I possibili effetti di una madre fredda
Un convegno organizzato dal centro psicoanalitico di Roma indagherà i modi in cui si formano, nella evoluzione della nostra psiche, quelle crepe che permetteranno a esperienze come uno stupro, una guerra, un dissesto finanziario, o la perdita di una persona cara di trasformarsi in traumi
di Sarantis Thanopulos
Immersi come siamo in uno scenario di violenza e di arbitrio, rischiamo di rivolgere alle esperienze traumatiche uno sguardo che si limita a attribuire importanza agli effetti diretti di quanto ci ha colpito, senza curarci di ciò che si trovava già depositato nella nostra psiche e che attendeva solo di venire risvegliato. La nostra è una cultura di denuncia, fondata sull’immagine e tutta proiettata verso la visibilità: una visibilità che fa vedere poco, dal momento che più le immagini si impongono alla nostra vista più rischiano di restare prive di quel significato che è realmente capace di parlare alla nostra soggettività. Qualche anno fa Jean Luc Nancy, confrontando il mondo di oggi con il mondo dei poeti tragici greci, scrisse che abbiamo perso la capacità di dare senso alle catastrofi, e dunque assistiamo impotenti allo spettacolo della loro ripetizione.
La prospettiva psicoanalitica è molto vicina a quella tragica. Il poeta tragico sta dalla parte dello spettatore che cerca di dare un senso alla situazione catastrofica nella quale (immedesimandosi con il protagonista) si trova immerso, assumendone la responsabilità, perché a questa situazione, pur non avendo fatto nulla per determinarla, non può dichiararsi estraneo. Come l’opera tragica anche il lavoro analitico cerca di riposizionare il soggetto sulla scena traumatica, trasformando la vittima sacrificale (capro espiatorio di una condizione di disagio universale) in una persona insieme desiderante e responsabile, che può riconoscersi nelle conseguenze determinate dalla sua azione, solo se questa azione lo fa diventare «proprietario» del suo desiderio consentendogli di abitare in un modo personalizzato lo spazio della sua esistenza.
Faccia a faccia con la vittima di una violenza, l’analista non può permettersi di scivolare nella denuncia di chi l’ha causata, né di proporsi come una istanza giudicante di quanto gli viene raccontato. La sanzione morale può forse agire in modo preventivo, crea una demarcazione (per altro fragile) tra il «male» e il «bene», ma non ripara il desiderio, non lo rimette in movimento. La catarsi non è una questione morale (la giusta punizione, il risarcimento) ma una questione etica: riguarda l’incontro della responsabilità con la passione. La definizione psicoanalitica del trauma si fonda necessariamente sul destino di questo incontro: è traumatica ogni esperienza che dissocia nel soggetto il destino della responsabilità dal destino della passione (trasformando la prima in un senso profondo di colpa e di inadeguatezza e sospendendo la seconda).
La situazione tipica
Questo primo assioma, nella definizione del trauma secondo una prospettiva psicoanalitica, ha come sua logica conseguenza un secondo punto fermo. Nessuna esperienza di deprivazione o di violenza (a parte certe situazioni molto estreme che potrebbero mettere in crisi anche il più solido e equilibrato degli apparati psichici) si trasforma in un trauma vero e proprio se accade dopo la fase dello sviluppo individuale in cui la passione ha definitivamente acquisito il senso di responsabilità. Ciò significa che uno stupro, una guerra, un dissesto finanziario, la perdita di una persona cara, avranno effetti devastanti in una persona adulta, solo facendosi strada attraverso crepe pregresse nell’apparato psichico: crepe aperte durante il percorso che, partendo dalla primissima infanzia e arrivando fino alla parte finale dell’adolescenza, conduce il soggetto a prendersi la responsabilità del suo desiderio.
Bene inteso queste crepe non mancano mai, ma è la loro entità che decide della nostra tenuta mentale. Più precoce è il trauma (e quindi più immaturo e vulnerabile è l’apparato che lo deve contenere) più imponenti e distruttivi saranno i suoi effetti sulla struttura psichica del soggetto. Nell’esperienza clinica gli accadimenti traumatici precoci sono immancabilmente associati a una discontinuità molto seria nell’incontro, sul piano del desiderio, tra il bambino e la madre.
