I sacchi erano ammucchiati disordinatamente e il contenuto fuoriusciva sottoforma di involucri aperti e ammaccati, bucce di diversa misura e spessore, liquidi che lasciavano una scia sul nero della plastica, come se tutto l’unto del mondo si fosse dato convegno nella città dalle case di mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi su strade piene di gente colorata e vociante. Ventate maleodoranti la raggiungevano senza che ci si potesse difendere, ma c’era una specie di rassegnazione, come se ogni colpa commessa nella vita trovasse nell’offesa alle narici il suo giusto contrappasso.
Anzi, il tanfo era diventato ormai una parte della città, come i mattoni e i tetti, come la gente che sfoggiava gli stessi colori degli involucri, delle bottiglie, dei sacchetti di patatine o biscotti al cioccolato, di cui restava solo quest’anima dannata e puzzolente.
Agli angoli delle strade c’erano poi altre specie di sacchi: corpi rattrappiti e avvolti in vestiti stinti e impolverati, spesso lacerati qua e là, come se le ventate maleodoranti vi s’attaccassero tanto tenacemente da aver bisogno di prese d’aria per sfiatare la puzza insostenibile. Questi altri ammassi di rifiuti tendevano mani ostinate verso la gente colorata e vociante, sospesa tra una colpa e l’altra, l’uno e l’altro castigo.
Un bel giorno le autorità decisero di liberare il comune dall’immondizia.
Fu così che i poveri sparirono, e l’unico tanfo rimase quello delle buste piene di bucce e di colate d’unto, che s’impadronirono definitivamente della città dai mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi come lacrime di un’invincibile malinconia.
(versione audio)


un cammeo che mi ricorda una passeggiata fatta in gioventù, quando un po’ di incoscienza e voglia di vedere tutto del mondo impera, una passeggiata nei quartieri spagnoli di Napoli, dove via Toledo, una volta via Roma, divide ancora oggi i ricchi dai poveri, il profumo dai cattivi odori e ti chiedi, in realtà, quale sia il cattivo odore, e se tutto ciò che vedi sta dalla parte esatta della strada.
buonanotte
Stella
uno squarcio di verità. una ferita profonda nel nostro mondo folle di
consumi estremi: è di oggi le notizia secondo cui gran parte dell’immondizia si compone di cibo gettato via, alimenti scaduti perché comprati in quantità superiore alla capacità di consumo.
una terra capace di sfamare i suoi figli, se solo fossimo capaci di sentirci fratelli.
grazie fabry
“Fratelli coltelli”, cari amici sognatori!
Pensavo all’importanza che sta assumento l’immondizia nel nostro quotidiano….
una volta non esisteva quasi, non c’erano involucri e plastiche,le bucce le mangiavano porci e galline, le carte finivano nella stufa.
Ora naviga per mare, a mo’ di emigranti, sulle sue montagne ci giocano bambini, ispira scritti e film, e viene addirittura presidiata dall’esercito…
C’è qualcosa di sbagliato di fondo,in tutto questo…
Si vede che la nostra società onora la mmunnezza più della propria essenza di uomo. O forse proprio perché ha riconosciuto nello scarto la sua peculiarità. Bisognerebbe chiedersi soprattutto perché la nostra felicità oggi risiede spesso nel consumo, applicato a qualsiasi cosa. Non basta più la sussistenza, anche mentale; ci è necessario essere circondati da cumuli di ciò che abbiamo fagocitato. Forse davvero il tanfo ci testimonia di essere vivi.
mdp
Io però mi ostino a sentirmi più testimoniata dal profumo di menta in un campo…
Caro Marco Di Pasquale, confrontiamoci: nemmeno io, come Tiptop, mi riconosco in tutto questo “noi”.
