di Pasquale Giannino
Quella sera pensavo ai fatti miei. Ne ho le palle piene – dissi tra me – problem solving, team working, comunicazione efficace, orientamento al cliente… Fanculo! Ora prendo ‘sto telefonino e lo butto nel cesso. Ci mancava soltanto la reperibilità, ventiquattr’ore al giorno, sabato, domenica e festivi inclusi. Per quattro soldi in più a fine mese. Ma chi se ne frega! Mica sono diventato ricco, mica posso comprarmi lo yacht e fare la bella vita! No! Devo continuare a pagare il mutuo e timbrare il cartellino, e sopportare capi e capetti e colleghi frustrati, e clienti simpatici come la merda che pesti sul marciapiede. E ora c’è anche la reperibilità… Fanculo! Mi ero deciso a spegnere quella diavoleria aziendale, fra un po’ avrei spento anche il cervello e mi stavo già pregustando la birra doppio malto che mi sarei tracannato dinanzi a una delle infinite idiozie on demand che offre la rete, quando quel fottutissimo telefonino si mise a squillare: “Sono Stefano, debbo darti una brutta notizia: Paolo si è suicidato”.
Il mio primo giorno in ditta mi sentivo un marziano. “Qui ci chiamiamo tutti per nome e ci diamo del tu” mi disse Bianchi. “Andiamo, ti presento i colleghi.” Il suo ufficio era ampio e luminoso, il pavimento rivestito di moquette, la scrivania colma di ammennicoli. Percorremmo un corridoio che non finiva mai, lui camminava con passo rapido e sicuro. Incontrammo diverse persone che si muovevano con la nostra medesima urgenza. I loro visi erano tirati, nessuno proferiva parola… Arrivati in fondo, vidi uno stanzino con un distributore di caffè, un paio di giovani parlottavano fra loro. Il dirigente schiacciò il pulsante dell’ascensore, frattanto mi voltai verso quei ragazzi accennando un sorriso: non mi degnarono neanche di uno sguardo. Il piano di sotto era un open space, ne percorremmo il perimetro quasi per intero. Anche qui c’era un andirivieni, ma si respirava un’aria tutt’altro che sepolcrale: molti discutevano animosamente, alcuni si azzuffavano al cellulare. Là in mezzo c’erano i vari team, dieci-quindici “risorse” per ogni gruppo, stipate negli angusti box che dividevano, a mo’ di graticola, l’intera area; tutt’intorno gli uffici dei manager, ampi e confortevoli come quelli del piano superiore. Osservando quegli impiegati che battevano istericamente la tastiera, e i dirigenti che non li mollavano neanche un minuto dalle loro postazioni di comando, ebbi l’impressione di essere finito dentro un’arena: quei poveracci erano gladiatori addestrati a scannarsi fra loro, giovani aitanti e muscolosi gettati in pasto alle belve più efferate; i dirigenti erano patrizi dal pingue addome appollaiati sui loro scranni, sazi e soddisfatti, divertititi e sollazzati da quello spettacolo truculento, pronti a brandire – protervi e spietati – il terribile mortale pollice verso.