La situazione tipica è la seguente: la madre è riuscita a soddisfare i bisogni materiali del paziente quando lui era un bambino molto piccolo (sfamandolo, pulendolo, proteggendolo dal caldo e dal freddo) ma nel fare questo si è dimostrata fredda e distante sul piano della sua partecipazione sensuale (erotica) e affettiva. Sensualità (sessualità) e affetto sono nella relazione tra la madre e il bambino all’inizio della vita indissociabili: il bambino non si sente veramente amato (o odiato) dalla madre se, al tempo stesso non si sente desiderato da lei. E tutto il trasporto affettivo che prova per lei a contatto con il suo seno (e il suo corpo), crolla su se stesso, se con la sua bocca desiderante (e la sua pelle) trova questo seno (corpo) non animato dal desiderio e quindi inerte.
Questo legame desiderante del bambino con la madre costituisce il fondamento del senso di responsabilità che è insieme responsabilità nei confronti di sé e nei confronti dell’altro. Il soggetto in via di costituzione scopre che proteggendo la soggettività e l’autodeterminazione della madre dalla violenza iniziale del suo desiderio offre un riparo a ciò che la rende viva e desiderabile. Ciò che il bambino ignora, pur registrandone gli effetti in un senso o nell’altro, è che la madre non può dispiegare pienamente la propria soggettività se non ama la soggettività del figlio, che lo rende a sua volta vivo, rispettandola. In altre parole, la funzione materna viene gravemente danneggiata se il desiderio che la madre rivolge al figlio non è mediato da un senso di responsabilità unilaterale, che precede quello del bambino e lo rende possibile.
Se le cose vanno per il verso giusto, tutte le volte che il bambino – ormai diventato adulto – viene coinvolto nella violenza dell’altro, che riflette e non riflette la propria, trova nella riappropriazione del suo statuto di soggetto desiderante l’aggancio con il suo senso di responsabilità, che è l’unico affidabile criterio per distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male, l’unica autorità etica cui appellarsi. Se invece le cose non vanno per il verso giusto, il rapporto tra la madre e il bambino diventa un possibile generatore di traumi. Nel lavoro analitico si incontrano sostanzialmente due tipi di esperienze traumatiche precoci: traumi che precludono la costituzione stessa del desiderio, e traumi di seduzione che, una volta formato il desiderio, ne precludono in larga misura la gestione e impediscono la genesi di un senso di responsabilità vero e proprio.
Nel primo genere di traumi, quel che è successo al paziente nella fase più precoce della sua esistenza è che l’appagamento dei suoi desideri era così discontinuo da costringerlo a impiegare la quasi totalità del suo tempo a contenere la tensione intollerabile generata dalla deprivazione subita. In questi casi, la rappresentazione mentale e affettiva che il bambino ha del suo appagamento insegue una prassi materna dotata di poca costanza, e priva di reale consistenza, così che il piacere sensoriale, quando viene raggiunto, diventa destabilizzante, perché il soggetto non se ne riconosce proprietario. Nelle situazioni più estreme, la rappresentazione del desiderio crolla e il dolore è tanto grande che l’apparato psichico non riesce ad accoglierlo. Il trauma apre un buco nella filigrana soggettiva dell’esistenza, là dove si verifica, imponendo il silenzio.
Una funzione di coppia
La scena della seduzione (una condizione esistenziale che ci riguarda tutti) prende forma nell’incontro erotico tra il bambino e la madre, nell’incesto effettivamente consumato (sul piano pregenitale) prima che tale incesto sia trasformato in desiderio (genitale): un desiderio incestuoso che può realizzarsi solo in sogno. La normalità prevede che la madre investa il figlio di un amore passionale che tende ad abolire, sebbene in gran parte li rispetti, i confini dello spazio privato di lui nel campo del desiderio. Il trauma legato alla seduzione ha luogo nel momento della graduale separazione tra madre e figlio, se la madre – in un eccesso di passione e pur sapendo quanto il desiderio del bambino sia diverso dal suo – non tollera che egli lo gestisca autonomamente e pretende che questo desiderio, diverso dal suo, rientri sotto la sua giurisdizione e il suo dominio. L’invasione materna dello spazio del desiderio del bambino è inconsapevole. Una madre – che a sua volta era stata bambina, e poi presumibilmente ferita nella sua condizione di donna – trasforma il figlio in sua protesi autoerotica, convinta che la loro diversità debba tuttavia confluire in un unico godimento e in un unico destino.
