Miron

Il 27 luglio 2007 a Tarifa, sulla sponda europea dello stretto di Gibilterra, è successa una cosa non proprio unica, ma certamente rara. Si celebrava una corrida, che la televisione andalusa ha trasmesso via satellite, con tori provenienti dall’allevamento Nuñez del Cubillo, simili tra loro come presenza fisica, ma disuguali di comportamento. Il quarto toro si chiamava Mirón (che significa qualcosa come “guardone”) e non lasciava immaginare niente di speciale. Il matador che doveva affrontarlo era Jesus Janeiro, detto Jesulín de Ubrique, un torero dallo stile molto tecnico che intorno ai suoi vent’anni ha conosciuto stagioni di gloria e ora che ne ha trentatre sta completando la sua ultima stagione. In novembre si ritirerà, curvo sotto il peso dei milioni accumulati in quindici anni di combattimenti, viaggi notturni, stanchezza fisica e psichica, paura, ferite e ospedali.
In quel pomeriggio d’estate il toro Mirón entrò nella plaza deciso a non tollerare intrusioni nel suo spazio vitale, e lo dimostrò caricando senza tante storie tutto ciò che vedeva intorno a sé. Nel suo comportamento non c’era niente di scomposto: una cappa sventolava, un uomo correva? Lui abbassava la testa e ci si precipitava contro galoppando in linea retta come un treno sui binari. Fece così anche con il cavallo del picador e quando gli ebbe conficcato le corna nella corazza continuò a spingere, come se la picca che lo pungeva nella groppa gli avesse fatto solo il solletico. Con lo stesso allegro coraggio Mirón caricò i banderilleros. Non riuscì a colpirli, ma dal suo punto di vista si ritenne vincitore: loro gli avevano appeso sulla schiena sei bastoncini colorati, lui li aveva messi in fuga. Buon per loro che erano scappati verso la barrera e l’avevano scavalcata con un salto.
Poi un drappo provocante cominciò a sventolargli davanti agli occhi. Cos’era? Cosa voleva? Mirón non stette a domandarselo: abbassò il muso e gli corse addosso. Il drappo si ritirava, spariva dalla vista e poi tornava a farsi vivo. Mirón continuò a caricare confidando nella sua forza immensa. Prima o poi l’avrebbe colpito, avrebbe tolto di mezzo anche questo avversario, e altri ancora, qualunque altro. Non aveva paura di niente e di nessuno, lui.
Dopo dieci minuti di cariche instancabili, Mirón cominciò a sentire che la folla urlava un grido complicato. Fino allora, ogni carica era stata accompagnata da un rumore simile alla risacca, un rumore che diceva: Olé! Ma questa volta il grido era più lungo. Diceva: No lo mates! (Non ucciderlo!).
E la cosa cambiò perché inseguendo il drappo Mirón si ritrovò nel chiquero dove era stato prima di uscire nel sole, e dall’alto pioveva un getto d’acqua fresca, e lui trovò piacevole riceverla sulla fronte. Poi si aprì la porta di un labirinto come quello che aveva percorso alla mattina, e ci fu un altro viaggio in camion, e poi ancora un chiquero e un altro getto d’acqua fresca, mentre due o tre uomini si affaccendavano sulla sua schiena, toglievano le banderillas, spargevano antibiotici, cucivano le ferite, sistemavano una cannula di drenaggio.
E infine si aprì l’ultima porta, e Mirón tornò a vedere il profilo delle colline, sentì il vento che sollevava la polvere e muoveva i rami delle querce, spazzava via l’odore dello stallatico e portava il profumo dell’erba e delle ghiande. Sulle ali del vento arrivarono anche i muggiti della mandria e Mirón uscì nel sole, si guardò attorno con la pigra indolenza di un risveglio, e si avviò trotterellando verso le vacche.
***
Nel lessico taurino, la decisione di non uccidere il toro si chiama indulto. Non è affatto frequente. Nelle ultime stagioni è successo non più di tre o quattro volte all’anno. Eppure è l’evento che più fa felici gli aficionados. Ne parlano giornali e televisioni. I critici taurini vanno a visitare il toro tornato a pascolare in campagna e scrivono articoli da libro Cuore.
Come sempre, non ho intenzioni apologetiche: chi ha già le sue idee non le cambierà leggendo queste righe. Cerco solo di capire. E credo che l’indulto (quello taurino, beninteso) sia un buon punto di partenza per comprendere lo spirito con cui uno spagnolo assiste a una corrida e ne dà un giudizio, il che coincide in larga parte con lo spirito con cui gli spagnoli affrontano la vita.