C’è in giro di tutto, è vero; si può anche riconoscere una “analizzazione” sociale in senso freudiano di tanti messaggi – dall’enfasi sul denaro, che si sa va a braccetto con la cacca, al povero yogurt, passato da evocazione di cibo puro e naturale un po’ rustico un po’ dolce, vagamente elisir di lunga vita, a idea fissa della “liberazione dell’intestino” (vedasi réclames e appositi reparti ai supermercati). I repressi godono a parlare di cacca, e una società repressa può in fondo godere a vedere tanta spazzatura – e non a caso per troppo tempo, con mio personale sgomento, si è conferito un certo valore culturale al genere “trash”.
Per quanto mi riguarda, però, scelgo di non chiedermi proprio niente di lamentoso socio-testimoniale sulla cacca altrui, anche se mi ammorba: non ho tempo, non mi piace, preferisco darci dentro con l’azione mirata in alto, e se per caso sono viva qualcosa succederà. Per quanto riguarda la cacca mia, la faccio e tiro l’acqua senza dare importanza alla cosa.
La vita è bella e importante, e l’uomo ha facoltà di creazione, di progresso e può e deve plasmare il mondo al fine di migliorare la vita. Scrivo apposta queste idee fuori moda per far vedere che si possono ancora pronunciare. Contro ogni lamento. E’ tutto un casino di lacrime e sangue, inoltre dura un soffio: ma vale davvero la pena di piangersi addosso così? Mi vanno bene sia l’impegno, sia l’odorare la mentuccia in un prato, meglio ancora tutti e due. Ma le analisi postmoderne giù di tono su un generico “noi” sfigato no, vi prego…
Concordo con Anna, davvero. Brava, a parlare fuori trenddd.
Consiglio di vedere “Gomorra”, ad hoc, di cui non lessi il libro, ma il film è “tanto”, perché si parla molto di “monnezza”.. e chi e che cosa la foraggia tanto.
Anche se il discorso delle uova d’oro(cacca=denaro), altroché se è vero, prima che babbo Freud lo capisse, poi il bravo Fachinelli, ma già re Mida…si sa le fiabe la sapevano lunga).
E’ certo che il destino della povertà del pianeta va di pari passo con il consumo maniacale- maniacale (anti depressivo?!)e che assuefarci per Iddu (Essi), è il massimo.
Amiano di più la vita, denunciamo, ma cambiamo anche dentro, sì.
Maria Pia Q.
Cari amici,
solo un paio d’osservazioni sulle osservazioni a quello che resta un bel post, capace di suggerirci certi collegamenti dietro la facciata delle cose:
1)anch’io faccio fatica a usare il pronome “noi” ma non mi nascondo che è un problema almeno in parte anche mio;
2)a volte tirar l’acqua non basta: mi vengono in mente due associazioni, “le stalle di Augia” e “gettare via il bambino con l’acqua sporca”, vedete un po’ voi se vi mettono in moto qualcosa…
Un caro saluto,
Roberto
grazie, amici.
ho scritto questo pezzo sull’onda di eventi inquietanti, come la cacciata dei mendicanti da alcune città.
rifiuti speciali, appunto.
C’è da pensarci, tanto, sul concetto di “accattonaggio”.
“Un bel giorno le autorità decisero di liberare il comune dall’immondizia.
Fu così che i poveri sparirono…
geniale! (e tristemente vero )
“Una raccolta differenziata in cui gli scarti del consumo si raccolgono e vengono incanalati in maniera ordinata nei contenitori e verso gli impianti preposti a reimmetterli in un successivo ciclo di produzione è la premessa indispensabile per avere una città pulita, senza monnezza e senza sporcizia per le strade, un ambiente urbano più “vivibile”, una ricostruzione dei legami basati sulla solidarietà e non sulla necessità di danneggiare gli altri per salvaguardare se stessi.
Un sistema di accoglienza, di accompagnamento alla scuola, all’assistenza sanitaria, all’inserimento lavorativo, alla cittadinanza degli individui e delle comunità che non hanno le risorse materiali e culturali per provvedervi in proprio è la premessa indispensabile per evitare l’accumulo continuo e incontrollato di materiali umani di scarto in siti e buchi che fungono irrimediabilmente da attrattori di un’umanità sempre più ai margini del consorzio sociale”.
