Alessandra Paganardi, “Tempo reale”

Per un non detto
di Alessandra Paganardi

I
Oggi il cielo è schiacciato sopra i tetti –
somiglia alla tua terra di cavalli
e di sassi spremuti. Qualche treno
fantasma stile City of New Orleans
– ricordi? « Lo conosco anch’io da sempre
Bobby Mac Gees…» . Dentro i muri quadrati
la musica si ferma un po’ più a lungo
si appende alle pareti, non ha fretta
è un ospite distratto che ritorna
a prendere le chiavi che ha lasciato.
Oggi c’è un po’ di cielo nella stanza.

II
Quella ruga precoce, ma per caso
quasi un altro sorriso più sbiadito.
Il quadro non finito, l’impiantito
di una piazza rifatta cento volte.
Cammeo gazzella, un’Africa di mani
e di cortili – la carezza nata
dal gioco, mosca cieca con la vita,
staffetta di bandiere. La parlata
anche quella a metà, da cominciare
larga nel grande fiume di pianura
e da finire secca, nei gradini
di un torrente veloce.

III
A volte accade: il libro che leggevi
prosegue con caratteri diversi.
Li hai imparati, ma torni sempre indietro
alle lettere grandi e colorate.
Poi salti avanti, ma i segni di adesso
non ti parlano più – vestiti nuovi
mai messi, non più tuoi. Così il capitolo
ultimo fugge via davanti agli occhi
con l’inchiostro simpatico di un titolo
di coda in dissolvenza. Ma non vuoi
scriverla tu la fine. Non ti pesa
quel libro mai concluso, sempre aperto.

IV
Siamo fatti così, siamo cresciuti
fra cose non finite.
Persino alla conquista dello spazio
tutti i sentieri erano già interrotti.
Tu nascevi, io lo ricordo appena
– mio padre col giornale, la maestra
con i suoi grandi fogli ci portava
uomini bianchi come aspirapolveri,
grigie pietre tarlate. Non capivo
– mi chiedevo perché quella coperta
sopra una culla vuota. Adesso chi
se lo ricorda più? Siamo cresciuti
così, fra troppi mobili ammassati
in una casa che aspetta il trasloco.

V
Una parola non basta, dicevi
due sono troppe – non le abbiamo dette
o forse quella sola che restava
non è arrivata in tempo. C’è chi scrive
– forse perché sul foglio le parole
sono spinose e gentili, reperti
di vita, lacci tesi a quell’astuta
volpe, trappole per fermare il male.
La tagliola è spuntata, lo sappiamo
– continuiamo a rifarla di parole.

VI
Forse scriverò ancora nelle stanze
grandi, non tue, con le finestre in alto
sempre le stesse, presto tutte accese
di sera. Il legno chiaro delle porte
i corridoi cerati a passatoia.
Avresti visto sbucare una suora
lunga e grigia, due file di bambini
color carta da zucchero e poi blu.
Sembrava di sentire la campana –
subito dopo di vedere in piedi
il cappotto screziato di mia madre
a mezzogiorno e trenta, puntuale
come l’odore tiepido del pane.

VII
Scriverò ancora – cosa si può fare
se le parole prendono da sole
la vita di un altrove. Nel mio sogno
giocavo con le amiche un pomeriggio
d’estate – quelle Barbie all’improvviso
diventavano vere. Però noi
non ancora, era pigro il nostro tempo
la stagione mentiva. Forse sei
solo tu la parola che mi manca.

VIII
Scriverò, leggerai – fra un Cd Rom
il telefono e il mare. Sulla strada
mancherà quella pietra che non c’era
allora, farà sempre troppo caldo
sulla terrazza. Scenderà la notte
con tutte le canzoni appese al muro
come una vecchia foto di famiglia.
Cambieranno i giornali, i chioschi, i bar
persino gli animali. Cambieremo
anche noi, con il sorriso un po’ sbiadito
mentre tutto diventa più veloce
e più lontano. Il cielo calpestato
sui tetti, come in questa lunga sera.
(da Tempo reale, Edizioni Joker 2008)

