Alfabeti, S come Stranieri (2)

da Odissea

… ma questo è un infelice che giunse qui errando,
e ora ha bisogno di ogni nostra cura.
Gli stranieri come i mendicanti vengono da Zeus
e anche un piccolo dono è da essi gradito.
Offrite, dunque cibo e bevanda allo straniero,
e fate che si bagni nel fiume a riparo dal vento…
(Omero)

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci
che abitava qui di fronte

hanno ammassato su un furgone scoperto
tutte le loro cose
reti di letti mobili e giocattoli dei figli

la gente all’uscita di messa li guardava
senza capire come si potesse
spostare una casa intera in un solo viaggio

hanno salutato sorridendo come sempre
poi sono saliti
hanno messo in moto e sono andati via

l’ultima immagine che resta delle loro vite
è una scritta a pennarello nero sullo scatolone
caricato in fondo
FRAGILE
(Francesco Tomada)

Partenze I

Se ne vanno a uno a uno. Le stanze si svuotano, s’ingrandiscono.
I mobili stanno nel vuoto come isolotti sparsi. Talvolta
gruppi segreti s’adunano in un angolo; parlano degli affari loro.
Le sedie voltano la schiena alla porta. Le ombre
passano di sbieco per evitare qualche colpo. La sera,
quando giri l’interruttore, senti fuori nel corridoio
accalcarsi gli agenti segreti di una potenza straniera
con scarpe elastiche di latta; poi lo scricchiolio
nelle giunture del muro, perché mentre ingrandiscono le stanze,
la casa si fa più stretta, e dietro lo specchio della sala
lo stagno si sfoglia in piccole scaglie d’argento, lasciando
fori o macchie scure sui visi di coloro che non fanno ritorno.
(Ghiannis Ritsos)

Partenze II

Quelli che ci lasciano, forse s’attardano un poco
laggiù, più avanti, sulla curva della strada, accanto al grande palo
della luce (forse per apparire piccoli al confronto
della sua altezza; – perché non abbia importanza la loro scomparsa) –
indugiano, guardano la casa per conservarne ancora l’immagine,
perché anche la memoria crolla a poco a poco; – e chi ha il tempo e i mezzi
per riparazioni e tinteggiature; – il silenzio s’installa
all’esterno e all’interno dei muri; e se qualcuno fa per parlare
si mette subito la mano alla bocca, aspettando d’udire
il botto dello sturamento di un’enorme bottiglia; –
così, la mano davanti alla bocca, come per nascondere uno sbadiglio.
(Ghiannis Ritsos)

Distanze: verste, miglia

Distanze: verste, miglia…
Ci hanno divisi, dispersi, costretti
a vivere dimessi, muti, buoni,
ai confini opposti della terra.

Distacco: strada, versta…
Mani scollate e disgiunte
hanno mandato al supplizio dei chiodi
ignari che il disastro è lega

d’estri e tendini. Di ossa. Volevano:
dissidio – hanno il disagio
di chi ha perso dimora. Muro e fosso.
Ci hanno divisi come aquile con-

giurate: miglia, strade, verste…
E non disperazione, ma – sconcerto,
per asili e tuguri terrestri –
come orfani, smarriti.

E quale, quale marzo è oggi?
Ci hanno smazzato, come carte.
(Marina Cvetaeva)

da Divina Commedia

… Tu lascerai ogni cosa diletta
più raramente; e questo è quello strale,
che l’arco dell’esilio pria saetta.

Tu proverai siccome sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle,
lo scendere e ‘l salir per le altrui scale…
(Dante Alighieri)

L’esilio

L’esilio è rotondo:
un cerchio, un anello:
i tuoi piedi lo girano, attraversi la terra,
non è la tua terra,
ti sveglia la luce, e non è la tua luce,
la notte giunge: mancano le tue stelle,
trovi fratelli: ma non è il tuo sangue.

Sei come un fantasma che si vergogna
di non amare di più quelli che t’amano tanto
e ancora è così strano che ti manchino
le spine ostili della tua patria,
il roco abbandono del tuo popolo,
le amare cose che ti attendono
e che ti latreranno dalla porta.
(Pablo Neruda)

Emigrante ebrea

Vado più lontano del vento dell’ovest
e dell’uccello delle tempeste.
Sosto, interrogo, cammino
e non dormo per camminare!
Mi hanno tagliato la Terra,
solo il mare mi hanno lasciato.

Rimasero nel villaggio
casa, usanze e gli dei lari.
Passano i tigli, armenti
e il Reno che m’insegnò a parlare.
Non porto sul petto le mente
il cui odore mi fa piangere.
Porto solo il mio respiro,
il mio sangue, la mia ansia.

Di schiena sono una,
volta al mare sono un’altra:
la mia nuca arde di addii
e il petto di ansietà.