(Guido Viale, “Rifiuti urbani e rifuti umani”, la Repubblica, 23 maggio 2008, p. 43)
(Inoltre, anzi in primis: consumare meno).
Da sempre le società umane desiderano liberarsi dei poveri, toglierli dalla vista, forse per godere dell’illusione di un mondo fatto su misura, per i propri usi e consumi. La nostra società diventa sempre più dura con la povertà, più dura verso l’inadeguatezza dei mezzi materiali e spirituali di cui soffre la gente. Se mai fosse possibile eliminare la faccia del povero, da quella della terra, della nostra umanità resterebbe solo quel residuo di malinconia, come lacrima nell’inferno.
grazie ancora.
Giorgio, Viale è un’efficace illustrazione del brano.
riprendo quello che scrive il Furlen su Ni:
“Fa’ pure finta che io non esista, in fondo cosa vuoi che sia una malattia! Tanto lo sai, che se mi estirpi, muori”.
buonanotte a tutti
fabry
“Ho preferito essere un rifiuto nella casa di Dio, che abitare nelle tende dei peccatori…” dice un salmo, e come spesso succede non è facile capirlo, o accettarlo, o identificarcisi, infatti si riferisce non a noi ma a Gesù, è un modello di perfezione per l’uomo.
Partiamo dal sovietico travestito da agnello;”Grillo parlante” Viale, una simile ingenuità è al limite della malafede, nessun apparato o incanalamento o badanza dà dignità all’uomo, l’uomo ha dignità in se stesso e ciò che fa per perderla è strabiliante, costringerlo contro la sua volontà in catene igienico assistenzialiste è inutile e finisce in speculazione se non se le da da solo.
Un giorno, quando lavoravo in un ufficio commerciale dove circolavano colleghi e clienti, uno di questi andò in bagno, qualcuno prima di lui era entrato e aveva pisciato mezzo fuori dal water. Siccome era in amicizia me lo disse e sentenziò; “che cretino è come se l’avesse fatto a casa sua, possibile che non se ne renda conto?”
Che si può fare? mettere le videocamere nei bagni, costituire un apparato di controllo perchè c’è chi vuole trasformare il paese in una fogna?
Siamo ormai abituati a pensare a chi agisce in modo giusto come a qualcuno eccezionale, a questo si è ridotto l’uomo, a stupirsi che qualcuno faccia quello riteniamo dovrebbe fare il welfare a cui abbiamo consegnato le nostre anime e che ovviamente non lo fa.
L’immondizia è uno specchio cinese, (diceva già due anni fa la signora Padoa Schioppa: “Se ci sono rifiuti è perchè c’è ricchezza”), i poveri sono specchiati in quest’immagine, e sono anch’essi un’emergenza, oltre che un parto della ricchezza.
E’ naturale che il corpo sociale ami di più l’immondizia ricca e meno l’immondo povero, infatti è la prima a tenere le prime pagine, ma alla fine si tratta solo di nasconderli entrambi alla vista, e al naso.
Le montagne di merda che ammorbano Napoli non fanno che chiudere il cerchio della visibilità, ormai impunibile, dei rapporti tra amministratori e cosche, è la torta che ne festeggia l’unione, come di due amanti che seppelliti i consorti opprimenti possono sposarsi fra il giubilo comune, trasformando l’eccitazione del sotterfugio nella futura noia coniugale; quello che si chiama un regime.
Il povero, invece, ci riporta inesorabilmente a noi stessi, se non si ha la triste abitudine di non guardarli negli occhi i poveri ci dicono sempre che la loro sofferenza e povertà ci riguardano, che il loro bisogno è il nostro bisogno, sembra banale dirlo.
mi pare che Viale non fosse così ingenuo o in malafede, Mario, ma sarà l’ora tarda e l’insufficienza delle mie quattro ore di sonno.
certo l’ezer kenegdo del Genesi (2,18.20) è la soluzione: occhi negli occhi (come davanti a lui). c’è qualcosa di più umano di questo?
buonanotte a chi dorme
fabry
“…ma i poveri no, quelli non spariranno mai: sono necessari. Servono a noi ricchi per ostentare la ricchezza, servono ai meno ricchi per sentirsi ricchi e ai quasi poveri per sentirsi meno poveri. Sono indispensabili per avere un bersaglio, per soddisfare la fame di giustizia dei normali: sono i moderni gladiatori.