“Lui è Stefano, il tuo responsabile” mi disse il manager. Era un uomo sui trent’anni, indossava una maglietta e un paio di jeans. La sua postazione era all’ingresso del box. “Vieni, ti presento il gruppo” mi disse con un ampio sorriso. Strinsi una decina di mani. Ognuno tentò di spiegarmi brevemente il suo incarico. Sentii un sacco di acronimi incomprensibili, alla fine del giro non ricordavo nulla, né i nomi dei colleghi né le sigle. Avvertivo solo una gran confusione, mille pensieri mi frullavano nella testa ma non riuscivo neanche a focalizzarne uno. “Bene,” disse Stefano “ora che ci siamo presentati possiamo incominciare.” “D’accordo” risposi con filo di voce. In realtà avevo una fifa porca, pensavo che là dentro quanto avevo studiato negli anni non mi sarebbe servito a niente. In un flash rividi le notti insonni, i fiumi di caffè bevuti, le tante rinunce, i fine settimana trascorsi a sgobbare sui libri anziché andare a far bisboccia con gli amici… Pensai ai soldi spesi dai miei per mantenermi. “Qualcosa non va?” mi chiese Stefano. “Ti vedo preoccupato.” “No… nulla… è solo che non so che fare…” “Stai tranquillo, sei in buone mani: ci penserà Paolo a spiegartelo. È il più anziano di tutti noi, ne ha addestrati a decine…”
Paolo fu una vera sorpresa. Veniva al lavoro con una bici da passeggio e uno zainetto da liceale. Non perse tempo con le questioni teoriche. “Sei fresco di laurea” mi disse, dopo avermi portato al distributore. “Non ti venga in mente di chiedermi formule e formulette… Qui la teoria non serve. E spesso neanche la logica.”
“Non capisco…”
“Beh, fra qualche tempo capirai. Per ora sappi solo questo: è da trent’anni che timbro il cartellino. Non ho fatto una gran carriera, come vedi mi trovo ancora nei box… D’altra parte io sono entrato col diploma, la laurea me la sono presa dopo.”
“Complimenti… Ma come hai fatto? Sei riuscito a conciliare studio e lavoro?”
“Di certo non è stato facile: studiavo di notte. Ma non è questo il punto. Niente è impossibile se hai la motivazione giusta.”
“E tu l’avevi?”
“Mio padre era un operaio. Metallurgico. Quando rincasava, di sera, non aveva neanche la forza di parlare… Mia madre era una casalinga. Sapeva cucire, da piccola era andata per alcuni anni da una sarta. Faceva qualche lavoro in casa, per gli amici e i parenti. Così, per arrotondare… Quando mio padre aveva il turno di notte, dormiva qualche ora durante il giorno. La sera a tavola, prima di afferrare lo zaino e trascinarsi verso la fermata del tram, appariva ancora più stanco e taciturno. Usciva senza neanche salutare.”
“Che tristezza… Ma il fine settimana, almeno, stavate un po’ insieme? Ti avrà portato qualche volta al cinema da piccolo, ti avrà accompagnato alle giostre!”
“Mai! Neanche per sbaglio. Mai e poi mai! Del resto lavorava sette giorni su sette…”
“Anche sabato e domenica?”
“Sì, però non in ditta. Avrà fatto un po’ di straordinario in azienda, ma di solito andava a lavorare come giardiniere. Ne ha viste tante lui case di signori: gente che lo guardava dall’alto in basso con quell’aria snob del cazzo. Doveva sopportare insulti di ogni genere, non gli bastavano quelli del suo capo… ‘Lei è un incapace!’ gli urlò una vecchia contessa dalla voce stridula e petulante. ‘Le avevo detto di tagliave pvima l’evba davanti all’ingvesso pvincipale e soltanto dopo quella dei platani. E invece ha fatto l’esatto contvavio di quanto le avevo vaccomandato. Dio mio che tempi! La bavbavie totale!’”
“Roba da non credere…”
“Ora capisci perché mi sono incaponito nello studio? Dopo il diploma mi sarebbe piaciuto andare subito all’università, ma non potevo chiedere a mio padre di continuare a sacrificarsi in quel modo…”
“Però alla fine ce l’hai fatta…”
“A prendermi il pezzo di carta? Sì, ci sono riuscito, ed è stata in fondo una bella soddisfazione. Ma ti ripeto, non è questo il punto… Vedi quel signore nell’ufficio di fronte?”
“Quell’uomo robusto col pizzetto grigio?”
“Si chiama Nava. Fummo assunti lo stesso anno, ambedue semplici diplomati.”
