Spoglie di biscotti, di Sabrina Campolongo

biscotti.jpg Mi hai portato dei biscotti.

Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto.

Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo.

Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso.

Ti ho mai detto che sono a dieta? mi domando.

Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano.

Mi alzo dalla poltrona, ti resto davanti, con la mia stupida vestaglia e le mie stupide ciabatte, e tu il tuo bel cappotto scuro e le tue scarpe lucide e la sciarpa di cachemire che di sicuro ti ha regalato lei per Natale.

Eccomi, la mia vestaglia è macchiata, forse di olio o di burro o di qualche tipo di grasso vegetale idrogenato o no, non so cosa usano qui, credo che non gliene fotta un cazzo, se ingrassiamo o no.

La mia faccia dev’essere bianca, penso, e così nuda, con i capelli tirati all’indietro. Ti guardo negli occhi neri, con i miei blu.

Mi abbracci, come se fosse inevitabile. Un abbraccio senza peso senza calore senza umidità né odore, un abbraccio che non mi farà ingrassare di un grammo.

Poi mi prendi sotto braccio, quasi si direbbe che persino tu ti vergogni, di questo abbraccio indecentemente a buon mercato, di questo abbraccio da hard discount.

Ci spostiamo fuori della camera, io apposta strascino le pantofole in modo che facciano un indecoroso splat-splat sul pavimento di linoleum verde lichene, ma tu non ti arrabbi, non mi guardi storto. Raggiungiamo così l’uscita. Camminiamo per un po’, in silenzio, lungo i vialetti alberati.

Mi tieni la mano sotto il gomito, attento, ben attento a non sfiorarle nemmeno, le bende che salgono dai polsi.

Non sanguino più, ti dico.

Chiudi gli occhi, come se ti avessi sputato in pieno viso.

Scuoti la testa, come a voler gettare via le mie parole. O me.

Vuoi un biscotto? mi chiedi, balbettando. Trafitto.

Ne prendo uno, per salvarti dalla furia del tuo senso di colpa. Lo mordo, lo mastico, lo impasto di saliva, saliva ancora saliva per dargli una consistenza semi liquida che andrà giù.

Ma non va. Si ferma lì, incollato alla mia epiglottide. Ora muoio soffocata, penso. Mi viene da ridere, ma invece di ridere, chissà perché, piango.

La poltiglia senza burro senza zucchero senza uova né grassi vegetali idrogenati mi si rovescia fuori delle labbra, gocciola densa sulla vestaglia.

Ti chini, costernato, sui miei singhiozzi, ti frughi nelle tasche, mi pulisci il mento con il tuo fazzoletto.

Non importa, non importa dici.

Piango, piango ancora e allora mi stringi, contro il tuo cappotto, mi stringi e le mie narici captano quello che una volta era il tuo profumo, incastrato tra le fibre, assieme all’odore di involtino primavera della rosticceria cinese di via Battisti dove ci piaceva andare, e sento il battito accelerato del tuo cuore, dentro le ossa, e sento l’odore del tuo respiro, affannato, contro la mia guancia.

Non importa dici, non fare così, non dovevo venire, scusami, scusami per favore, non potevo, ma non dovevo, è colpa mia.

Le lacrime si arrestano, forse grazie a quelle parole, o forse per quell’odore di paura e dolore che ti porti dentro, sotto il cappotto, e magari nemmeno lo sai, che sei morto un po’ anche tu, assieme a me, che hai perso ogni sapore.

Fanno schifo quei biscotti, dico.

Lo so, dici, scusa.