E’ un ruolo che conosco bene: loro sono i gladiatori che aprono lo spettacolo del circo, quelli che scaldano il pubblico, io la star che lo chiude, ma siamo nella stessa arena. L’arena che serve ai normali per sentirsi buoni.”
L’unica differenza è che io ho scelto di entrare nel circo!
Blackjack.
“Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla poverta’, allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la poverta’ derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la poverta’ storia, dobbiamo considerare correttamente la storia della poverta’. Il punto non e’ quanto le nazioni ricche possono dare, il punto e’ quanto meno possono prendere. *”
(Vandana Shiva )
Da
http://www.peacelink.it/pace/a/14143.html
Concordo toto corde con il commento n 7, di Anna.
Pisciare nel water anziché mezzo fuori, riciclare i rifiuti evitando sprechi e accogliere gli altri soprattutto se in condizione di bisogno mi paiono azioni accomunate dalla stessa cura di sé e degli altri. La quale non è una pratica burocratica e non è possibile senza guardare in sé e nell’altra persona.
Non mi sento riportato a me stesso invece da questa frase: “Partiamo dal sovietico travestito da agnello; ”Grillo parlante” Viale”. Io non so cosa faccia in questo momento Guido Viale, però dire questo non mi sembra un appproccio che guarda negli occhi l’uomo senza pregiudizi.
A me, personalmente, non è simpatico Guido viale, è evidente che quello che dice non è sbagliato, come non è sbagliato dire che le nazioni ricche possono “prendere meno” dalle nazioni povere, tutte parole sacrosante, il problema allora è un altro.
C’è un’infima percentuale di uomini che sostiene la verità, non una verità filosofica complessa, ma una verità evidente, una verità che non richiede lauree per essere capita, è semplicemente davanti agli occhi, tanto che è banale dirla.
E c’è una larga maggioranza che fa semplicemente come se questa verità non ci fosse, i limiti tra le due categorie sono variamente sfrangiati.
A questo punto alcuni (G. Viale ad esempio) chiedono che questa verità venga istituita come legge, in questo sta l’ingenuità, nel chiedere catene invece della libertà, questa è infatti la differenza tra la verità e la legge.
Noi occidentali, (Ma l’oriente si sta adeguando rapidamente ed in modo devastante), abbiamo inaugurato un sistema, che chiamiamo sviluppo, in questo nome-calderone ci stanno più contraddizioni di quanto il nostro pianeta possa sopportare, al punto che ogni rimedio produce danni peggiori del male che vorrebbe sanare, possiamo vedere ad esempio come il Sudafrica in cui Mandela ha sofferto e lottato per porre termine all’apartheid sia oggi un paese dove gli immigrati neri vengano massacrati dagli stessi neri che hanno subito la dominazione e lo sfruttamento dei bianchi, o per fare un altro esempio alla Grillo, il risparmio, (“forma egoista di accumulo”, sono parole di Gianni Agnelli), è stato sostituito dal debito al consumo.
La lista è lunga e inesauribile, e il suo principio è che il sistema dello sviluppo non può essere sostenibile perchè si fonda comunque sul controllo di pochi sulle materie prime, se infatti, ad esempio, solo le nazioni che hanno uranio nel sottosuolo beneficiassero di questa ricchezza avremmo l’africa al posto degli stati uniti come leader negli armamenti nucleari, (e probabilmente li avrebbero già usati e non ci sarebbe più problema).
La morale è questa, che chi ha inventato il modello deve essere il detentore del controllo a spese di chi il modello lo subisce, ma oggi che il controllo sembra passare di mano (sembra), le sue conseguenze appaiono ben peggiori dei mali che la storia ci ha ricordato.