*

Prefazione
di Mauro Ferrari

«Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo [. . .] Tutto continua e tutto si estende, niente si annienta»: sono versi tratti dall’incipit e dal finale del Canto di me stesso di Walt Whitman, poeta che difficilmente potremmo accostare ad Alessandra Paganardi; un poeta, però, avvezzo a collegare il microcosmo del singolo con i grandi ritmi della Storia e del cosmo, il filo d’erba con le stelle, la fragilità del singolo con la forza sovrumana del popolo e della specie. È forse qui che si nasconde, al di sotto della clamorosa differenza stilistica e soprattutto tonale, la concretezza del riferimento ne Il filo d’erba, la poesia introduttiva di Tempo reale; una poesia proemiale, del resto, ha sempre valore particolare all’interno di una raccolta, come minimo per dare la chiave di lettura ed esecuzione del macrotesto. L’altro collegamento, persino più trasparente, è il montaliano «girasole impazzito di luce», anche in questo caso a marcare una distanza stilistica ma per proseguire il percorso avviato dallo stesso Montale teso al superamento del dannunzianesimo e alla sua retorica di temi, pose, registri lessicali e scelte tonali – con tutte le cautele e i distinguo espressi ad esempio da Sanguineti. Il filo d’erba è una dichiarazione di poetica neppure troppo velata, quindi, per cui non c’è dubbio che la poetessa milanese, matura e agguerrita esordiente con l’ancora recente e già ristampato Ospite che verrai (Joker 2005), creda a un fare poesia che rifletta la natura creaturale dell’uomo – dove per creaturale si intenda non una poesia imbelle, remissiva, ma una poesia che trova la propria forza nell’asserire la provvisorietà e fragilità ontologica («Siamo cresciuti fra cose non finite», p. 30) e quindi la necessità di una titanica ricerca dell’equilibrio interiore per procedere, infine, a definire una verità praticabile che è soprattutto modalità di condivisione e sincera, onesta e viva esperienza del mondo:

Non portare con te un girasole –
il tronfio cortigiano della luce –
e neppure papaveri –
passatoie su strade di follia

Portami un filo d’erba
con la radice viva

Giustamente Gabriela Fantato, nell’acuta prefazione al primo volume, avvicinava la poesia di Alessandra Paganardi – dotata di una peculiare forza sotterranea, tellurica e materica, e tesa verso la «conoscenza amorosa del mondo» tramite i sensi e il corpo – alla riflessione filosofica di Maria Zambrano, e parlava di «adesione al ritmo del reale»: questa conquista – sempre individuale e mobile, che nell’epoca dell’Indeterminatezza è la nostra modalità di incerta adesione a fatti e valori – rende possibile quella pace serena che torna sovente, almeno come anelito finale, nei versi di Tempo reale: si veda il «viandante senza pace» e il concetto di casa in Chiocciola, p. 16), e soprattutto (in Acqua ferma, p. 21) l’«acqua tranquilla» che dà riparo ai cannicci nello stagno – un’acqua tranquilla che però allude anche a stagnazione e morte, quasi la serenità e la pace preludessero a questa o la implicassero. Se una pace serena si respira in ogni verso di questo libro – anche nei momenti di maggior tensione e sofferenza (si veda il finale di Glicine, p. 22), quasi la persona poetante si ponesse sul limite del tempo o all’uscita di un nero tunnel – è anche vero che ci troviamo sempre al cospetto di Distanza e Assenza, e in definitiva dalla morte. È questo forse il miracolo di equilibrio più alto di questa raccolta.

I versi della Paganardi, sempre attenti e sorvegliati, spesso in tonalità minore, parchi nelle tonalità e nelle tinte, ci dicono il modo in cui la vita è immaginata e vissuta: se la precarietà è la nota dominante, la forza è il suo contrasto resistenziale; se quello della poetessa è un pensiero in re, alieno dall’astrazione, sarà nella minuzia dell’occhio, nella concretezza dei riferimenti, sempre allacciati all’esperienza quotidiana, che andrà ricercata una nota di sincerità che non è proterva affermazione di un supposto vero, ma sempre conclusione provvisoria.
In lontananza baluginano sempre i margini mai cicatrizzati delle ferite da cui questa esigenza di scrittura ha mosso: ferite che tuttavia sono un memento, uno sprone alla crescita, per fare della vita un territorio abitabile. E abitiamo davvero in un mondo delicato e forte, visitando le pagine di Alessandra Paganardi: un mondo in cui gli oggetti diventano emblemi, gli accadimenti exampla, con la leggerezza di chi sa trasporre la vita stessa in poesia; nei versi si affastellano così immagini, ricordi e cose che costruiscono un discorso poetico allegorico, mai simbolico o metaforico.

