Maurizio Spinali, da “Un anno la luna”.

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Prefazione di Davide Rondoni

Una radicale urgenza di poesia, come se fosse lei l’unica a rendere possibile, vivibile uno sguardo stupito e tremendo, dolce e feroce. Come se fosse lei, e solo lei, la poesia, a far sopravvivere guardando.

Il lavoro di Spinali sta andando in una direzione che sarà al tempo stesso di conferma e di smentita. Sta portando la sua poesia ai confini, ai propri termini ultimi.

Quando la poesia, per intenderci, tende a somigliare al resoconto di un videoclip, e lì, in quelle luci di cielo e di città, di angoli intimi e di panorami urbani che mozzano il respiro, sembra lei infine esaltarsi e perdersi. Insomma sta portando la poesia dove deve andare, al momento in cui per così dire non gliene frega più niente di essere poesia, ma vive solo per la sua fame, per la sua brama di reale. Così come nei bellissimi saggi di C.S. Lewis si parla genialmente di Omero come di un cane che fiuta e ha fame della realtà.

Dunque tende là, la voce di Spinali, dove la poesia potrebbe cessare di essere se stessa e mescolarsi confondersi e sparire in una canzone alla Bruce Springsteen o in un quadro metropolitano di Recalcati. E in questo va incontro a una specie di riuscita. Non solo per i molti momenti convincenti di questo esordio, come vedo in certi stacchi, ad esempio in un bel testo come “Corone”, o certe cadenze di “Pensieri, notte, muratori”. Ma riuscita di vocazione, intendo. Poiché lei, la poesia, si avvera quando non ha più niente da perdere, da difendere, quando non rivendica più nulla per sé.

Eppure Spinali sta andando – per sua fortuna – anche verso una smentita. Verso una contraddizione che gli arriverà, presento e spero, molto presto nei versi e prima ancora nel sangue e in mente. La smentita della poesia che su quel limite del proprio sperdimento sfolgora nella propria irriducibilità. Nella sua poverissima e magnifica regalità. Convocando tutti i suoi materiali, bruciando i suoi fienili, tirando dai suoi pozzi e dagli scavi, la materia che la fa essere se stessa e non altro.

In hac verbi copula stupet omnis regula, dicevano gli antichi inni. In quella stupefazione delle regole – che non è una mancanza delle stesse, della loro tradizione – si consuma la gloria della poesia, e la possibilità di diventare non l’unica lingua per guardare il mondo, ma opera, lavoro e memoria che dona uno speciale ultrasuono a tutte le lingue veramente vive di un uomo e del mondo. Felicemente e pensosamente proteso a tale riuscita e smentita, Spinali sta lavorando al livello giusto.


***

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Ubriachi

Giro per la notte

le parole portate via. Mi scopro

a sognare con gli occhi di un ubriaco

senza lingua

non vede

tra la strada di notte

e il buio del cielo

distanza.

La luna spalancata nella bocca,

rimangono le stelle ad applaudire

a mezz’aria la sua danza notturna.

***

Fuori casa

Spegnere le parole come quando

hai spento tutte le luci e rimani

tu solo nel silenzio della casa.

Non senti che i ronzii del sottofondo

non sai se sei

nel corridoio o nel

buio

che fa pulsare a una

a una tutte

le stelle.

***

Bar della stazione

Se arrivi, non lo danno a vedere,

ma il loro fiutarti va via lontano

tu non sei più

quello che eri.

Allora il caffè lo butti giù

come non ci sia nulla

ma il collo te lo prende sconfinata

un’attrazione per l’aria del bar

che tutti quegli occhi intorno

mettono.

Ci sono, eccoli.

E respiri, respiri

come un cane davanti a casa,

annusi che sia tutto

quello che è.

Insieme, insieme o mai più

ti scende questa preghiera nella gola.

***

Luna

È notte,

le voci bianche e piene della luna

scendono sulle teste nelle bocche:

allora si fa mano il suo chiarore

scende a stringerci i polsi come una

perduta corda.

La guardiamo per chiederle la parola

l’unica che sentiamo

e che non sappiamo

neppure nella notte così nostra

chiara

pronunciare.

***

Corone

Alzati sulla terrazza,

come le due braccia

di chi ha vinto

e non è solo

e la sente sua

azzurra la corona

del cielo intorno.

Tra poco

come un invito sarà notte

e noi:

abbagliati dal ridere insieme

dal saluto serale della piazza

prima del rientro

prima della camera

del mondo perdiamo

il nodo.

***

Città del Carlì

L’acqua che sbatte

ad ondate

lasciando le barche

aggrapparsi

ad un filo

«è una cosa che non ha mai avuto nome

come la storia di chi ora la guarda»

la strana guida che esce

dalla porta sul porto non dice altro

in basso il piccolo riparo il ristorante tipico all’angolo

non cerca niente poi volta

lo sguardo chiamato da una donna

affondata tanti anni fa nella città del Carlì

o battito dopo battito nel suo petto

«là sotto c’è un campanile nell’acqua

in questi schietti giorni batte e ribatte

ad ore sconosciute

si prende qualche vita nel buio

più buio, giù»

poi arriva qualcuno, emerge dal ricordo di un’auto

straniera cerca il sole di agosto finito

chissà dove. Si ferma,

si aggrappa dove riesce

alle braccia del bambino che ha portato fin

qui. Alla luce

che scivola sull’acqua

sbatte le ciglia lui

è quella cosa che ad ondate chiama

«e resta senza nome»

***

Via Crucis

Apriti costato

apriti lago.

Inginocchiàti gli occhi curva dopo

curva ti vedono, ti fanno loro.

Ecco le vele

la morte allontanata ad ogni colpo

di vento. Ma è ancora questo il tempo

di un vangelo che crocefigge e sfugge

il risorto il nascosto appena

un tornante più in là.

Tu, lago, offriti ancora su questa via crucis

presa al contrario trovata per caso,

fatti costato e ricordo

spalancate le braccia al cielo chiama

a versare gli occhi nell’onda aperta

chi dall’alto si fa prossimo a te.

2 pensieri su “Maurizio Spinali, da “Un anno la luna”.

  1. Marco Guzzi

    Bei testi, carissimo Maurizio.
    In questo silenzio di tutte le parole, in questo punto estremo dell’anima, in cui cresce la voglia di andare via, altre visioni, altre stelle sorgono da orizzonti inceneriti.
    Auguri

    Marco Guzzi

    Rispondi
  2. Carlo Susa

    Più leggo le tue poesie, più mi stupisco di quanto mistero ci sia nei luoghi, nei volti, negli oggetti che si crede di conoscere. Talvolta, quando si va in giro senza assilli particolari, capita di venire rapiti, attraverso lo sguardo, da ciò che ci si trova davanti e intorno. Si è rapiti per qualche istante; qualche istante fuori dalla storia, in cui – prima e dopo – non si capisce se non si vive, oppure si vive solo lì…

    Carlo

    Rispondi

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