Il sistema dello sviluppo ha un principio, “Se non lo fai tu lo fa un altro”, è un sistema deresponsabilizzante, di cui oggi vediamo il cedimento dei freni, freni che unicamente poggiavano su personalità umane con un morale senso della misura, personalità che oggi non vedo che al di fuori dei meccanismi di controllo.
Noi come uomini siamo tra l’incudine di un sistema che abbiamo inventato e il martello dello stesso sistema che chi ha subito fino a poco tempo fa ha adottato come proprio.
A questo punto non mi è chiara una cosa, si vuole la fine della povertà, la diminuzione della povertà, che cosa effettivamente si vuole?
Pensare ad un mondo senza povertà è come pensare ad un mondo edenico, visto che la povertà come la conosciamo, è sempre frutto di una privazione di qualcuno a beneficio di qualcun altro.
Se pensiamo ai correttivi legislativi per una “accettabile” diminuzione dei poveri, non dico cosa siamo, anche se spesso è l’unica ipotesi che si affaccia alle nostre menti confuse e che vedo sempre perdente.
Oppure pensiamo a come si possa vivere poveri, che sarebbe la condizione normale dell’uomo nel mondo dopo la caduta dei progenitori.
Io considero la povertà il luogo deputato dell’incontro, sradicare la povertà come realtà significa sradicare la fede, snaturare l’uomo nella sua peculiarità di figlio e fratello, di privarlo del suo volto più vero che è quello di avere bisogno dell’altro, è su questo filo del rasoio che, credo, si giochi la vera dignità e verità dell’uomo, nel saper essere poveri, sia questo per scelta o per imposizione, la scelta infatti oggi alcuni di noi ce l’hanno, domani chissà.
“A me, personalmente, non è simpatico Guido viale, è evidente che quello che dice non è sbagliato”:
bene, Mario, mi fa piacere, anche io non penso che sia sbagliato. Io ho tenuto conto di ciò che dice Guido Viale, non della sua poca o tanta simpatia personale, che può essere una questione soggettiva e per la quale dovremmo cercare altri termini comuni di discussione.
“una verità evidente… è semplicemente davanti agli occhi, tanto che è banale dirla”:
non so se è banale dirla, mi sembra comunque importante dirla; d’altra parte anche tante frasi evangeliche, mutatis mutandis, sono dette spesso, e sono molto evidenti, ma ciò non vuol dire né che siano banali né che siano messe in pratica.
“alcuni (G. Viale ad esempio) chiedono che questa verità venga istituita come legge”:
trattandosi di problemi che riguardano il vivere comune, alcune cose dovranno trovare una giusta interpretazione personale, altre sia una interpretazione personale sia una traduzione legale, nei casi in cui ciò è possibile e necessario.
A questo proposito, anche tu, Mario, nel commento al brano di Zagrebelsky sulla tolleranza, affermi che talvolta può essere necessaria “una legislazione equa”.
Nel frattempo, per quanto mi riguarda, io non credo né allo sviluppo né alla priorità dell’economia e, pur non vivendo la condizione degli ultimi, non risparmio e non accumulo, non ne ho né il bisogno né la possibilità.
se personalmente credo nella povertà, Mario – e ci credo tanto da sperare in una Chiesa povera in mezzo ai poveri -, credo ugualmente che si debba lottare con tutte le forze per tirare fuori da condizioni disumane la maggior parte dell’umanità. non per trasformarla in borghesia panciuta, ma per una forma elementare di giustizia. finchè c’è qualcuno che muore di fame, vuol dire che l’umanità ha fallito. altra cosa è farsi poveri perché qualcuno possa vivere, e non solo – a volte nel migliore dei casi – sopravvivere.
Credo che il conflitto non possa esserci in nessuna delle nostre intenzioni, è innegabile che una parte di umanità ami dichiaratamente il bene e sia sensibile alla sofferenza del prossimo, di fatto non esistono uomini che non amano il bene, ci sono uomini che si illudono o vengono illusi e agiscono contro la propria natura e i propri simili.