La verità e il non detto – il quale domina la sezione Per un non detto – sembrano cozzare, o convivere molto a disagio. I testi centrali del libro ruotano attorno a un riferimento che, in questo caso, manca o è dato per frammenti vincendo una ritrosia che non è però reticenza: se il microtesto mantiene la precisione del dato visuale, sarà piuttosto la labilità dei collegamenti – ma non si deve cadere nella fallacia autobiografica – a tenere inaccessibile sulla pagina le ferite di cui parlavamo all’inizio. La parola scritta, con le capacità di compressione e spostamento semantico caratterizzanti della poesia, bilanceranno ciò che non si può dire – per divieto o impossibilità: la preposizione per acquista allora non tanto valore di dedica, quanto di sostituzione: la parola scritta sarà il sostituto monumentale – di ciò che non può essere detto a parole, che non può essere precisato e che comunque sarebbe volato nel vento: «Una parola non basta, dicevi / due sono troppe – non le abbiamo dette / o forse quella sola che restava / non è arrivata in tempo. C’è chi scrive» (p. 31). «Sono strane davvero le parole» riflette altrove la poetessa (p. 37). Le parole scritte, allora, assumono anche valenza terapeutica, come «trappole per fermare il male»: è «la riparazione della poesia», nelle parole di Heaney, e la fiducia nel potere della poesia della poetessa milanese. Non è casuale che questa seconda raccolta, che già esibisce un tasso di narratività ben superiore alla prima, presenti due sezioni chiaramente poematiche per quanto rapsodiche e quasi musicali nella costruzione, Per un non detto e Millenovecentosettantotto; né è casuale l’interesse crescente che Alessandra Paganardi ha dimostrato verso la narrativa: si tratta di occasioni di dar parola all’Altro, vedere il testo come occasione di allontanamento e spostamento – per una diversa e ulteriore comprensione al di là dei limiti del proprio Io autobiografico: di nuovo, rimarchiamo la coerenza di questo percorso letterario.

La sezione Strade mi pare il punto più alto della raccolta, per l’equilibrio fra situazione personale (ma ancora, da evitare, è la fallacia autobiografica) e destini umani generali, e più in generale per la leggerezza (Chagall è una presenza forte ed esplicita nell’immaginario della Paganardi) nel riportare, in questa succinta serie ospedaliera, tutti i temi cardine della raccolta – la radice del male, diciamo – in una comune cornice di grande purezza e quindi altezza letteraria. Il poemetto rapsodico Millenovecentosettantotto, invece, chiude il volume sulle note di una Individuazione personale ma all’interno di una cornice storica data in controluce (non dimentichiamo che il 1978 è l’anno del sequestro Moro): quasi una Bildung, o meglio un’entrata nel mondo, il testo si concentra su un momento e un luogo del ricordo – un luogo di vacanza, di conoscenza, di crescita per uscire dal Giardino: la fine dell’infanzia («un tempo residuo», p. 54) e l’ingresso nel Tempo reale della vita, in cui i contorni delle cose si fanno più netti e più netta è la responsabilità.

C’è bisogno di poesia come questa, se si vuole che la poesia esca dalla confessione individuale per farsi visione del mondo: per questo ci sembra che la poesia di Alessandra Paganardi, sempre più matura e personale, rappresenti una nota importante nel nostro panorama letterario.

9 pensieri su “Alessandra Paganardi, “Tempo reale”

  1. alessandra paganardi

    Caro Giorgio, ti sono sinceramente ed immensamente grata per questa prova d’affetto e di stima, che precede di pochi giorni la presentazione del mio libro. Credo che l’affetto e l’interesse autentico dei lettori sia, per un libro in cui l’autore abbia creduto con tutto se stesso, il viatico più prezioso e raro. “Tempo reale” verrà presentato insieme con il libro di un grande amico e bravissimo poeta, Lorenzo Gattoni, intitolato “Misure di vuoto”. Questo felice evento accresce il mio piacere di condividere la scrittura con altri e di proseguire un dialogo fecondo, iniziato alcuni anni fa, con persone che ora sono diventate parte insostituibile di me. Credo fermamente in una scrittura che sia felice di offrirsi al mondo e che rinneghi invidia, narcisismo e competizione. Nonostante i momenti difficili, che la quotidianità non risparmia a nessuno, trovo un numero sempre più grande di uomini, donne e giovani che si riconoscono nei miei stessi valori. E questo mi dà forza, non solo nella poesia, ma soprattutto nella vita. Grazie ancora anche a Mauro Ferrari e alla sua bellissima prefazione, che tu riporti. alessandra paganardi.