Ormai il torrente del mio paese
non dà il mio nome passando,
mi dissolvo nell’aria e terra mia,
come l’orma nell’arenile.

Ad ogni tratto di strada
vado perdendo la mia ricchezza;
una ventata di resine,
una torre, un rovereto.
La mia mano perde i gesti
per fare il sidro ed il pane;
con la memoria dispersa
giungerò nuda al mare.
(Gabriela Mistral)

Straniera

Eccoti qui: la testa bassa, le ali strette in un grembiule
che cerchi in fretta nelle tasche un posto per le tue paure

Per ogni cosa un nome nuovo che non riesci a pronunciare
come se tutte le parole fossero pillole amare.

Carte bollate e sportelli, frontiere e quote d’ingresso
le tue speranze soffocate nella voragine di un cesso

da pulire, da sbiancare, come un rituale antico
da trafiggere e odiare come l’occhio di un nemico.

I tuoi abiti in un sacco tra memorie confuse
la tua lingua in un cassetto tra le cose che non usi

E cerchi in giro una chiesa per sussurrare una preghiera
e qualche Dio che ascolti la tua voce da straniera.

Che strano gusto questo pane fatto di acqua e rancore
Che strano affare questa vita presa in prestito a ore

Ti ho vista scrivere poesie all’alba su quella corriera
la schiena curva sopra un foglio come una candida bandiera.

Straniera tu? Straniera l’ora di questo tempio di cemento
che ci fa nascere già vecchi col tempo che ci muore dentro.

Che l’acqua scenda a cascate su queste nostre menti oscure
e lavi via dalla storia colpe passate e future.

Richiama i sogni abbandonati laggiù, nel pozzo più profondo
e metti un po’ di candeggina sull’anima di questo mondo.
(Ingrid Coman)

Immigratorio

mai in alberghi o nei letti sontuosi
della memoria mai
per i vicoli ti dico
fu tutta la mia trepida lussuria
abbandonai la gialla casa mediterranea
palpeggiata nella malinconia degli aranceti
sotto piogge di primavera
(un vento aspro là a redarguirci!)
sparve presto il ricamato corredo materno
specchiere ninnoli e polsini d’argento
ceramiche medaglie
armadi accatastati per vendita d’urgenza
nessun malloppo da fuggiasco cavai
le decorazioni restarono aggettivi
in stanze altrui
il brillio degli ornamenti rapiti
ristagna su corpi estranei

non greggi casolari tonde anfore mai più!
nella vasta pianura mal distinguo la linea del dolore
qui per caccia migrante predone
abbandonato su spersa traccia
tutte le istruzioni trattengo
nella mano della mente
(povera mano e mente
muscolatura di intere smarrite vicende
che lo schema suo semplice ripara)
ma taciuta una minaccia
accresce il mio antico timore
che troppo splendore mortuario
assalendo
sconnetta le case e le piante
e le ferme loro ombre

al luccichio non cede
la mia inquietudine tufosa
chiusa a voluttà e geometrismi
porosa al gemito dell’ultimo condannato
quando insorge in incubo
in povertà in assenza di mondo
in bende in prigionia
in nomadiche zuffe attorno ai palazzi
nei soffi di terremoto
che creparono terrecotte già eterne
e riaccese correnti d’eventi
riassuntivi e ardenti
in quella inappagata luminosità

torno allora a inseguire la belva audace
tutta desiderio tenace
rapace che tace
dilaniante nenie e pigolii
e sfugge strugge
l’unghie scardinate in nuovi sogni
nel mai smesso suo immigratorio
pare allora meno accecante
il luccichio di morte
e che lumi ed ombre connettendosi
restituiscano le cose a possibili sguardi umani
(Ennio Abate)

da Mia lingua fedele

Mia lingua fedele,
ti ho servito.
Ogni notte ti mettevo davanti le scodelline dei colori,
perché tu avessi e la betulla e la cavalletta e il ciuffolotto
conservati nella mia memoria.

È stato così per molti anni.
Sei stata la mia patria perché un’altra è mancata…
(Czeslaw Milosz)