“Avete avuto una carriera leggermente diversa…”
“Lui era ricco di famiglia. Suo padre era un noto penalista, aveva una villa faraonica in collina. Mio padre la conosceva bene…”
La chiesa era gremita. Don Lorenzo era un prete che sapeva stare in mezzo alla gente. Conosceva i loro problemi reali, i disagi, le difficoltà del vivere quotidiano… Quando arrivò la vocazione, lui di anni in fabbrica se ne era fatti già una quindicina. Ed erano anni caldi, quelli in cui gli studenti andavano dagli operai e li incitavano alla rivoluzione… I colleghi c’erano tutti, io mi sedetti di fianco a Stefano. A un certo punto arrivò Bianchi insieme a Nava: si diressero contriti verso il feretro, diedero le condoglianze ai familiari; si accomodarono in prima fila, vicino alle autorità… “Bastardi!” mugugnò Stefano. “Lo snobbavano. Quando avevano bisogno della sua lunga esperienza per il loro arrivismo, lo stressavano in continuazione. E poi? Mai un aumento di merito, mai un riconoscimento, neanche una semplice pacca sulla spalla… Ultimamente non gli rivolgevano più nemmeno la parola. E ora fanno la commedia: buffoni!”
“Una morte come questa è difficile da accettare” disse don Lorenzo con voce ferma. “La misericordia del Signore è grande. Egli sa chi ha armato la mano del nostro fratello. Egli ha visto chi lo ha ucciso…” Un mormorio si levò per tutta la navata, i due dirigenti ascoltavano impietriti. “Noi abbiamo fede,” continuò l’anziano sacerdote “crediamo nella giustizia divina. Ma dobbiamo anche pretendere una risposta da quella terrena… La nostra comunità si è trasformata. Negli anni Cinquanta eravamo un piccolo borgo di artigiani e contadini. Abbiamo conosciuto momenti durissimi, dopo la tragedia della guerra non fu semplice ricominciare. Ci rimboccammo le maniche e stringemmo i denti. Poi arrivò la fabbrica, tanti di quei contadini lasciavano i loro poderi in cambio di una busta paga. Iniziavano a circolare le prime Seicento. Le famiglie abbandonavano le cascine e andavano a vivere in appartamenti moderni e ben arredati. Ad agosto c’era la chiusura, e i lavoratori impararono il significato della parola ‘ferie’: chi andava al mare, chi in montagna, chi ristrutturava un casolare per l’occasione…” Mi voltai dalla parte di Stefano, sottovoce gli chiesi: “Ma che omelia è questa?”. Non rispose, con un gesto della mano mi disse di aspettare… “Grazie alla fabbrica tanti hanno migliorato la loro condizione” seguitò il parroco. “Certo, non è stata una passeggiata. Io stesso ho lavorato a lungo in quella fabbrica. Ed erano anni duri, anni di lotte e scontri senza esclusione di colpi. Spesso venivano gli studenti, ci distribuivano i loro slogan. ‘Il potere alla classe operaia!’ urlavano. Molti di quei ragazzi hanno fatto carriera… Avevo incontrato Paolo pochi giorni prima del tragico evento. Era al bar, tutto solo, seduto in disparte con un boccale di birra in mano.
‘Come stai Paolo?’ gli ho chiesto. ‘Mi sembri un po’ giù.’
‘Don Lorenzo, lasciamo perdere… Beve qualcosa?’
‘Sì grazie, prendo una birra anch’io. Ma dimmi, problemi col lavoro? Ho sentito della riorganizzazione in corso… Ti va di parlarne?’
‘Da quando hanno fatto questa cacchio di joint-venture con gli americani non stiamo capendo più niente. Parlano di cost reduction, esuberi, mobilità… Ma nessuno ci dice in concreto che ne sarà di noi. I dirigenti hanno le bocche cucite: un’omertà mostruosa…’” Bianchi e Nava iniziarono a mostrare qualche segno di nervosismo…
“‘Ti manca molto per la pensione?’