    Rispondi
  2. jolanda catalano

    Tutte,le ho “gustate” tutte. Versi generosi,senza fronzoli.E la poesia si riscatta in quel …Scriverò ancora-cosa si può fare/se le parole prendono da sole/la vita di un altrove.
    Per me,è questa la poesia.
    complimenti all’autrice e a Giorgio
    jolanda

    Rispondi
  3. Giorgio

    Grazie, Jolanda, e grazie e complimenti ad Alessandra, e a Mauro per l’ottima prefazione.

    Con gioia io mi arruolo, come lettore, nella schiera dei fedeli della poesia, e sono lieto che sia finalmente uscita questa raccolta che propone testi che ho avuto modo di ascoltare, nell’ultimo anno, in alcune letture milanesi; e che mi sembrano proseguire nell’attenzione al quotidiano e al mondo che ho apprezzato in “Ospite che verrai”: ma in “Tempo reale” con uno sguardo più ampio e una maggiore apertura al tempo lungo e alla storia.

    Rispondi
  4. Giovanni

    “…C’è chi scrive
    – forse perché sul foglio le parole
    sono spinose e gentili, reperti
    di vita, lacci tesi a quell’astuta
    volpe, trappole per fermare il male.
    La tagliola è spuntata, lo sappiamo
    – continuiamo a rifarla di parole.”

    Vitalità e tensione etica affiorano subito da questi versi; fiducia incondizionata nella scrittura e nella sua capacità salvifica per chi scrive e per chi legge.

    Auguri, Alessandra, per questo nuovo lavoro.

    Giovanni

    Rispondi
  5. alessandra

    Grazie per le vostre letture. E’ vero, ho fiducia nella scrittura: forse non salva, ma sicuramente trasforma. Non è la sola via per trasformare e non è certamente la più diretta; ma credo che chi si sente chiamato a percorrerla debba assolutamente farlo. Se davvero ci crediamo, qualcosa si traformerà dentro e intorno a noi, benchè il corpo a corpo con la parola sia davvero sfiancante: la parola ha perso forza, va continuamente interrogata e rifatta, pur sapendo che non c’è un’inerzia, non è possibile rinnovarla del tutto. Chi scrive versi tenta di farlo attraverso il ritmo e le immagini e trova anche qui ipoteche pesanti. Eppure continua, nel suo piccolo e con tenacia. Forse è proprio la tenacia, la caparbietà ciò che non potrà mai essere tolto a chi scrive.

    Rispondi
  6. alessandra

    SCUSATE C’ERA UN REFUSO: CORREGGO Grazie per le vostre letture. E’ vero, ho fiducia nella scrittura: forse non salva, ma sicuramente trasforma. Non è la sola via per trasformare e non è certamente la più diretta; ma credo che chi si sente chiamato a percorrerla debba assolutamente farlo. Se davvero ci crediamo, qualcosa si traformerà dentro e intorno a noi, benchè il corpo a corpo con la parola sia davvero sfiancante: la parola ha perso forza, va continuamente interrogata e rifatta, pur sapendo che c’è un’inerzia, che non è possibile rinnovarla del tutto. Chi scrive versi tenta di farlo attraverso il ritmo e le immagini e trova anche qui ipoteche pesanti. Eppure continua, nel suo piccolo e con tenacia. Forse è proprio la tenacia, la caparbietà ciò che non potrà mai essere tolto a chi scrive. Ciao! ale

    Rispondi
  7. liliana

    un passaggio veloce (ma le poesie le ho lette tutte) per dire a Ale tutta la mia ammirazione.
    bellissima l’immagine del filo d’erba con la radice viva, tra le altre.
    ciao
    liliana z.

    Rispondi
  8. Lilly

    Ciao, volevo solo fare i complimenti all’autrice di questi splendidi versi. Mi sono emozionata davvero tanto.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *