Questo dolore che non dà piacere rifinisce in incubo.
Rifinisce un incubo in cui cucito su un catafalco ti rimpalmano
alle dure convenienze, con convolvoli di convenevoli
cucinati agli astanti, convolando a nozze astemie.
E presto via dagli astanti astenici e sbigotti via
verso conventi di detenuti, astenuti per un punto
alla perdura. E da capo ti diventa duro e disperato
lo nascondi fra le cosce grosse e ti fai mostro
di femmina ingravidata a nozze in coalizione con la morte
di certe parti, inquinati, inique. Corte le braccia mie a penzoloni lungo
una svolazzante sottoveste candida mettono in croce il cimitero
dei canini miei famigli, fra gli artati bisbigli di riprovazione
degli astanti in sbadigli. Suppura così una grossa privazione,
è vero, siamo piuttosto figli che padri e madri intramurati
da guaiti nottambuli. Ambulanti finiti sulla carrozza cimiciosa
di un treno-camicia-di-forza, pel breve tempo di elemosinare
finti sordi sul treno-desiderio che prendo per non sentirmi sola,
con la scusa di venire da te per stare finalmente un po’ sola. Scusa
se il controllore zoppo che sorride solo per amor di divisa
m’affaccia diversa, divarica un panorama diviso dai tuoi goffi
preamboli, l’imbarazzo di te che ti diverti alla facciaccia
dei miei graziosi vaffànculi allorquando ti scusi e giri il culo e
te ne vai per diversivo rassegnando losche dimissioni!
Questo dolore quando dava piacere era lardo che colonna,
era un vezzo riflesso ladro d’oro tra vetrine di mercerie
smeriglie di colate di bagnoschiuma vermiglio e detersivo
smeraldo per lavastoviglie. Avvezza alle macerie d’ora in ora
avvizzisco come la stretta contrita svanisce alla promessa
che dismette le mani in frantumi, sbrecco di piatti in ira
al tutto tondo. Divezzami dal cazzo che gongola,
scavezzacollo, divorziami. Scavezzami dalla promessa
permalosa della specie che ci gogna, stufi mammiferi
da zoppica-cicogna e babbibabbuini al largo della mente.
*
Della visione ammetto il fatto che ho pianto
vedendo noi due giocarci bambini biondi che eravamo
ben vestiti coi capelli curati dal pettine feroce
della mamma avevi occhi tondi di stupore
attaccati subito sotto la fronte bombata
tu testa a pera io faccia tonda di luna
accigliata e scorbutica ti sfotticchiavo perché
parlavi straniero, era un modo strano di giocare
alle anime belle quei due bambini estranei
che giocavano senza tanti preamboli come
fanno sempre i bambini quando costretti
circostanziano un gioco seri seri improvvisando
movenze rituali. Nessuno sorrideva in quella
breve visione, ma i nostri vestiti chiarivano:
eravamo rivestiti a festa dopo il bagnetto
serale e aspettavamo, temendolo, il buio
che ci strappasse ai grandi. Tu portavi una camicia
da omino e i pantaloncini corti io un vestitino
di piquet con le maniche a sbuffo come si usava
di buona famiglia negli anni sessanta,
quando eravamo tutti americani. Poi siamo
spariti entrambi, devono averci richiamati
i genitori da due continenti. Ho visto deserto
il marciapiedi su cui ci eravamo incontrati
per caso, puliti, stirati, avevamo la pelle molto
rosa (questo colore così difficile da sopportare).
E niente roseo finale in quella visione severa.
Parlavamo come tutti i bambini una lingua aliena,
altèra: lo spaccato di cielo che dagli occhi dilaga.
*
(Il giusto cade sette volte al giorno)
Col sangue amaro e coi polmoni neri sorbisci
una boccata di fumo tra un boccone e l’altro, e
i residui restano incastrati tra i denti. Il solito
fastidio di un’adolescenza povera in canna.
Tracanni avidamente piccoli sorsi di syrah, nuovo
vitigno di pregio, poi schiocchi di scatto il massetère e
i tiranti del collo, come tirassi il collo a un pollo.