‘Cinque anni. E ho due figlie da mantenere…’
Quelle parole mi avevano già inquietato. Poi, prima di salutarci mi ha detto: ‘Don Lorenzo, mi stanno emarginando. Io ho fatto sempre il mio dovere. E ora mi evitano, nessuno mi dà più retta… Mi affidano i lavori più stupidi e noiosi. Mi sento come una scarpa vecchia. Una scarpa che non serve più’.
Paolo è stato ucciso: lo ha ucciso questa nuova economia… Ma un altro mondo è possibile. Questa economia selvaggia non è il Verbo del terzo millennio come tentano di farci credere. Un altro mondo è possibile, dove l’essere umano – che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio – non sia più umiliato e calpestato dalle logiche del profitto. Un mondo in cui tragedie così assurde non debbano più accadere.”
Quella sera mentre tornavo a casa pensavo ai fatti miei. Mi chiedevo quale sarebbe stato il mio futuro in ditta. Probabilmente mi avrebbero mandato all’estero. L’idea mi seccava: avrei dovuto lasciare il gruppo in cui suonavo, forse anche la ragazza… Ma in fondo chi se ne frega – dissi tra me – potrò imparare bene l’inglese, fare esperienze nuove… Mi fermai dinanzi all’ennesimo semaforo. Stasera non me ne sono perso neanche uno, pensai. D’un tratto vidi un uomo di mezza età che attraversava la strada su di una bici, uno zainetto da liceale sulle spalle… Fu solo un attimo, poi riaffiorò l’immagine delle giovani figlie e della vedova, distrutte dal dolore davanti alla bara.

Semplicemente stupendo!Complimenti davvero Pasquale.
Sai che la tua scrittura mi colpisce sempre e non mi lascia mai indifferente; qui c’è quello scatto che piace a me…
Un caro saluto
Molto bello, molto toccante, molto attuale. Tragicamente attuale. Complimenti.
Dedico questo racconto alla memoria di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino e Bruno Santino. Alle famiglie vada il mio pensiero, ai feriti la mia fratellanza.
Luca, hai usato un aggettivo cruciale: “Indifferente”… Quanta indifferenza nella nostra Italietta! Lo diceva Moravia ottant’anni fa. Non è servito a niente.
Ramona ti ringrazio. Ho pianto mentre lo scrivevo, e non mi capitava da una vita.
Pasquale
Naturalmente un grazie di cuore a Fabrizio.
Pasquale, e io ho pianto nel leggerlo, con la mente alle ultime vittime del lavoro, che i media tanto spettacolarizzano, ma anche a quelle che non hanno mai avuto tanto risalto, e sono migliaia ogni anno.
Pensavo che lo sfruttamento sul lavoro non è solo quello del cinese che lavora in nero, ma anche quello dell’azienda pubblica che nega diritti elementari al suo dipendente e lo fa in modo subdolo, perchè “è così e basta”, e lo maschera con un contentino che non preserva certo la salute del lavoratore.
Pensavo ai casi di mobbing, all’affaticamento fisico e mentale di certi lavori che nessuno tiene in considerazione, ma che avvelenano lentamente.
Pensavo che lo statuto dei lavoratori è una carta che ha molti anni e molta saggezza, ma che non viene rispettata, proprio come si tende a fare, oggi, con gli anziani…
Ma poi pensavo, seplicemente, che basterebbe ricordarsi che chi lavora è un uomo, o una donna, uguale all’uomo, o alla donna, che comanda. Non è che, solo perchè lavora in miniera, o a una fornace, o cura i vecchi, o si ammazza con turni disumani, si tratta di un robot. E del resto, anche i robot hanno bisogno di manutenzione e sicurezza. A noi basterebbe un po’ di umanità.
Un abbraccio.