Occorre precisare che questo tipo di madre è il prodotto di un malfunzionamento della coppia genitoriale. La posizione materna non è sostenibile se la passione della donna, probabilmente rimasta senza l’ascolto dei suoi genitori quando era una bambina piccola, non trova accoglienza e riparazione nel padre dei suoi figli. La maternità è una funzione di coppia, e non è realizzabile in modo adeguato se da una parte c’è una donna con un senso precario della propria femminilità, e dall’altra c’è un uomo (che è rimasto imbrigliato nel rapporto con la propria madre ed è psichicamente orfano di padre) il quale si rivolge alla sua compagna con soggezione o con rivalità.
La dimensione pluritemporale
Perdersi (perdere i confini di sé nell’incontro con l’altro) e ritrovarsi (riacquistare il senso di sé afferrando in termini di possesso l’alterità che ci attrae), le due condizioni necessarie di ogni coinvolgimento relazionale profondo, a partire dal godimento erotico, sono ambedue precocemente danneggiate nell’esperienza della seduzione traumatica. Per il bambino traumatizzato, lasciarsi andare significa perdersi senza più ritrovarsi e ritrovarsi significa distruggere l’oggetto che desidera. In questo caso, la gestione soggettiva del piacere diventa impossibile e il soggetto è messo in pericolo di morte dal suo stesso desiderio, quella cosa che lo anima e lo fa esistere. Il trauma di seduzione costringe chi l’ha subito a rincorrere, nel prosieguo della sua esistenza, situazioni in cui sfida la sorte per attraversare periodicamente l’esperienza del piacere (nella quale non può sostare e dalla quale non può allontanarsi) e uscirne senza essere veramente coinvolto, dimostrando a se stesso di potere sopravvivere al desiderio. Vivere per sfidare la morte e sfidare la morte per vivere.
Inoltre, il trauma è dotato di una dimensione pluritemporale, che ha la sua base nella configurazione in due tempi della seduzione traumatica (come ha segnato Freud). Il bambino che ha subito un eccesso di seduzione da parte della madre (in epoca preverbale) non è in grado di significare adeguatamente la violenza di tale eccesso e, pur avendola registrata internamente, sospende i suoi effetti sul piano psichico. In questa fase della vita, infatti, i processi mentali non rispettano il principio aristotelico della non contraddizione. Di conseguenza, l’esperienza penosissima subita può essere recepita dal bambino come accaduta e, al tempo stesso, come non accaduta (in questo modo la parte di sé che ha registrato l’esperienza e quella che la rigetta si sospendono a vicenda). Solo in un momento successivo, laddove si verifichi un accadimento capace di risvegliare quella esperienza di seduzione remota, verrà conferito al trauma un significato, che è dunque un significato a posteriori.
La significazione della scena traumatica rende evidente il conflitto che l’ha fatta nascere e comporta la liberazione del dolore precedentemente sospeso. Dopo una importante ma silenziosa rielaborazione del vissuto traumatico nel periodo di latenza (tra i sei anni e la pubertà) l’esplosione sessuale della pubertà, che riattiva il trauma, e lo sviluppo esponenziale della capacità di significazione dell’esperienza durante l’adolescenza, determinano la forma definitiva dell’esperienza traumatica, nonché del suo possibile contenimento nello spazio psichico, strutturandola come condizione traumatica permanente.
La significazione del trauma, la sua ritrascrizione, si risolve in un contenimento difensivo, peraltro necessario, la cui realizzazione richiede (accanto a una certa maturazione dell’apparato psichico) che il desiderio imbrigliato nella scena della seduzione traumatica sia parzialmente stemperato nella sua passionalità: richiede che venga dunque snaturato. Di conseguenza la parte più passionale e intransigente di questo desiderio, quella che più espone il soggetto traumatizzato al dolore (ma anche quella che più potrebbe contribuire al raggiungimento di un senso di responsabilità compiuto), si mantiene in uno stato di sospensione psichica e resta fuori dal processo di ritrascrizione. Il che le assegna un potenziale di destabilizzazione. Questo potenziale se da una parte minaccia di riaprire la ferita faticosamente cicatrizzata, generando un’angoscia intollerabile, dall’altra mette costantemente in discussione la prospettiva di una pacificazione. Tra la significazione di un evento che fu (il cui accadere è stato, tuttavia, psichicamente sospeso) e la destabilizzazione di un evento che è (senza mai accadere del tutto, perché una sua parte resta sospesa), la ferita della soggettività – che è di per sé inattuale perché non alloggia nel tempo presente né nel tempo passato – trova la speranza di una riparazione vera solo quando periodicamente sanguina e il tempo si ferma.
pubblicato su il Manifesto il 13 dicembre 2008