Stappandone un’altra col tirabusciò dilacchi
nei solitari ritardi di vita. Alzandoti, ti rimbocchi
le maniche raggrinzite della saggezza e
tiri un mezzo sospiro di sollievo dopo l’ultimo
sorso concesso: fai la cresta sulla logica
degli accaduti e cedi ancora ad una tentazione
accorata. Accurato nel riattaccarle bottone, cerchi
le larghe intese; solo perché rivedi come in sogno
il pube basculante di una donna canzonata, mentre
sparecchi e risciacqui stoviglie bianco sporco, ai bordi
slaccati, sbreccate. L’acquaio che gorgoglia riecheggia
lo spauracchio di una mente, temi, riassettata a svanitoio.
Al panseccaio per domani asserbi tutti i pezzi che
triturerà, con la rigida fedeltà dello scapolo alla teoria
degli avanzi. Deborda con forza dall’angolo ottuso
della narice un vago matrimonio riparatore,
ma sul nartece stizzita la gola raschia e con un colpo
secco scatarri il rischio di marcio che certamente
ne deriverebbe. Sicché vedi, guardi, senti, impari,
imprechi dal lancinante specchio: ormai sei vecchio,
un vecchio innocuo. Un vecchio babbione innocente: di nuovo
si serra la mandibola dopo un respiro più grosso.
Col passo stanco e corto, a ferro di cavallo, divarichi
due passi dopocena per sgranchirti le gambe,
per non andare a letto col boccone ritto in gola.
(Chi ebbe dio per amante ebbe certo
a patire men che lievi malanni).
*
Chi ebbe dio per amante ebbe
a patire ben più lievi affanni; accorati
affanni in battere, accordati accenti
in levare, ché la potenza orgasmica, rarefatta,
s’intensifica, accappona la pelle, ovatta
le orecchie. I tappi di cera per dimenticare
l’accaduto incauto, l’aspirinetta tra gli incisivi
macchiati, l’angustia della stanza calda,
il fumo provoca rischi di infarto al miocardio,
danno luogo a un’incisiva logica denegatrice,
abluzioni, abnegazioni, oboli, obitori.
*
Dicevo insomma riga dritto il fronte compatto dei dementi
niente di nuovo alletta il fronte occidentale:
le fronti coperte di pelle in polvere corrugano,
diserbando, staccando arbusti, e vane colluttazioni,
a cedimenti di guance smunte, gli ultravioletti
di guerra corruschi annunciano signorine mezzobusto,
con povere alla polvere ceneri nonviolente di dispersi
e pinchi pallini bifidi tra infidi batteri, tu spàrati un
paradiso artificiale e restaci se c’hai il coraggio
di circondarti di veline scure, irsute e insistenti scassa-
arpe metriche e petecchie, dardi codardi, avanzi pimpanti
di guantanamera, bandiera rossa, faccetta nera.
*
Noi che abbiamo fatto una rivoluzione che non
ha funzionato, assumiamo fumo come latte
velenoso. Il nuovo papa ha fatto piazza
pulita anche del limbo. Neppure un bimbo
non battezzato potrà aspirare più ad una
semi-immortalità. In questa radura che sospende
metalli pesanti inaliamo residui tossici di
diritti civili si fa per dire. Leggo con indicibile
piacere, in una cara vecchia traduzione di
santa teresa del valore incomparabile di
una mortificazioncella.
*
Un margine serafico ancora resiste alla cattura
del vile sublime: ti désti veramente per poco
sposa ventisettenne che non sapeva far di conto;
ti libera a soprassalti ogni nuova disavventura:
hai quarantanni e raccogli i panni disseminati
per terra dai ragazzi e adesso spalanchi grandi
occhi vuoti di semicoscienza e non ti rendi
conto che hai tutta la vita davanti. Un limite
al serafico dissesto è ciò che immetti con dis-
prezzo nel sistema: convoli a giuste nozze con
te stessa, e per tua madre, pensi, non ti penti.