13 pensieri su “Spoglie di biscotti, di Sabrina Campolongo

  1. robertorossitesta

    Mi pare un racconto sull’incapacità e forse sull’impossibilità di farsi reciprocamente quel bene che si vorrebbe, sull’inevitabilità persino di quel male che sembrerebbe evitabilissimo con appena un po’ di buon senso, di comune pietà.
    La domanda, nel racconto e nella vita, resta sempre quella: che cosa succederà, dopo?
    Si riuscirà finalmente a compiere quel passo che permette di varcare chilometri o l’inerzia e la coazione a ripetere l’avranno vinta ogni volta e per sempre?
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. sabrina

    Sull’incapacità di farsi del bene, sì. O sull’inevitabilità di farsi del male, anche.
    Non c’è risposta a questa tua domanda, credo, Roberto, o ce ne sono mille, tutte vere e tutte false. C’è chi muore, prendendo le misure di quel passo, o aspettandolo. Ma c’è anche chi lo fa d’impeto, senza sforzo, gratuitamente, ed è quasi un prodigio.
    Grazie per l’attenzione e la bella lettura.
    sabrina

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  3. rosella

    cara sabrina,
    è una delle tue cose migliori che ho letto.
    per quella capacità di creare un situazione intera e complessa in poche righe, e lasciarla intuire ma sullo sfondo, in primo piano c’è solo questo dialogo, questo dialogo sul niente, sui biscotti. accade così.
    la lettura rimane sospesa su un senso di angoscia ma pacato, non so come dire, una specie di respiro mozzo, un’angoscia a mezz’aria, che non esplode e non implode, si trascina, pure dopo.
    brava.

    un bacio

    rosella

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  4. Isabella

    qui c’è tutta la rabbia e l’impotenza dell’amore che abbiamo immaginato, quello che continuamo a sognare anche dopo aver capito che non è questo l’amore.
    E’ così forte in questo racconto il gioco infinito delle colpe che diventa l’essenza poetica stessa dell’amore.

    grazie

    isabella

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  5. sabrina

    Rosella (un bacio a te) e Isabella, grazie a voi, per questa voglia di immergervi nelle mie parole.
    “Palco” emozionante, questo, per le proprie scritture. 🙂

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  6. jolanda catalano

    Il rumore delle ciabatte sul pavimento di linoleum mi suona come forti parole pensate nel tumulto interiore.Parole che si strozzano in gola assieme a quei biscotti che non vanno giù. Sono rimasta favorevolmente impressionata dall’essenzialità della scrittura.
    jolanda

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  7. sabrina

    Sì, Jolanda, il rumore delle ciabatte, volgare e ostentato, una sfida rabbiosa, e allo stesso tempo fanciullesca, di bambino che vuole attirare l’attenzione sul proprio disagio. E’ così che anch’io l’ho pensato, scrivendo.
    Grazie per l’apprezzamento.
    sabrina

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  8. francesca mazzucato

    E’ dolorosissimo. Un dolore asettico, essenziale come scrive Jolanda. La scrittura è densa, non sbava mai ma fa sbavare l’emozione, fa perdere il controllo, fa sentire. Io ho una passione per questa scrittrice, non posso negarlo 🙂

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  9. lucy

    quello delle ciabatte non è il rumore del disagio, è il rumore della vita che sbatte imprigionata, costretta dal disamore a essere qualcosa di brutto di patetico di avvilente.
    gli uomini ci fanno questo! emergono dall’irresponsabilità delle loro storie d’amore leggere e calano come avvoltoi sul deserto che hanno lasciato: giusto per non sentirsi dei mostri.
    i biscotti sono l’allegoria di un amore dietetico-farmaceutico, che però uccide, non calma, non cura.
    ho letto una cosa affilata, tagliente.
    bellissima.

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  10. sabrina

    Francesca, cosa posso dirti che non suoni dolce da cariare i denti? Forse solo (ancora) grazie. 🙂

    Lucy, grazie per il tuo contributo. Non vorrei metterla come “gli uomini che ci fanno questo” però, ogni storia è a sé. Questo uomo fa questo, in un modo (è vero) molto pragmatico-maschile se vogliamo (come se una visita, dei biscotti, una clinica potessero risolvere l’irrisolvibile…).

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