lingua comune, ma non ci sono riusciti. E prima non c’era riuscito il grande Alessandro. Speriamo che non ci riesca Bush con le bombe”.
Dopo un po’ ci invitano a mangiare da loro. Qualcuno è indeciso, ma qualcuno dice che un rifiuto li offenderebbe. Demetrio spiega che deve andare via presto per visitare la tomba del padre in un paese vicino, allora si arriva a una mediazione: accettiamo l’invito, ma solo per uno spuntino.
Davanti a casa loro, attorno a un tavolo. Ci sediamo su una panca, che guardiamo con curiosità: è tratta da un tronco. Demetrio ci traduce la spiegazione del signor Yorgos.
“L’ha fatta con le proprie mani suo padre, col tronco di un platano che era stato colpito da un fulmine”.
La signora ci prega di accettare un piccolo dolce, e noi lo facciamo volentieri. Appare portando un piatto con delle fette.
“E’ fatto con le noci dell’albero che ci fa ombra” spiega.
Elle chiede quanti anni ha l’albero e il signor Yorgos dice almeno duecento. Già il padre gli diceva che aveva più di cento anni, quando lui era piccolo.
Poi la signora porta un altro dolce e ne dà una porzione per uno e due porzioni a Erin.
“Per te e per il figlio che verrà da te” le dice.
Dopo si riempiono i bicchieri d’acqua e si brinda.
“Che voi possiate essere felici come lo siamo noi due” è l’augurio della signora.
Dopo ci guardiamo attorno ammirando il monte e la campagna.
“Finché starà bene il signor Yorgos qui sarà sempre estate” dice la signora.
Il signor Yorgos ci invita ad andare a vedere l’orto, e ci mostra pomodori, peperoni, zucchine, patate, fagioli, cipolle, e gli alberi da frutta: noci, fichi, susine. Al ritorno altre vivande sono sulla tavola: insalata, formaggio, frittata, polpette. La signora parla delle figlie e si mostra dispiaciuta che una di esse si sia sposata a diciassette anni.
“L’ho goduta poco” dice, e le si inumidiscono gli occhi.
Elle, che le è seduta accanto, le fa una carezza.
Al momento di partire ci riempiono di doni. Come pensandolo sul momento, ci rincorrono dandoci ora una cosa ora l’altra: un sacchetto di noci, un rametto di susine, a Erin un bocciolo di rosa. La signora piange abbracciandoci. Ci accompagnano per un po’ sulla strada. Prima si ferma la moglie, poi il marito.

a proposito di Bush e le sue bombe, “Domenica 24 ore” si apriva a tutta pagina con questo articolo: “Non contate sull’America”. pare che lo sceriffo non funzioni più dopo i pantani afghano e iracheno. dobbiamo difenderci da soli. altrimenti questa Europa di pomodori, peperoni, zucchine, patate, fagioli, cipolle, alberi da frutta, noci, fichi, e susine finirà male. anzi, peggio.
Grazie della lettura, Fabrizio.
Non ho capito cosa intendi dire, quando dici:
“dobbiamo difenderci da soli. altrimenti questa Europa di pomodori, peperoni, zucchine, patate, fagioli, cipolle, alberi da frutta, noci, fichi, e susine finirà male. anzi, peggio.”
era un tratto dell’identità, Giorgio. come Atena-occhio azzurro.
Grazie, Fabrizio. Anche io penso che la nostra identità non abbia bisogno di tutori, e comunque per fortuna non siamo in guerra con nessuno.
Begli appunti ed è bello vivere con la gente del posto, parlare con loro… Giulia