L’abituro che convoglia le tue reste apparte-
nenti non mostrerebbe, all’apparenza, segni
di cedimenti, tranne certi lanicci occulti, a parte
l’appartamento che ti riservi, a caro prezzo,
per commutare quei piccoli escrementi del vile
sublime che contendi, sorridendo funesta, all’orgia
feroce che accompagna, con lima sorda, il modesto
funerale del fallo in un sogno silente: ti dèsti, arresti
la moviola, non avendo più credito, di fronte all’eret-
tile pietrificato, ma ricevi in disparte il cònsolo di tutto
il mondo vedovo. Per sopperire ti metti in lista d’atte-
sa, resti in lizza, concedi freneticamente alla rubrica,
con gli occhi pieni di terra dacché rispolveri l’album-
idea giallognola delle tue seconde nozze, riavvolgendo
il crepitante filmino riversato come il tuo collo lungo
di novizia offerto, con gesto contrario, ad una risata libera-
toria, da cerimonia. Allora le ossa peste, i polsi slogati,
le vene sottili gonfie sull’ulna, scheggiato il tremolante
pugno alzato che fu – insieme ai lividi virati a macchia
d’olio di viola in giallo ocra – la tua acre unzione di
passaggio alla società secreta da martorianti orecchi-
ni in circonvoluzione del lobo: appigli istantanei alla
favola bella – frangione sugli occhi o treccia d’agli ricciuta
i capelli – che oggi ti induce a strisciare solerte verso
la croce o a sbatterti su un letto di soprassalto col primo
che passa; un pianto angusto, roco, quasi conato ti trattiene
alla buona abitudine di un pasto saltato di fitoestrogeni,
per prolungare quanto resta ancora di ciclico nel tuo
saporito, sottile, soporifero dolore.
(L’amante)
Calvo, obeso, con una moglie frigida
e l’altra, Grande Madre Carota focomelica
lo insegue come un figlio, brandendo un frustino.
Al bando delle matasse si troverebbe ad oblite-
rare le sue scienze delle comunicazioni esatte,
se non lo soccorresse all’improvviso una quanto
mai provvida chiamata urgente sull’altro
cellulare (e sono solamente le sette).

mamma mia
mamma mia cosa? o embè?
qui ci troviamo di fronte a capacità mimetica indubitabile. forza espressiva superlusso.
saluti,
rs
mamma mia e basta
esclamazione che vuol dire tutto,
il contrario di tutto oppure nulla…
dipende da chi legge
allora vuol dire che lei ha le idee poco chiare sulla sua mamma.
saluti, nonostante
rs
ho idee chiarissime sulle mie esclamazioni , sulla mia mamma e, guardi che le dico, chiarissime su ciò che leggo tanto da essere in grado di farmene un’idea, che lei può tranquillamente non condividere e, qui ci sta tutto, un chìssene ecc…
nel frattempo faccia lei chiarezza sulla sua mamma e forse ancor di più sulle sue idee…se ne ha.
saluti cordiali
beatrice
questa lettura che non dà piacere definisce un incubo…
mamma mia, che tristezza questi commenti…
l’autrice
Sembra scorrere o esplodere, nella scrittura di Rosaria Lo Russo, in un dettato discorsivo di versi lunghi, un flusso verbale in apparenza a volte incontrollato, in cui fantasia e lacerti di realtà e di linguaggio convenzionale originano per frizione e accostamento di immagini e di parole – concatenate o derivate per assonanza e ritmo – costruzioni inedite di senso e di mondo: non di rado eccessivo, iperreale, per fedeltà di rappresentazione, forse, al “reale” caos.
Giovanni
La scrittura di Rosaria, che qui saluto, credo vada letta come una partitura: senza la teatralizzazione od esecuzione (corretta) della sua voce, coi suoi ictus e curvature può riuscire difficle, ma è solo questione di orecchio;
le implosioni scorrono via, si lasciano dipanare scoprire, e il flusso viaggia si perde e si ritrova, primitivo.
Maria Pia