La Vita è una Trappola

Il richiamo del pensiero

Musil e Broch fecero entrare sulla scena del romanzo un’intelligenza sovrana e luminosa. Non per trasformare il romanzo in filosofia, ma per mobilitare sulla base del racconto tutti i mezzi, razionali e irrazionali, narrativi e meditativi, in grado di gettare luce sull’essere dell’uomo; di fare del romanzo le suprema sintesi intellettuale. La loro impresa porta dunque a compimento la storia del romanzo, o non è invece l’invito a un lungo viaggio?

Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre di più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione semplicistica e omologatrice della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione del libro a oggetto di consumo. Non può importare che un Uomo (un non consumatore) trovi 50 libri (e si fermi a questi) nella sua vita da leggere e rileggere sempre, perchè questi sono quelli che gli hanno cambiato e gli cambiano le vita. No! questo no! Non può essere accettato dai mass media che un Uomo si fermi ai Libri che gli cambiano la vita. Il consumatore deve consumare e non fermarsi mai! Meglio libri che non gli cambiano la vita, potrebbe non interessarsi più ai libri che si consumano. Ma qui inizia anche un paradosso.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità.

Il termine continuità è estremamente complesso e chiave di lettura fondamentale per la comprensione del tempo. Ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo. Lo spirito del romanzo dovrebbe congiungere attraverso il presente il passato al futuro!

Breve sintesi dell’evoluzione del romanzo

Boccaccio ci racconta semplicemente delle azioni e delle avventure. Eppure, dietro a tutte quelle storie divertenti, si avverte una certezza: attraverso l’azione l’uomo esce dal quotidiano ripetitivo dove tutti assomigliano a tutti, grazie all’azione egli si distingue dagli altri e diventa individuo. Come disse Dante: in ogni azione, l’intenzione prima di chi agisce è rivelare la propria immagine. Quattro secoli dopo Boccaccio, Diderot è più scettico: il suo Jacques il fatalista seduce la fidanzata dell’amico, si ubriaca per felicità, suo padre lo riempe di botte, passa di lì un reggimento, lui si arruola per ripicca, alla prima battaglia riceve una pallottola nel ginocchio, e rimane zoppo per la vita. Pensava di incominciare un’avventura amorosa, e invece stava andando incontro all’infermità. Non potrà mai riconoscersi nella sua azione. Fra l’azione e lui si apre una crepa. L’uomo vuole, attraverso l’azione rivelare la propria immagine, ma quest’immagine non gli assomiglia. Il carattere paradossale dell’azione è una delle grandi scoperte del romanzo. Ma se l’io non può essere colto nell’azione, dove e come lo si può cogliere? Arrivò così il momento in cui il romanzo, nella sua ricerca dell’io, dovette distogliersi dal mondo visibile dell’azione e volgersi a quello invisibile della vita interiore. L’esplorazione interiore: Goethe, Laclos, Constant, per primi, poi Stendhal. L’apogeo di questa evoluzione si trova, mi sembra, in Proust e in Joyce. Joyce analizza qualcosa di ancora più inafferabile del tempo perduto di Proust: l’attimo presente. Non c’è, in apparenza, nulla di più evidente, di più tangibile e palpabile dell’attimo presente. Eppure, esso ci sfugge in modo totale. La tristezza della vita è tutta qui. Ebbene, il microscopio di Joyce sa fermare, sa cogliere, questo attimo fuggente e farcelo vedere. Forse è il suo unico merito. Ma la ricerca dell’io si chiude, ancora una volta su un paradosso: quanto più potente è il microscopio che osserva l’io, tanto più l’io e la sua unicità ci sfuggono, sotto la grande lente joyciana che scompone l’anima in atomi, siamo tutti uguali. Ma se l’io e il suo carattere unico non possono essere colti nella vita interiore dell’uomo, dove e come li si può cogliere?

Ma è poi possibile coglierli? No, certo. La ricerca dell’io si è sempre conclusa e si concluderà sempre in un paradossale inappagamento. Non dico in un fallimento. Perchè il romanzo non può oltrepassare i limiti delle proprie possibilità (persino la poesia che ha maggiori potenza non arriva al fondo), e l’aver messo in luce questi limiti è già una scoperta grandissima, un grandissimo successo cognitivo. Ciò nondimeno, i grandi romanzieri hanno incominciato a cercare, consciamente o incosciamente, un nuovo orientamento. Chi inaugura il nuovo orientamento? Direi Kafka. Il suo modo di concepire l’io è del tutto inaspettato. Che cosa fa di Kafka un essere unico? Egli non si chiede quali siano le motivazioni interne che determinano il comportamento dell’uomo. La sua domanda è radicalmente diversa: quali possibilità ha ancora l’uomo in un mondo in cui le determinazioni esterne sono diventate così schiaccianti che i moventi interiori non hanno più nessun peso? Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola del mondo che è diventata. Ma che cosa vuol dire trappola? Che la vita sia una trappola è una cosa che abbiamo sempre saputo: siamo nati senza averlo chiesto, rinchiusi in un corpo che non abbiamo mai scelto e destinati a morire. Lo spazio del mondo, invece, offriva, una permanente possibilità di evasione. Può di nuovo offrirla e quale via o vie bisognerà segnare?

2 pensieri su “La Vita è una Trappola

  1. sparz

    caro Lumina, i temi che sollevi sono tali e tanti che ci vorrebbe un post al giorno per settimane per cominciare a entrare in argomento. Però il tema è così interessante che non mi trattengo da qualche sparsa e marginale parola. I libri che ritengo mi abbiano formato sono certo meno di 50, ma l’Uomo senza qualità è con certezza tra questi, e pure, anche se in età più tarda, le meraviglie di Broch, cominciando da Pasenow, Esch e arrivando anche ai suoi grandi saggi. Aggiungerei almeno, per quel che mi riguarda, il meno noto ma a mio parere altrettanto fondamentale Middlemarch della vittoriana (ma così averne di vittoriane!) Mary Ann Evans, in arte George Eliot, e La Cognizione del dolore del nostro grandissimo Gadda.

    Detto questo mi sento talvolta un po’ stretto nelle classificazioni, che pure riconosco siano un primo grimaldello per capire; particolarmente buona trovo ad esempio la tua caratterizzazione di Joyce, ma va ribadito che un grande classico mal si lascia tenere nelle maglie di qualsiasi griglia critica.
    Visto però che hai cominciato il post coi due grandi Austriaci del Novecento, che poi non hai ripreso, mi piacerebbe che tu elaborassi la tua domanda: “non è invece l’invito a un lungo viaggio?” Io ti lancio questa provocazione: non è che ognuno di questi grandi riscriva quello che fece Omero ormai quattro millenni fa, e cioè ripercorra, rielabori e riscriva la sua Odissea?

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  2. luminamenti

    La propria Odissea? è probabile. Grazie per il tuo intervento e lo stimolo a proseguire. Spero di tornare su Musil e Broch e su questo aspetto del lungo viaggio

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