PIERO E IL SIGNORE DELLE CIME

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SIGNORE DELLE CIME
(Bepi De Marzi -1958)

Dio del cielo
Signore delle cime
un nostro amico
hai chiesto alla montagna

Ma ti preghiamo
su nel paradiso
lascialo andare
per le Tue montagne

Santa Maria
signora della neve
copri col bianco
soffice mantello
il nostro amico
il nostro fratello

Su nel paradiso
lascialo andare
per le Tue montagne

E’ uscito ieri mattina, da solo. Era presto, ma non troppo, le Dolomiti avevano già perso il tono di rosa che le rende uniche al mondo quando se ne vestono, all’alba e al tramonto, civettuole come banali donnette. Il cielo era finalmente limpido, nemmeno una nuvola dopo tanti giorni di pioggia.
L’ho guardato prendere il sentiero che dal paese conduce all’alta via. Procedeva con quel passo lento che si sposa benissimo con la montagna e le sue esigenze di femmina, dispotica ma generosa.
Piero è il marito ideale per la montagna, ho pensato. Paziente, lento, sicuro. Andava sempre incontro alla sua sposa senza fretta, pregustando il piacere che lei gli avrebbe dato. Non aveva altre donne, non poteva. Non poteva suddividere un amore così grande in piccoli e parziali amori.

Io gli sono amico da tanto, da quando, ragazzino, i miei genitori mi portarono qui, lontano dalla grande città in cui ero cresciuto. Piangevo, non riuscivo ad abituarmi al silenzio, all’oppressione di quelle cime che mi toglievano il fiato e l’orizzonte.
Piero, di un paio d’anni più grande, era già un esperto, conosceva tutti i sentieri e le ferrate. Da poco aveva anche iniziato ad arrampicare.

Mi vide, un giorno d’estate, seduto su uno di quei grandi sassi piantati nel prato, che ti chiedi da dove arrivino, perché ti pare impossibile che possano essere scesi da una qualsiasi montagna là in fondo e che abbiano fatto tanta strada sul piano. Stavo piangendo, come al solito, di sconforto e solitudine. Mi disse: “Toni, vieni.”.
Non sapevo come facesse a conoscere il mio nome, anche se, ci tenni a specificare, mi chiamavo Antonio, non Toni. Toni era un nome da montanaro, io ero un cittadino. Però asciugai le lacrime e lo seguii.
Prendemmo un sentiero che si inoltrò attraverso un fitto bosco carico di silenzio. E silenziosi eravamo pure noi. Io non avrei saputo cosa dire, e poi cominciavo ad avere il fiato corto. La pendenza aumentava e la mia resistenza, in modo proporzionale, diminuiva. Mi sforzavo di stargli dietro, ma anche se aveva già quel passo lento che avrei imparato a conoscere, mi distanziava ugualmente. E non si fermava mai, né si voltava indietro.
Usciti dal bosco percorremmo un tratto abbastanza pianeggiante, in quello che sembrava il letto di un torrente. Tante pietre, un deserto pietrificato, rumore d’acqua, e infatti vidi un corso d’acqua trasparente correre al nostro fianco. Mi mise allegria, ma non ebbi il tempo di rendermene conto. Attraversammo una gola stretta che per un attimo mi fece tornare la claustrofobia e una irrazionale paura di chissà cosa. Poi di nuovo salimmo, salimmo, costeggiando scarpate poco allettanti, facendo rotolare sassi, e solo per poco io non seguii quei sassi nella corsa verso il centro della terra. Avevo le vertigini, stavo alla larga dal bordo del sentiero, aggrappato al costone, mi mancava il respiro.

Mi chiesi perché ero lì, a faticare così tanto. A rischiare la vita.
Lo scoprii ad un tratto, quando non sapevo più cosa aspettarmi e in realtà mi attendeva la meraviglia.
Dopo una curva si aprì uno spiazzo verde, nel mezzo uno specchio pure verde e azzurro, acqua quieta in cui i monti e il cielo giacevano al contrario, la cosa più bella che avessi mai visto fino a quel momento. Poco più in là, o così mi sembrava, ma m’ingannavo sulla distanza, da uno strato di ghiaia e ghiaccio che sembrava sostenerle, partiva la base “vera” delle montagne. Cime nude, roccia viva, erte a perpendicolo.
C’era un che d’irreale. Non mi ero mai spinto a esplorare la natura che circondava la mia nuova casa, non mi ero posto domande, non mi ero mai nemmeno guardato intorno. Avevo passato il tempo a piangere e basta. Era tutto nuovo per me, una scoperta.
I giganti mi facevano girare ancora di più la testa a guardarli dal basso, eppure per la prima volta non m’incutevano paura, bensì ammirazione e rispetto. Mi sentivo piccolissimo per dimensioni, ma anche grande, enorme, per essere arrivato fino lì, per avere il privilegio di scoprire dove si infilavano i piedi delle montagne, che da casa non si vedeva.
E ancora, sentii il fischio d’allerta delle marmotte, e le vidi fuggire, sentii il grido della poiana, e la vidi volare in cerchi concentrici scegliendo la preda. Non era Superquark in televisione, era la vita.

