Rosaria Lo Russo

lo-russo.jpgDa CROLLI (inediti)

Questo dolore che non dà piacere rifinisce in incubo.

Rifinisce un incubo in cui cucito su un catafalco ti rimpalmano

alle dure convenienze, con convolvoli di convenevoli

cucinati agli astanti, convolando a nozze astemie.

E presto via dagli astanti astenici e sbigotti via

verso conventi di detenuti, astenuti per un punto

alla perdura. E da capo ti diventa duro e disperato

lo nascondi fra le cosce grosse e ti fai mostro

di femmina ingravidata a nozze in coalizione con la morte

di certe parti, inquinati, inique. Corte le braccia mie a penzoloni lungo

una svolazzante sottoveste candida mettono in croce il cimitero

dei canini miei famigli, fra gli artati bisbigli di riprovazione

degli astanti in sbadigli. Suppura così una grossa privazione,

è vero, siamo piuttosto figli che padri e madri intramurati

da guaiti nottambuli. Ambulanti finiti sulla carrozza cimiciosa

di un treno-camicia-di-forza, pel breve tempo di elemosinare

finti sordi sul treno-desiderio che prendo per non sentirmi sola,

con la scusa di venire da te per stare finalmente un po’ sola. Scusa

se il controllore zoppo che sorride solo per amor di divisa

m’affaccia diversa, divarica un panorama diviso dai tuoi goffi

preamboli, l’imbarazzo di te che ti diverti alla facciaccia

dei miei graziosi vaffànculi allorquando ti scusi e giri il culo e

te ne vai per diversivo rassegnando losche dimissioni!

Questo dolore quando dava piacere era lardo che colonna,

era un vezzo riflesso ladro d’oro tra vetrine di mercerie

smeriglie di colate di bagnoschiuma vermiglio e detersivo

smeraldo per lavastoviglie. Avvezza alle macerie d’ora in ora

avvizzisco come la stretta contrita svanisce alla promessa

che dismette le mani in frantumi, sbrecco di piatti in ira

al tutto tondo. Divezzami dal cazzo che gongola,

scavezzacollo, divorziami. Scavezzami dalla promessa

permalosa della specie che ci gogna, stufi mammiferi

da zoppica-cicogna e babbibabbuini al largo della mente.

*

Della visione ammetto il fatto che ho pianto

vedendo noi due giocarci bambini biondi che eravamo

ben vestiti coi capelli curati dal pettine feroce

della mamma avevi occhi tondi di stupore

attaccati subito sotto la fronte bombata

tu testa a pera io faccia tonda di luna

accigliata e scorbutica ti sfotticchiavo perché

parlavi straniero, era un modo strano di giocare

alle anime belle quei due bambini estranei

che giocavano senza tanti preamboli come

fanno sempre i bambini quando costretti

circostanziano un gioco seri seri improvvisando

movenze rituali. Nessuno sorrideva in quella

breve visione, ma i nostri vestiti chiarivano:

eravamo rivestiti a festa dopo il bagnetto

serale e aspettavamo, temendolo, il buio

che ci strappasse ai grandi. Tu portavi una camicia

da omino e i pantaloncini corti io un vestitino

di piquet con le maniche a sbuffo come si usava

di buona famiglia negli anni sessanta,

quando eravamo tutti americani. Poi siamo

spariti entrambi, devono averci richiamati

i genitori da due continenti. Ho visto deserto

il marciapiedi su cui ci eravamo incontrati

per caso, puliti, stirati, avevamo la pelle molto

rosa (questo colore così difficile da sopportare).

E niente roseo finale in quella visione severa.

Parlavamo come tutti i bambini una lingua aliena,

altèra: lo spaccato di cielo che dagli occhi dilaga.

*

(Il giusto cade sette volte al giorno)

Col sangue amaro e coi polmoni neri sorbisci

una boccata di fumo tra un boccone e l’altro, e

i residui restano incastrati tra i denti. Il solito

fastidio di un’adolescenza povera in canna.