da Vagabondo dell’alba

… Io non capisco molto ma mi sento un po’ Robinson Crusoe
Robinson di questa terribile bella grande città che si chiama Parigi…
Iersera parlavano di guerra sempre la guerra
cadaveri schiuma di eternità cadaveri
ma non tutti sanno come è dolce la libertà per esempio a queste ore…
presto la nuova vita l’uomo nuovo costruiranno la loro città
sopra le vostre ossa e le mie sopra la polvere di Notre-Dame
Nella prima panetteria aperta comprerò un gran pane
come facevo nel mio paese solo che ora non mi accompagnano gli amici
e non ho più vent’anni…
Sono già nel boulevard Saint-Germain guardo le vetrine delle librerie
Un giorno comprerò un buon dizionario le opere complete di Rimbaud
molti libri è meglio non parlarne
Dappertutto ci sono accattoni che dormono quello sembra un bambino
fra la sua testa e il cemento del marciapiede non c’è altro che una lamina gelata
Ho voglia di prendermi un caffè e latte ho fame e sete
l’alba gialla ha un cattivo sapore nella mia bocca
Parigi comincia a svegliarsi non sono più un Robinson
piuttosto uno straniero piuttosto un fantasma
piuttosto un uomo che non ha dormito
vagabondo della città l’autunno e l’alba
mentre il mio amore certamente sta guardando le cime del Perù
o il cielo smaltato della Cina
Io non lo so i miei piedi si stancano ecco tutto ecco tutto
Dopo aver amato vivere il nuovo giorno
è bello
Nella città e nel cuore arde la stessa fiamma.
(Fayad Jamìs)

Morirò a Parigi mentre fuori diluvia

Morirò a Parigi mentre fuori diluvia
un giorno del quale possiedo già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non mi confondo
forse un giovedì, come oggi, d’autunno.
Sarà di giovedì, perché oggi, giovedì, che scrivo
questi versi, gli omeri mi si son messi
alla meno peggio e, mai come oggi, son tornato
con tutto il mio cammino, a vedermi solo.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui avesse fatto nulla
gli davano duro con un bastone e duro
anche con una corda: testimoni
i giorni giovedì e gli ossi omeri
la solitudine, la pioggia e le strade.
(Cesar Vallejo)

Il Cigno

… alla negra
penso, smagrata e tisica, che cerca
scalpicciando nel fango, l’occhio attonito,
dietro l’immenso muro della nebbia,
sagome assenti d’alberi di cocco
dell’Africa superba; a chi ha perduto
quel che giammai giammai non si ritrova;
a chi beve le lacrime e al Dolore
succhia come a una buona lupa; ai magri
orfanelli, appassiti come fiori.
Così nella foresta dove in esilio
si ritira il mio spirito, un antico
Ricordo suona a perdifiato il corno.
E penso ai marinai dimenticati
sopra uno scoglio solitario, ai vinti,
ai prigionieri, ed a molti altri ancora.
(Charles Baudelaire)

da Dopo lo tsunami

… anche oggi
Mahmud
inciampava in uno sputo –
il primo rantolo del sole
al levare del giorno
una sferzata d’odio dalla gola del mattino
per celebrare l’avvento
per annunciare al mondo altre stirpi
di uomini e di ali
schiere fedeli di pellegrini traboccanti d’estasi
le carte di credito strette alla cintura
e voglie infami in voli transatlantici
tra l’oriente e il samba –

(dio intanto urinava beato nelle ampolle
al coro plaudente degli eletti
al canto degli schiavi liberati)

… ho raccolto lo sguardo intravisto
solo immaginato
del bambino che camminava al suo fianco a testa bassa –
l’ho conservato come una reliquia
per il compleanno di mio figlio
una candela accesa al cambio d’equinozio
a illuminare la tavola imbandita dei suoi giorni

insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria
conto i millenni a manciate
le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai
la terra è stanca
di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
sacrificate per il pasto dell’abisso

raccontami di tuo padre delle cifre stampate a caratteri di fuoco
sul suo braccio – delle miniere di carbone e fame
della paura che m’assale prima di dormire
delle favole che non acquietano il grido delle fonti…

ti parlerò del tuo nome Gabriele dei sogni
che custodiscono l’impronta del seme e
la risposta –

è fiore pietra carne respiro sangue
voce
che non tace –

gridalo contro il vento
che frana la radice dei ricordi
contro le mani insozzate di crimini e pietà
la pietà
che cancella la giustizia e
oscura anche gli astri dei cieli che verranno –
grida il tuo passato d’esule
quando il tuo nome era Mikhal o Ismail
Jeoshua o Salomon

grida Gibril

stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato –

grida
stringili nel pugno sillaba per sillaba
strappali alle sabbie raggelate della lontananza
falli riemergere dai fondali sbarrati della morte –

questo è il tuo destino il tuo domani
la sorgente l’oasi
il cammino –

imporre ai deserti

di fiorire
(Francesco Marotta)

Ninnananna margherita

Fai la nanna margherita,
che il buio non sia troppo
buio sui tuoi petali,
bianchi, dormi il sonno dei fiori
su cui pesa la responsabilità
della bellezza, copri d’asfalto
il cuore del mondo
che per una notte non senta
gli urli degli animali
la severa eredità degli alberi.
L’Angelo albanese al semaforo
rende possibile il sorriso
cammina sulla lama del rasoio
della fame, con la grazia
dei tuffatori che non si tuffano
offre il vuoto della mano
al denaro di nessuno.
Fate la nanna insieme
angeli e margherite sull’atroce
terra sotto il lenzuolo
strappato dell’aria
che il mattino vi incontri insieme,
a presentarvi le reciproche mani
sotto una rugiada di caffelatte.
(Livia Candiani)

