L’alfabeto che uccide (Wallace STEVENS) – di Nadia FUSINI

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[Il saggio di Nadia Fusini è tratto da Finisterre, numero 1, autunno/inverno 1985, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, pag. 64 – 76]

L’alfabeto che uccide – Wallace Stevens

     Scegliere delle poesie dal vasto corpus di un poeta «grande» come Stevens non può che giustificarsi come l’insano gesto di una folle passione. La passione si ferma, sappiamo, su dei «tratti»: niente di più fazioso, e cieco, di uno sguardo d’amore e di passione che in un tratto, in quel tratto, ritrova la totalità dell’essere amato – nel mentre che ne celebra forse il tradimento supremo.
     Identificandomi volentieri all’amante, con queste poesie sostengo la mia passione per Stevens. Come nei particolari, il volto, la piega della bocca…, c’è per l’amante tutto l’amato; allo stesso modo per me in queste poesie c’è tutto Stevens.
     O perlomeno c’è qualcosa che c’è in tutte le poesie di Stevens. C’è l’abisso in cui sempre, accostandosi a Stevens, si cade. La sua poesia è questo abisso: dell’interpretazione, e del reale – che nella sua poesia precisamente si inabissa, ma con due esiti diversi; perché se la prima si perde nel labirinto poetico di Stevens, il secondo si porta invece en abîme, al centro del quadro.
     Niente di più problematico per Stevens della poesia. Niente di più equivoco: se non la vita. Ma per lui, per l’appunto, «la teoria della poesia è la teoria della vita», e «la poesia non è un’attività letteraria: è un’attività vitale. Per un vero poeta la sua poesia è la stessa cosa della sua vita». Così afferma questo poeta spesso freddo, poco «romantico», concettuale, e distante.
     Ma Stevens riconosce l’equazione vita-poesia secondo una particolare angolatura: e precisamente secondo quel taglio di luce che su questo rapporto si apre quando si riconosca che in entrambe per l’uomo si tratta di alloggiare armato di quel «murderous alphabet» che tesse insieme vita e poesia. Perché se la poesia è per Stevens erede di quella madre, the life; la vita ha a sua volta un padre, il linguaggio.
     L’alfabeto – che l’uomo per vivere debba giocare con tale pericoloso elemento, non è questo (per Stevens) il problema?
     Che altro dunque vogliamo sapere di Stevens? Oltre l’evidenza del fatto che essendo poeta più pericolosamente di altri ha giocato con «l’alfabeto che uccide»? Il poeta è per Stevens, semplicemente, colui che poeta (dal verbo poetare): e cioè colui che sostiene scrivendo la domanda della vita. Come l’uomo è colui che la sostiene vivendo. In entrambi i casi il sostenere riguarda lo stesso vuoto (eppure così pesante!), il vuoto della realtà stessa; perché «reality is a vacuum».
     L’esito del gioco è per Stevens la creazione di una lingua che rimane ferocemente opaca. C’è in essa, non possiamo sbagliare, l’accento della grandezza. Eppure non sappiamo definirne precisamente il senso: se non prendendo quell’equivoca parola come l’indicazione di un orientamento.
     Verso dove dunque si orienta la poesia di Stevens? Dove intende? La poesia di Stevens, tanto possiamo dire, porta l’indicazione di una fine; si orienta secondo il senso di un giungere al termine. E addita che se c’è qualcosa che nella sua poesia accade (l’evento della sua poesia), è che in essa l’ontologia va verso la sua fine. Preso faccia a faccia con il problema di un mondo «flat and bare» (piatto e vuoto), Stevens ardisce voler penetrare «the blank at the base»: il vuoto che è alla base. Della vita. Della poesia. Della lingua.
     Quel vuoto, il non poter decidere di quel vuoto, è l’oscurità della poesia, l’opacità della vita – per Stevens.
     La sua poesia canta con «suoni sempre più fiochi un’assoluzione inintelleggibile e una fine». Messo a fronte di questo nulla che è alla base, il poeta ardisce pensare che ciò che misura l’altezza e la profondità dell’uomo è il qui e ora di un orizzonte del senso in cui trionfa il nulla della piatta orizzontalità contro la verticalità esuberante di una trascendenza che nella poesia di Stevens è data fin dall’inizio come perduta.  «Orfani e spossessati », gli uomini di Stevens sono fin dall’inizio «figli della miseria e del malheur».
     Tolto ogni slancio verticale (un senso altrove, un significato nascosto, un ultimo essere al di là dell’essere), il senso è dunque nelle cose che sono. Ma le cose che sono, per Stevens non sono che nulla. Dunque il senso è il nulla. Il nulla è. O più precisamente, all’uomo l’essere appare come nulla. Il nulla è tutto quello che c’è. Oltre il Nulla che non c’è.
     L’uomo, alla fine (e il poeta, per Stevens), è colui che «ha la sua miseria e nulla più». Ma «la sua povertà diventa l’impenetrabile nocciolo al centro del suo cuore». Dovrà il poeta farsi ispirare dalla «musa di questa miseria»? Farà il poeta di questa «dura roccia un luogo»? Se «feroce» è la «semplicità» delle cose «comuni», vale forse domandare la grazia, che ci sia qualcosa dietro di esse? Al di là?
     No. La poesia che Stevens vuole scrivere è «la poesia della realtà pura, intatta, senza tropi né deviazioni». Una poesia che vada «dritto alla parola, dritto all’oggetto». Non «un’idea della cosa, ma la cosa stessa».