Tracanni avidamente piccoli sorsi di syrah, nuovo

vitigno di pregio, poi schiocchi di scatto il massetère e

i tiranti del collo, come tirassi il collo a un pollo.

Stappandone un’altra col tirabusciò dilacchi

nei solitari ritardi di vita. Alzandoti, ti rimbocchi

le maniche raggrinzite della saggezza e

tiri un mezzo sospiro di sollievo dopo l’ultimo

sorso concesso: fai la cresta sulla logica

degli accaduti e cedi ancora ad una tentazione

accorata. Accurato nel riattaccarle bottone, cerchi

le larghe intese; solo perché rivedi come in sogno

il pube basculante di una donna canzonata, mentre

sparecchi e risciacqui stoviglie bianco sporco, ai bordi

slaccati, sbreccate. L’acquaio che gorgoglia riecheggia

lo spauracchio di una mente, temi, riassettata a svanitoio.

Al panseccaio per domani asserbi tutti i pezzi che

triturerà, con la rigida fedeltà dello scapolo alla teoria

degli avanzi. Deborda con forza dall’angolo ottuso

della narice un vago matrimonio riparatore,

ma sul nartece stizzita la gola raschia e con un colpo

secco scatarri il rischio di marcio che certamente

ne deriverebbe. Sicché vedi, guardi, senti, impari,

imprechi dal lancinante specchio: ormai sei vecchio,

un vecchio innocuo. Un vecchio babbione innocente: di nuovo

si serra la mandibola dopo un respiro più grosso.

Col passo stanco e corto, a ferro di cavallo, divarichi

due passi dopocena per sgranchirti le gambe,

per non andare a letto col boccone ritto in gola.

(Chi ebbe dio per amante ebbe certo

a patire men che lievi malanni).

*

Chi ebbe dio per amante ebbe

a patire ben più lievi affanni; accorati

affanni in battere, accordati accenti

in levare, ché la potenza orgasmica, rarefatta,

s’intensifica, accappona la pelle, ovatta

le orecchie. I tappi di cera per dimenticare

l’accaduto incauto, l’aspirinetta tra gli incisivi

macchiati, l’angustia della stanza calda,

il fumo provoca rischi di infarto al miocardio,

danno luogo a un’incisiva logica denegatrice,

abluzioni, abnegazioni, oboli, obitori.

*

Dicevo insomma riga dritto il fronte compatto dei dementi

niente di nuovo alletta il fronte occidentale:

le fronti coperte di pelle in polvere corrugano,

diserbando, staccando arbusti, e vane colluttazioni,

a cedimenti di guance smunte, gli ultravioletti

di guerra corruschi annunciano signorine mezzobusto,

con povere alla polvere ceneri nonviolente di dispersi

e pinchi pallini bifidi tra infidi batteri, tu spàrati un

paradiso artificiale e restaci se c’hai il coraggio

di circondarti di veline scure, irsute e insistenti scassa-

arpe metriche e petecchie, dardi codardi, avanzi pimpanti

di guantanamera, bandiera rossa, faccetta nera.

*

Noi che abbiamo fatto una rivoluzione che non

ha funzionato, assumiamo fumo come latte

velenoso. Il nuovo papa ha fatto piazza

pulita anche del limbo. Neppure un bimbo

non battezzato potrà aspirare più ad una

semi-immortalità. In questa radura che sospende

metalli pesanti inaliamo residui tossici di

diritti civili si fa per dire. Leggo con indicibile

piacere, in una cara vecchia traduzione di

santa teresa del valore incomparabile di

una mortificazioncella.

*

Un margine serafico ancora resiste alla cattura

del vile sublime: ti désti veramente per poco

sposa ventisettenne che non sapeva far di conto;

ti libera a soprassalti ogni nuova disavventura:

hai quarantanni e raccogli i panni disseminati

per terra dai ragazzi e adesso spalanchi grandi

occhi vuoti di semicoscienza e non ti rendi

conto che hai tutta la vita davanti. Un limite

al serafico dissesto è ciò che immetti con dis-

prezzo nel sistema: convoli a giuste nozze con

te stessa, e per tua madre, pensi, non ti penti.