Da quel primo giorno con Piero cominciai ad amare la montagna, senza che lui mi dicesse una sola parola a favore. Mi rimase sempre un po’ di paura nell’affrontarla, non lo nego, ma la mia visuale di vita cambiò.

Andai molte volte per i sentieri con Piero. Seguii le sue camicie a quadri per boschi e dirupi come la nave segue la luce del faro nella notte.
Mi portò in luoghi panoramici, a una quota più elevata di quella delle nuvole, per ammirare le cime da una prospettiva insolita, dall’alto verso il basso. Da quell’altezza, vedendo le catene montuose ergersi con la grazia e l’arroganza di preziosi merletti, cercavo d’immaginare quale sorta di enorme onda d’urto nel sottosuolo doveva averne provocato la fuoriuscita dagli abissi primordiali e la scalata verso il cielo. Cosa avrebbero voluto raggiungere, quelle vette? Quale rabbia, quale orgoglio avevano spinto un cuore di magma bollente in un percorso tanto ambizioso quanto impossibile? La vera sfida a Dio non si era verificata nell’eden, ma era stata quella delle montagne che avevano creduto di poter sfiorare il proprio Creatore. E invece erano rimaste pietrificate nel vano intento.
Eppure Dio le aveva perdonate, e aveva regalato loro una parte di paradiso. Non si spiegava altrimenti quel senso di pace che seguiva ad un’arrampicata faticosa, quando da lassù ti sentivi, tu microbo insignificante, il padrone del mondo.

Piero era di poche parole, non è che mi spiegasse molto le cose. Me le faceva vedere, poi io mi appassionavo e me le studiavo per conto mio.
Con la sua riservatezza, era amico di tutti. Tutti lo rispettavano e lui rispettava tutti, dallo stelo di un fiore appassito al camoscio spericolato, al vicino di casa, al turista inesperto. Lui c’era sempre. Lui e la sua sposa montagna. Insieme, ne sono sicuro, avevano una corsia preferenziale nel dialogo con Dio.

Ieri mattina l’ho visto partire, prendere il solito sentiero. Mi ha detto, come tante altre volte: “Toni, vieni.”, ma io non stavo molto bene. La primavera stava incalzando, la montagna si risvegliava. Avevo avuto una febbre influenzale tardiva, mi sentivo debole, non sarei riuscito a fare più di tre passi dietro a Piero. L’ho lasciato andare solo e ho sbagliato, me lo ripeterò per sempre.
A sera non era ancora tornato. Ma nessuno se n’è accorto lì per lì. Non aveva conviventi che potevano dare l’allarme. Non aveva cellulari con cui chiamare i soccorsi. Odiava qualsiasi cosa troppo moderna, specie se rumorosa, che riteneva potesse disturbare le parole d’amore che scambiava con la sua sposa. Io, febbricitante, avevo altro a cui pensare che uscire. Ma il freddo che mi aveva preso dentro, che non riuscivo a scrollarmi di dosso, che mi spezzava in due per i brividi, non poteva essere imputabile a quei pochi decimi di rialzo termico.
Mio padre a cena aveva detto che si era sentito un boato, che doveva esserci stata una grossa frana, o una slavina, forse a causa delle recenti piogge primaverili che avevano intaccato l’ultima debole neve residua.
Con la luce del sole, oggi, la certezza.
E Piero non era lì a commentare l’accaduto, a guardare il fianco ferito della sua sposa, a offrirsi volontario per andare a vedere da vicino, a cercare eventuali dispersi, che di solito non mancavano mai. Qualcuno ha ipotizzato con rabbiosa ragione che stavolta il disperso era lui.

Dio del cielo
Signore delle cime
un nostro amico
hai chiesto alla montagna

Fino all’ultimo non ci ho creduto. Pensavo che Piero sarebbe tornato presto, che magari aveva solo dovuto prendere un’altra strada, un altro sentiero, a causa della frana. Ero certo che lui, che dialogava con il vento e con Dio e che ascoltava i respiri della sua montagna, avesse preavvertito quello che sarebbe accaduto e lo avesse evitato. Piero aveva una sorta di invulnerabilità che non gli aveva mai permesso di farsi male mentre abbracciava la sua sposa, mentre le si concedeva completamente. Nemmeno quelle poche volte che arrampicava era mai accaduto nulla: ma preferiva camminare, la sua dimensione era la condivisione, l’immersione totale nell’ambiente, l’osservazione, non la sfida fine a se stessa. Non doveva provare nulla a nessuno. E se nel cammino doveva superare una costa, oltrepassare un orrido, attraversare i ghiaioni, lo faceva con la naturalezza del suo speciale rapporto con la montagna.
Lui le somigliava, granitico e impenetrabile, generoso e solare.