     Esattamente al culmine di questa volontà annichilente il linguaggio e l’immaginazione, Stevens trionfa della poesia nella poesia, e scrive «la profonda poesia» di chi, povero all’estremo, fissa, con il poco che ha, «l’icona» che è «l’uomo».
     Abbandonata ogni altra idea di poesia «ierofante», Stevens procede piuttosto verso un linguaggio che muove per apofasi: e si fa sommamente «astratto», nel senso particolare che Stevens dà a questa parola: nel senso cioè in cui ogni apofasi è astratta, perché lì il dire è insidiato (e misurato) da una sottrazione (apo, ab). La parola umana per Stevens è segnata in radice da quella preposizione sottrattiva: che toglie la base su cui il discorso umano potrebbe (vorrebbe) trovar fondamento.
     A forza di sottrarre (e l’abastract-ness di Stevens è molto vicina, come lui ben sa, alla dé création di Simone Weil), forse, Stevens pensa, si troverà alla fine la lingua dell’uomo, che è la lingua delle cose. Una lingua astratta, decreata: da cui è stato astratto il creatore.
     Il senso della poesia di Stevens è in questo cammino anti-metafisico, che procede piuttosto alla scoperta (una vera e propria scoperchiatura per Stevens) dell’upo-fisico, della base. Per dire appunto della base che è la cosa stessa: e della cosa che è nulla. Il nulla che c’è.
     L’immanenza che Stevens riscopre ha precisamente il movimento di una ricaduta: come di uno slancio trascendente che ricadendo nel qui e ora di quella creazione interamente umana che è il tempo (la vita) dell’uomo, all’uomo rivela che la sua relazione con l’aldilà non è sorretta da nessun culto. Sì che l’uomo d’ora in avanti sarà a se stesso «tempio e liturgia».
     Ora l’uomo è nel fuori assoluto, all’Aperto. Il nulla lo contiene: «non c’è nient’altro e questo basta, credere nel tempo e nelle cose e negli uomini e in se stessi, come parte di questo e niente più…».
     C’è questa «specie di grandezza totale alla fine» della poesia di Stevens, «con tutte le cose visibili in primo piano e tuttavia non sono che un letto, una sedia…». «Grandezza totale di un intero edificio», che andando a pezzi rovina sull’alpha del nuovo inizio: «il nudo alpha che continua a dare inizio».
     «E’ come se il poema centrale divenisse il mondo, e il mondo il poema centrale, ciascuno il compagno dell’altro…».
     Torniamo dunque alle «cose»: allo sguardo che semplicemente guarda, senza riflettere: «the simple seeing, without reflection». Perché con Stevens, «non cerchiamo niente al di là del reale». E tuttavia «non sappiamo che cosa è reale». Ma c’è « una luce al centro della terra»: al centro della sua superficie, e ha «il colore anonimo dell’universo».
     E’ questa fedeltà al reale che, pur nelle «strade metafisiche», rivela come «le forme più profonde» camminino all’Aperto. Così «queste cose» che vediamo, «questi difficili oggetti», queste «cose oscure», non hanno un doppio. Non c’è un doppione del reale, una «forma mitologica», un mondo arcaico di «feste», un «grande grembo», che raccolga il tutto.
     E se ci fosse, e il poeta lo raccontasse, come potremmo distinguere «l’idea» e «l’essere che la porta»?  Come distinguere il reale dall’immaginazione? Non ci troveremmo allora «inevitabilmente» nel «romance»?
     E’ vero: desideriamo «queste forme». Ma anche desideriamo il reale. E «continuiamo a tornare al reale»: «non cerchiamo che il reale». Di questo reale Stevens tenta «l’espressione». E come «i fantasmi che tornarono in terra per sentire le sue frasi», noi torniamo ad ascoltare il poeta «che legge dal poema della vita»; e parla degli umili utensili della casa, il piatto, la brocca. E siamo, con lui, come lui, tra quelli che «avrebbero pianto per scendere a piedi nudi nella realtà».

