Da “L’infanzia vista da qui”
Iceberg
(a Lucia, quanta fatica
per raccontarsi)
O forse il lenzuolo dell’anima
si annoda in fondo alla gola
dove si fermano i gesti di affetto
inespressi lì dove il flauto
imperfetto del corpo si stringe
al suo fiato per farne voce
e ogni parola che passa è la goccia
dal vaso già traboccato
è il grano di sabbia che riempie
del tempo trascorso in attesa
la parte vuota della clessidra
Oltre Savogna, verso l’Isonzo
(A Mario Carnelut)
So che tutto deve finire
come le strade quando si fanno sempre più strette
fino a confondersi fra i campi
oggi ho pensato alla morte e vorrei che somigliasse
a perdersi nell’erba come quando
dietro alla casa di mia madre
si camminava fino alla ferrovia
e vedere il treno era già l’idea di un lontano
dove un giorno si sarebbe andati
Casa di riposo La Quiete – Udine
Se da fuori si sentisse il rumore
dei pensieri ti direbbe del disagio
e dei muri tinti di vernice all’olio
fino a mezz’altezza e di un’aria
che è vapore di disinfettanti e
malattia
ti direbbe che
si può fermare il tempo in presa
fissa su di un solo fotogramma:
stanze dove non si parla
letti a sponde
non i libri sopra i comodini
ma bottiglie d’acqua minerale
la stanchezza dello stare qui
chiama a sè il dolore
dello stare male
Tibet
(sul ritrovamento di un flauto
scavato in un osso umano)
Lì dove c’era fosforo
indurito dalla zincatura
dell’adolescenza
qualcuno ti ha scavato
nello scheletro fino a trarne
musica
(diventa più leggero
essere vivi sapendo che
le ossa
sono geometria di vento)
(a Stefania, finalmente)
Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore
come sembrava impossibile che tu fossi madre
come sembrava impossibile morire di parto
nell’anno duemila di Dio
pesavi di meno di questo cognome che oggi
io porto da solo che se si potesse prenderlo
in braccio e sollevarlo come facevo con te
sarei un uomo diverso e avrei un sorriso
più facile da regalare ai miei figli
Inediti
Il negativo e l’immagine
Quando i bambini di qui fanno la guerra
bastano quattro cuscini sul letto per costruire una base
tutti hanno pistole o fucili con il tappo colorato in rosso
alcuni perfino bombe di gommapiuma
allora mi chiedo se i bambini di Beirut giocano alla pace
e come ci riescono
perchè non ci sono case giardini genitori di plastica
e morire per finta è facile
ma vivere per finta non si può
Pompei
Quando fra duemila anni scaveranno questa terra
troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso
nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi
tu girata di fianco
io ti stringo appoggiato alla tua schiena
e non sapremo mai se il nostro bene
è così grande da superare il tempo
o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti
a indurire l’amore
fino a trasformarlo in pietra
(Nel 1943, quando i tedeschi occuparono il castello, fucilavano i partigiani nel cortile esterno; oggi ci sono in mostra alcune armi medievali, anche se qui non si è mai combattuto)
(Ad A.)
Quando un bambino guarda la catapulta
pensa al sasso lanciato che cade nell’acqua
all’acqua che schizza fino al cielo
nei giochi del cortile anche la guerra ha un’anima gentile
a volte lascia che comandino i perdenti
come Lorenzo quando si offende e grida
se mi uccidi ancora io muoio per tutta la vita
io immagino un plotone di soldati coi fucili
già spianati e
non sanno più che fare
(sono queste le righe che cercavo per Rose)
Cosa c’è nel museo di Auschwitz
ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione
occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa
valigie per milioni
di possibili ritorni a casa
tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
– non posso chiamarlo proprio vivere –
c’è una stanza intera di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti
(senza titolo)
Dieci centimetri tra la mia macchina
e quella più vicina nel parcheggio
dieci centimetri anche tra il tuo corpo e il mio
ieri sera che non abbiamo fatto l’amore
avremmo voluto
ma cosa c’era tra di noi: stanchezza
o silenzio di parole trascurate
o paura di non ritrovare
la stessa confidenza di altre volte
poi dicono che la lunghezza
è qualcosa di assoluto e misurabile
dieci centimetri
tra due auto sono spazio
tra di noi una distanza
Io vivo qui
Ti voglio descrivere un orizzonte:
dal pendio del Podgora alla conca dove riposa la città e poi su al labbro scuro
del Sabotino saranno tre chilometri in linea d’aria.
Adesso lo voglio misurare:
per riempire il cielo serve un pugno di rondini in volo;
novant’anni fa per conquistare questa terra morirono quattrocentomila soldati.
Gorizia ha quarantamila abitanti, per ciascuno di noi ci sono dieci morti.
Le rondini invece non bastano per tutti.
Per questo, quando ne arriva una, fa primavera.
Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. Dal 1997 in poi ha preso parte a molte letture ed incontri nazionali ed internazionali. I suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni e siti web in Italia, Slovenia, Canada, Francia, e sono stati tradotti anche in inglese e cinese; è inoltre presente nelle raccolte “Frantumi” e “Intrecci” (Sottomondo). “L’infanzia vista da qui” è la sua prima raccolta, edita nel dicembre 2005 e ristampata nel marzo 2006.
È cofondatore della casa editrice Sottomondo di Gorizia ( www.sottomondogorizia.it ).

e ogni parola che passa è la goccia
dal vaso già traboccato
è il grano di sabbia che riempie
del tempo trascorso in attesa
la parte vuota della clessidra
questo è solo l’incipit di una lettura che si fa viaggio nella carne della parola letta ad alta voce
grazie
“c’è una stanza intera di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti”
Ottima poesia, che sa muovere, dentro.
Complimenti di nuovo.
Giovanni
Contestualità sempre gradita, quando la poesia è valida. Francesco sfuma da Oboesommerso e appare qui, con il suo linguaggio così vicino al parlato ma capace di considerazioni profonde e inaspettate. Poesia che si sente subito vicina, vicina, istintivamente condivisa.
Rinnovo dunque i miei complimenti a Francesco.
E colgo l’occasione per salutare affettuosamente Fabrizio.
Antonio
Grazie Francesco, belle e forti. Il Friuli ha la sua marcia in più, vabbè, non è merito e non è colpa. Mandi!
un caro saluto a te, Antonio.
e benvenuto a Francesco.
Per prima cosa voglio ringraziare Fabrizio per avermi cercato e invitato qui, e uno per uno voi che avete letto e lasciato un commento, Beatrice, Giovanni, Antonio, Lambertibocconi (mandi!). E’ vero Antonio, sfumo da Oboesommerso a qui, e più in generale negli ultimi mesi c’è stata nei miei confronti una attenzione sul web inattesa, che mi ha stupito. Io per posizione geografica e soprattutto per carattere sono lontano dai grandi circoli della scrittura, e per me è stata una occasione importante di confronto con persone molto competenti e sincere. Come accade adesso qui.
Grazie.
Francesco
se anche il caro e sempre nel cuore Fabry t’ha cercato e dato spazio, caro Francesco vuol dire che te lo meriti. che la stoffa c’è.
con stima,
red
un abbraccio forte a te, caro corsaro rosso.
fabry