Il fatto è che gli apparati preposti, (leggi: ONU, Unicef ecc), escono dallo stesso cappello che produce questa disuguaglianza planetaria, come dice Willard in Apocalipse now, gli spariamo addosso con una calibro 50 e poi gli diamo un cerotto, anche la chiesa quando si fa istituzione, (in molti casi decisamente più efficace, ma grazie agli uomini che vi operano), entra nello stesso limite operativo, cioè ha risultati statistici e irrilevanti.
I risultati veri invece, quelli che neppure le statistiche prendono in considerazione, quelli che non fanno rumore per usare un modo di dire abusato ma vero, dovrebbero essere la naturale azione umana e religiosa, in quanto liberi da numeri e obbiettivi spendibili politicamente.
Mi spiego meglio, qual’è la missione della chiesa nel mondo? essere grande? forte? avere tanti iscritti? io non credo, se riflettiamo attentamente al significato evangelico di “lievito” e a cosa corrisponda in concreto nella vita cristiana questo termine, potremmo capire che non è attraverso le leggi che si arriva alla giustizia, ma è essendo giusti che si fanno leggi eque, lo sforzo, la missione è dunque prima di tutto interiore, e Dio solo sa quanto siamo, sono, deficitario in questo, ma ci è assicurato che tutto il resto viene in sovrappiù, cioè in conseguenza.
Naturalmente non sto predicando un fideismo o un fatalismo per cui se siamo buoni i poveri smettono di essere poveri, ma siamo liberamente invitati a farci carico della perfezione, per quanto ci sentiamo inadeguati a questo fine, nulla può ne potrà mai sostituirsi all’esperienza personale, pur limitata e imperfetta, perchè nel mondo si manifesti già ora la luce contro questa oscurità.
Appaltare a enti attrezzati non porta che a rivestire la corruzione di vestiti innocenti.
Ci poniamo però giustamente il problema della fame nel mondo, politicamente va cercata una o delle soluzioni “topiche”, sintomaticamente possiamo sperare che degli aiuti umanitari arrivino o che una guerra di controllo del gas o del petrolio venga ostacolata da circostanze insperate, altra cosa è illudersi che il sistema mondiale possa cambiare “democraticamente”, Questo non c’è nella promessa antica ne in quella nuova, è un po’ una fiducia prometeica nell’uomo.
Fabrizio, la “forma elementare di giustizia” di cui parli è la perfezione, perchè è quella che tiene in conto le differenze, perchè rivendicarla come obbiettivo minimo? la forma elementare di giustizia è quella che si appoggia sull’amore, le forme complesse di giustizia si fondano su interessi in conflitto e oggi dominano.
Dici che finchè c’è qualcuno che muore di fame, vuol dire che l’umanità ha fallito, direi che ogni volta che qualcuno aiuta o da la vita per un fratello Cristo ha vinto, e Cristo vuole salvare gli uomini uno alla volta, chiamandoli per nome e guardandoli in faccia, non considerare mai quello che fai poco, consideralo nulla piuttosto, siamo tutti servi inutili, ma, come dicono gli ebrei, chi salva un uomo salva un mondo.
“Un monaco andò nella foresta e incontrò un eremita, e gli chiese; quando verrà la fine del mondo? l’anziano gli rispose; quando si interromperà la strada che da un uomo porta a suo fratello, Padre Galaction”
forse stiamo dicendo la stessa cosa, Mario. credo anch’io nel lievito, che è il metodo di Gesù: piccoli gruppi itineranti che incontrano le persone. ma se Gesù dice “beati voi, poveri”, è per dire “perchè c’è la comunità che pensa a voi”. la felicità è nella condivisione, che non può essere imposta, ma può essere proposta, senza compromessi, con coraggio, anche a costo di perderci la vita. è una lotta, a volte dura. è la legge dell’amore, che non si acquieta finché non raggiunge l’altro.