Produzione, margine (plusvalore), gerarchie (caste), mercato (borsa), globalizzazione (neocolonialismo): regolano la vita della stragrande maggioranza di tutti noi. Il caso che è salito alla ribalta della cronaca ci ha fatto riscoprire una categoria che pareva fosse stata inghiottita per sempre dal buco nero della storia: la classe operaia. Abbiamo scoperto che gli operai esistono ancora. A milioni. Anche se per anni i media pubblicità e imbonitori vari ci avevano convinti del contrario. Io ho scritto questa short story – a forte connotazione autobiografica – concentrandomi su aspetti più subdoli, impalpabili, su fenomeni che tu stesso fatichi a interpretare quando ne divieni vittima. A quanti lavoratori dipendenti non è balenata almeno una volta l’idea di essere caduti nelle maglie del mobbing? “Stanotte non riesco a prendere sonno, è un pensiero fisso: è l’ennesima volta che il mio capo mi riprende in pubblico per una cosa inutile, una bazzecola, una leggerezza burocratica di nessuna importanza. Perché non me lo ha detto in privato, nel suo ufficio, perché mi ha umiliato in quel modo davanti agli altri?” Ma poi sei il primo a non crederci, sei il primo a pensare che anche questo sia “legge”.
Ramona, l’abbraccio è reciproco. Di cuore.
Pasquale
grazie a te, Pasquale. ci voleva, in questi giorni.
Rocco Marzo non c’è l’ha fatta, le condizioni degli altri due operai restano gravi. Stiamo parlando della Thyssenkrupp, che non è uno scantinato in nero alle falde del Vesuvio… Un carpentiere disoccupato in Calabria ha ucciso la moglie e la figlioletta, poi ha tentato di seguirle ma non c’è riuscito. È successo a Villapiana Lido, io ci vado da quando ero piccolo, d’estate: ha delle spiagge che non finiscono mai e una pineta da brividi. Si trova a due passi dal Pollino e dalla Sila, a una manciata di chilometri da Sibari. Ci andavo pure d’inverno, da ragazzo, ed era una desolazione da restare senza fiato… Trent’anni fa i nostri giovani si scannavano per l’ideologia. Che ingenui! non lo avevano capito che l’ideologia non serve a un cazzo. Eccetto per quei pochi “furbetti” che la utilizzano… Quanto sangue versato invano! Oggi si trastullano a fare i democratici… Andavano nelle fabbriche, volevano ancora la rivoluzione d’ottobre… Peccato che erano passati sessant’anni, che c’erano in mezzo Stalin, la Siberia, i gulag: non lo sapevano, poverini, i loro maestri non glielo avevano detto… Il prof. Tremonti non è certo un bolscevico, da anni sta cercando di farci capire che il neoliberismo non è il bene assoluto. Da anni tenta di metterci in guardia contro le sue mostruose derive: pandemia degli scompensi sociali, progressiva perdita del potere d’acquisto, progressivo indebolimento dei singoli governi etc. etc. Non lo ascolta nessuno, né i suoi amici liberalpopulisti né i filoyankee ex comunisti. Preferiscono discutere di legge elettorale… E gli intellettuali? I poeti poi… Provate a zappare la terra anziché piangere dalla mattina alla sera. Vedrete che belle poesie!… Ma gli italiani, la gente normale, quei milioni e milioni di persone per bene che ogni giorno debbono alzarsi presto per andare a guadagnarsi il pane?… Saranno stati colpiti da cecità collettiva, direbbe Saramago. Sarà che il sangue non è uguale per tutti, preferiamo quello delle giovani studentesse. Il sangue degli operai è sporco. Il sangue degli operai puzza di salario, fabbrica e sudore.
Grazie dell’attenzione.
Pasquale
(ANSA) – GENOVA, 19 DIC – E’ morto un sesto operaio fra quelli rimasti gravemente feriti nell’incendio scoppiato all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Rosario Rodino’ aveva 26 anni. A darne notizia e’ la direzione sanitaria dell’ospedale Villa Scassi di Genova, dove l’uomo era ricoverato, presso il reparto grandi ustionati.