Lo hanno trovato quelli dei suoi tanti amici che da lui hanno imparato cosa leggere nei segnali della montagna, dove andare a cercare quello che interessa. Era in fondo a un canalone. Vicino, il corpo di un vecchio camoscio. La frana non aveva sorpreso Piero, l’aveva prevista ed evitata, come fanno molte volte gli animali, che sentono i terremoti prima che si verifichino. Ma, come si è ricostruito con una qualche approssimata certezza, proprio la fuga di un animale lo aveva tradito. Il camoscio era vecchio e probabilmente cieco. Nella fuga dettatagli dall’istinto doveva essere scivolato dal costone che stava percorrendo, finendo nello stretto sentiero sottostante, colpendo in pieno Piero che passava in quel momento. L’impatto era stato certo improvviso e tremendo, la forza d’urto aveva fatto perdere l’equilibrio al mio amico che aveva messo forse il piede su un sasso, un ramo secco, o chissà, ed era finito insieme al camoscio nel canalone, battendo la testa e spezzandosi subito il collo.
Non aveva sofferto.
Non aveva nemmeno avuto il tempo di capire di essere stato tradito.

Guardo da lontano quelle cime, abitate da un Dio che ogni tanto chiede loro un tributo per aver perdonato quell’antico atto di superbia. Un Dio che si trova ovunque, sulle vette, nei ghiacciai e nei boschi, nel volo dell’aquila e nella sorgente di un fiume. Signore, Piero era un mio amico, un amico di tutti, perché hai voluto proprio lui dalla montagna?

Ma ti preghiamo
su nel paradiso
lascialo andare
per le Tue montagne

Almeno, Ti prego, non gli togliere la gioia di continuare il suo cammino fra le vette. Se c’è un paradiso per ognuno di noi, il suo è sicuramente costellato di montagne da attraversare, da scoprire, da sposare. Lascialo andare, per favore, con i suoi scarponi chiodati e il vecchio zaino militare, il binocolo e la camicia a quadri. Avrà tutto da scoprire in quella montagna così nuova, perché poi dovrà insegnarmelo quando ci rivedremo e ancora mi dirà “Toni, vieni.”.

Santa Maria
signora della neve
copri col bianco
soffice mantello
il nostro amico
il nostro fratello

Forse la neve in paradiso non c’è, ma io spero di sì, perché Piero ama la neve. Ama camminare con le ciaspole tra boschi scheletriti e ricolmi di magia. Lui ama abbandonarsi al silenzio. Non parla molto Piero, un mondo il cui suono è attutito dalla massa nevosa è l’ideale per lui. Sono certo che sotto un mantello di neve si troverebbe a suo agio. Madre nostra, abbraccialo per noi.

Su nel paradiso
lascialo andare
per le Tue montagne

Ti prego.

(Il racconto è liberamente ispirato al canto SIGNORE DELLE CIME scritto da Bepi De Marzi nel 1958, a sua volta ispirato da una tragedia simile a questa qui raccontata. Festeggiamo dunque i primi cinquant’anni di un canto che resterà immortale. Per chi volesse, si può ascoltare una versione di questa splendida preghiera alpina qui: http://www.brigatacadore.it/pagine/Canzoni/audio/Signore_delle_cime.mp3)

7 pensieri su “PIERO E IL SIGNORE DELLE CIME

  1. Anna

    Di Signore delle Cime splendida la versione nel cd Quam dilecta di un duo italiano contrabbasso e voce. Disco meraviglioso la versione di Signore delle cime giustifica da sola l’acquisto ma anche il resto del disco è eccellente.

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  2. ramona

    Grazie per i consigli. In effetti la montagna è un mondo a se stante e qualsiasi cosa la riguardi crea un’atmosfera irripetibile che vale la pena vivere almeno una volta.

    Un caro saluto

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  3. g. choukhadarian

    Il duo italiano di cui al commento nr. 1 è Ferruccio Spinetti con Petra Magoni. Molto bravi ambédue, èntrambi

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  4. Ipazia

    Concordo in pieno con Chouckhadarian: Petra Magoni e Ferruccio Spinetti bravissimi e Quam dilecta un gioiello, stupefacente. Dal vivo poi sono inenarrabili. Grandissimi.

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  5. DANIELA

    Oggi, 7.3.2011, abbiamo accompagnato il ns presidente (CAI) nella sua ultima gita, in montagna… la piu’ importante! Domenica la stessa montagna che lui tanto amava l’ha tradito e se l’è portato via… Addio Gigi, grande uomo che si preoccupava sempre, arrivati in cima che il mio papi fosse gia’ arrivato anche lui — ( il mio papa ha gia’ 84 anni) BUONA PASSEGGIATA.. ARRIVEDERCI

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  6. ramona

    Un abbraccio, Daniela. Il tuo amico Gigi se n’è andato di certo come avrebbe voluto: tra le braccia della sua amata montagna, che non lo ha tradito, ma lo ha voluto per sé. Ciao.

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