(La prima parte si può leggere qui)

11 pensieri su “Alfabeti, S come Stranieri (2)

  1. sebastiano aglieco

    Ti sapevo narratore, Giorgio, ma non a caso, forse, questi testi hanno a che fare col poema. Questa è una prima vista velocissima. Li leggo stasera con piùà calma
    Sebastiano

    Rispondi
  2. Giorgio

    E’ vero, Sebastiano, io non scrivo poesia ma prosa, però la poesia è la base di qualsiasi arte della parola e a essa ricorro spesso come nutrimento.

    Rispondi
  3. Giovanni Nuscis

    Tu proverai siccome sa di sale
    lo pane altrui, e come è duro calle,
    lo scendere e ‘l salir per le altrui scale…

    Sei come un fantasma che si vergogna
    di non amare di più quelli che t’amano tanto
    e ancora è così strano che ti manchino
    le spine ostili della tua patria,

    grida Gibril

    stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato –

    grida
    stringili nel pugno sillaba per sillaba
    strappali alle sabbie raggelate della lontananza
    falli riemergere dai fondali sbarrati della morte –

    questo è il tuo destino il tuo domani
    la sorgente l’oasi
    il cammino –

    imporre ai deserti

    di fiorire

    Questi i versi che mi sono più piaciuti.
    Grazie, Giorgio, per l’ottima scelta.

    Giovanni

    Rispondi
  4. sebastiano aglieco

    Bellissimo questo puzzle. Voci che risuonano nella consonanza e nella differenza, fuori dal tempo e dal luogo, a indicare che, in fondo, ogni luogo e ogni tempo ci appartengono nella dimensione della Storia che si ripete, tutti i giorni, monotona e dolorante.
    “imporre ai deserti/di fiorire” è un compito, un atroce compito.
    E questa è una preghiera e una ninna nanna: “Fate la nanna insieme
    angeli e margherite sull’atroce
    terra sotto il lenzuolo
    strappato dell’aria
    che il mattino vi incontri insieme,
    a presentarvi le reciproche mani
    sotto una rugiada di caffelatte.”

    Sebastiano

    Rispondi
  5. mariapia

    Grazie del bellissimo arazzo..ma la poesia da sola nutre come dieci caffettiere di zucchero puro, una ne basta.
    Non voglio dire delle preferite, potrei offendere qulacuno, tutte le ho amate, perchè vicine, ma se posso dire che cosa nel cuore resta a mente,”ora” per solitudine, è di Cesar Vallejo, la sua voce – in questo istante – così lontano così vicino, ai suoi giovedì di profezia.

    Ti saluto, Giorgio, sempre spazioso amico.
    Maria Pia Q.

    Rispondi
  6. Giorgio

    Grazie, Sebastiano e Maria Pia, della vostra lettura e delle vostre parole. E’ vero, come accennate, tutte queste poesie sono come un lungo poema. Mi viene in mente che qualcuno disse anche, mi pare, che tutta la letteratura è come un unico libro. Come pure, Maria Pia, che una poesia le contiene tutte.

    E’ impressionante quanto sia diffusa la condizione a tema di questa antologia… e tanti altri mi vengono in mente, Ovidio, Cavalcanti, Foscolo, Brodskij… e i tanti, i milioni non noti…

    Anch’io le ho amate tutte, queste poesie, ognuna ha una storia, in sé e per noi. Sul profetico Vallejo: ho molto amato i “Poemi umani”, che si può considerare tutto quanto un poema sulla condizione dello straniero.

    Rispondi
  7. francesco t.

    ciaoGiorgio, sono francesco tomada.
    sono contento che tu abbia usato un mio testo, mi fa molto piacere. però ti voglio segnalare che alla fine manca la parola che dà senso al tutto, dopo l’ultima riga si dovrebbe scrivere
    FRAGILE.
    scusa la precisazione, di solito non mi curo tanto di queste cose, ma così il testo mi pare davvero un po’ monco.
    grazie ancora di avermi messo in splendida compagnia in questa selezione.
    francesco

    Rispondi
  8. Giorgio

    Caro Francesco, grazie per avermi segnalato l’imprecisione, di cui mi scuso, dovuta a qualche passaggio di copiaincolla… FRAGILE va bene così o staccato dai tre versi precedenti? Avvisami, se è il caso correggo.

    … e grazie per i tuoi versi, questi e gli altri che ho letto in rete.

    Rispondi
  9. francesco t.

    va benissimo così.
    mi scuso dell’intromissione, e ti ringrazio davvero di cuore per l’attenzione.
    a presto
    francesco

    Rispondi

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