***

Not Ideas About the Thing But the Thing Itself

At the earliest ending of winter,
In March, a scrawny cry from outside
Seemed like a sound in his mind.

He knew that he heard it,
A bird’s cry, at daylight or before,
In the early March wind.

The sun was rising at six,
No longer a battered panache above snow…
It would have been outside.

It was not from the vast ventriloquism
Of sleep’s faded papier-mache…
The sun was coming from the outside.

That scrawny cry–It was
A chorister whose c preceded the choir.
It was part of the colossal sun,

Surrounded by its choral rings,
Still far away. It was like
A new knowledge of reality.

*

Non idee sulla cosa, ma la cosa stessa

All’inizio della fine dell’inverno,
in marzo, un grido roco dall’aperto
gli sembrò come un suono nella mente.

Sapeva di averlo sentito,
un grido di uccello, alla luce del giorno o già prima,
nel vento di marzo appena all’inizio.

Il sole si levava alle sei,
non più uno stanco panache sulla neve…
Sarebbe uscito all’aperto.

Non dal vasto ventriloquio
di cartapesta sbiadita del sonno…
il sole sarebbe venuto all’aperto.

Il grido roco – era
un corista il cui do anticipi il coro.
Era parte del colosso del sole,

avvolto nei suoi cerchi corali,
ancora molto lontano. Era come
una nuova conoscenza del reale.

***

Nota

Questo saggio di Nadia Fusini vuole essere una introduzione (“Nota di traduzione“) all’antologia di testi di Wallace Stevens che sarà presentata in un successivo post.

5 pensieri su “L’alfabeto che uccide (Wallace STEVENS) – di Nadia FUSINI

  1. Giovanni Nuscis

    “Il poeta è per Stevens, semplicemente, colui che poeta (dal verbo poetare): e cioè colui che sostiene scrivendo la domanda della vita. Come l’uomo è colui che la sostiene vivendo. In entrambi i casi il sostenere riguarda lo stesso vuoto (eppure così pesante!), il vuoto della realtà stessa; perché «reality is a vacuum».”

    Ottimo saggio che bene chiarisce uno straordinario percorso poetico.

    Grazie anche per questo post.

    Giovanni

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  2. fmarotta

    Grazie, Giovanni. Soprattutto per la preziosa attenzione che dedichi a quanto viene proposto.

    Un abbraccio.

    fm

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  3. Andrea

    “Death is the mother of beauty”. E’ questo il verso oltre cui si scorge trasparente, nuda poiché vera l’incredibile, e per questo incontestabile, clarità del sole, alta quella Bellezza infinita, che alle Parole infonde antico e magico splendore: la realtà è sempre figlia di un’immaginazione sublime, e la rappresentazione è la Vera illusione in cui -sempre per dirla con Stevens- dimora la Sorte. La vita è un Sogno.

    Andrea

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  4. francescomarotta

    Aneddoto della giara

    Posai una giara nel Tennessee,
    ed era tonda, sopra un colle.
    Obbligò la sciatta selva
    a circondare il colle.

    La selva sorse alla sua altezza,
    attorno adagiata, non più selvaggia.
    La giara era tonda sulla terra
    e alta e ben portante in aria.

    Prese a dominare tutto.
    La giara era grigia e spoglia.
    Non sapeva di cespo o uccello,
    come nient’altro in Tennessee.

    Traduzione di Massimo Bacigalupo, in Harmonium. Poesie 1915-1955, Torino, Einaudi, 1994.

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