Toro e torero sono giudicati con lo stesso metro, solo che il giudizio non si basa su come va a finire la lotta, ma su come si comportano i contendenti. Il fatto che la normale conclusione sia la morte del toro non ha alcuna rilevanza. Se il torero per salvare la pelle si comporta in modo disonorevole viene fischiato, bersagliato di oggetti vari, può rischiare anche il linciaggio e, di sicuro, contratti in quella plaza non ne avrà mai più. Ciò che il pubblico chiede a toro e torero è di essere se stessi: il torero deve essere uomo e artista, il toro deve essere un combattente. Il torero deve amare il toro e ucciderlo per amore; il toro deve caricare per uccidere, ma senza astio, come in un torneo cavalleresco. So che queste espressioni possono parere assurde e addirittura fornire lo spunto a battute e prese in giro; ma non ne esistono altre, e del resto chi sceglie la strada del dileggio non ha bisogno di leggerle: è convinto di avere già capito tutto.
Esistono dei tori che si accorgono dell’inganno e invece di caricare la muleta caricano l’uomo. In gergo si chiamano tori che desarrollan sentido, sviluppano l’intuito della situazione. Gli spagnoli non li premiano e non li condannano: sono tori intelligenti, ma non sono nobles. Il toro intelligente pensa di salvarsi la vita uccidendo il torero, e sbaglia. Il toro nobile se ne frega della vita e pensa a combattere. È come se dicesse: prima o poi moriremo comunque, tu e io, quindi tanto vale farlo bene.
A chi si comporta nobilmente gli spagnoli perdonano tutto. Per chi non sa essere nobile non hanno compassione. Ecco perché l’unico modo per un toro di uscire vivo dall’arena e tornarsene ai suoi pascoli da beato stallone è combattere nobilmente, generosamente. Caricare, caricare e non stancarsi mai di caricare. Il toro che si comporta così opera una trasmutazione alchemica: da mostro, quale appare all’inizio della lotta, diventa un Ivanhoe, l’eroe leale che nessuno può sconfiggere.
Quando scende nell’arena un toro così, il petto di uno spagnolo si gonfia in un sentimento di gioia totale, simile a quella dell’appassionato di musica lirica quando la voce di un grande tenore fa dondolare il lampadario. Nella plaza gli spettatori si alzano in piedi sventolando i fazzoletti. Il matador depone la spada e applaude il toro. Il presidente nel suo palco espone un fazzoletto arancione. Tutto si ferma. Il mayoral fa entrare nell’arena cinque o sei manzi, il toro li riconosce e li segue. Da quel momento l’unico pensiero degli uomini è curargli le ferite.
E lui, il toro, cosa starà pensando? Non possiamo saperlo. Ma se vale qualcosa l’umanizzazione che gli spagnoli impongono ai sentimenti taurini, probabilmente penserà al trionfo, alla gloria del ritorno nelle sue praterie dopo aver combattuto e vinto, come un eroe.

2 pensieri su “Miron

  1. sparz

    bellissimo Rick, mi apri un mondo, nulla ovviamente sapevo di ciò. Certo la frase “Il torero deve amare il toro e ucciderlo per amore” è forte da digerire, non so se saresti d’accordo nel mitigarla solo leggermente dicendo che lo uccide per amore dell’impresa che a quel punto è un tutt’uno con lui e il toro. Comunque molto bel pezzo, finalmente un flash di luce su quella cosa strana che è la corrida e che da qua sembrava solo un’operazione di ferocia.

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  2. rferrazzi

    Ehm, no Anthony. La formulazione che suggerisci tu è proprio un’altra cosa ed è molto lontana dal modo di intendere spagnolo. Non entro nel discorso se sia meglio una o l’altra, ma, per assurdo che possa sembrarci, la tauromachia intesa in senso spagnolo fa dell’uccisione un atto d’amore. Mi rendo conto che è difficile da accettare, e che uno magari si domanda perché diavolo dovrebbe sforzarsi di comprendere una mentalità così distante dalla sua, ma questo è; negarlo o velarlo non risolverebbe il problema. Perché di problema si tratta.
    Ma questa è un’altra storia.

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