L’abituro che convoglia le tue reste apparte-

nenti non mostrerebbe, all’apparenza, segni

di cedimenti, tranne certi lanicci occulti, a parte

l’appartamento che ti riservi, a caro prezzo,

per commutare quei piccoli escrementi del vile

sublime che contendi, sorridendo funesta, all’orgia

feroce che accompagna, con lima sorda, il modesto

funerale del fallo in un sogno silente: ti dèsti, arresti

la moviola, non avendo più credito, di fronte all’eret-

tile pietrificato, ma ricevi in disparte il cònsolo di tutto

il mondo vedovo. Per sopperire ti metti in lista d’atte-

sa, resti in lizza, concedi freneticamente alla rubrica,

con gli occhi pieni di terra dacché rispolveri l’album-

idea giallognola delle tue seconde nozze, riavvolgendo

il crepitante filmino riversato come il tuo collo lungo

di novizia offerto, con gesto contrario, ad una risata libera-

toria, da cerimonia. Allora le ossa peste, i polsi slogati,

le vene sottili gonfie sull’ulna, scheggiato il tremolante

pugno alzato che fu – insieme ai lividi virati a macchia

d’olio di viola in giallo ocra – la tua acre unzione di

passaggio alla società secreta da martorianti orecchi-

ni in circonvoluzione del lobo: appigli istantanei alla

favola bella – frangione sugli occhi o treccia d’agli ricciuta

i capelli – che oggi ti induce a strisciare solerte verso

la croce o a sbatterti su un letto di soprassalto col primo

che passa; un pianto angusto, roco, quasi conato ti trattiene

alla buona abitudine di un pasto saltato di fitoestrogeni,

per prolungare quanto resta ancora di ciclico nel tuo

saporito, sottile, soporifero dolore.

(L’amante)

Calvo, obeso, con una moglie frigida

e l’altra, Grande Madre Carota focomelica

lo insegue come un figlio, brandendo un frustino.

Al bando delle matasse si troverebbe ad oblite-

rare le sue scienze delle comunicazioni esatte,

se non lo soccorresse all’improvviso una quanto

mai provvida chiamata urgente sull’altro

cellulare (e sono solamente le sette).

9 pensieri su “Rosaria Lo Russo

  1. listexxx

    mamma mia cosa? o embè?

    qui ci troviamo di fronte a capacità mimetica indubitabile. forza espressiva superlusso.

    saluti,

    rs

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  2. beatrice

    mamma mia e basta

    esclamazione che vuol dire tutto,
    il contrario di tutto oppure nulla…

    dipende da chi legge

    Rispondi
  3. beatrice

    ho idee chiarissime sulle mie esclamazioni , sulla mia mamma e, guardi che le dico, chiarissime su ciò che leggo tanto da essere in grado di farmene un’idea, che lei può tranquillamente non condividere e, qui ci sta tutto, un chìssene ecc…
    nel frattempo faccia lei chiarezza sulla sua mamma e forse ancor di più sulle sue idee…se ne ha.

    saluti cordiali

    beatrice

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  4. Giovanni Nuscis

    Sembra scorrere o esplodere, nella scrittura di Rosaria Lo Russo, in un dettato discorsivo di versi lunghi, un flusso verbale in apparenza a volte incontrollato, in cui fantasia e lacerti di realtà e di linguaggio convenzionale originano per frizione e accostamento di immagini e di parole – concatenate o derivate per assonanza e ritmo – costruzioni inedite di senso e di mondo: non di rado eccessivo, iperreale, per fedeltà di rappresentazione, forse, al “reale” caos.

    Giovanni

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  5. mariapia

    La scrittura di Rosaria, che qui saluto, credo vada letta come una partitura: senza la teatralizzazione od esecuzione (corretta) della sua voce, coi suoi ictus e curvature può riuscire difficle, ma è solo questione di orecchio;
    le implosioni scorrono via, si lasciano dipanare scoprire, e il flusso viaggia si perde e si ritrova, primitivo.

    Maria Pia

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