La tolleranza? Roba da Antico Regime

di Gustavo Zagrebelsky

La democrazia esige che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale; esige in breve di essere potenzialmente multi-identitaria. Non è stato così, in passato; anzi, non è pienamente così neppure ora.

Oggi, il problema della coesistenza di identità plurime è di natura etnico-culturale, comprendente l’aspetto religioso; storicamente, in Europa, è stato essenzialmente cultural-religioso, dipendente dalla separazione delle Chiese riformate dalla Chiesa di Roma, una separazione generatrice di guerre civili di religione. In nome dell’ordine interno, vi si oppose il non meno terribile e cruento principio cuius regio eius est religio, proclamato col Trattato di Augsburg (1555) tra l’imperatore dei Sacro romano impero Carlo V, e i principi luterani tedeschi coalizzati. L’identità di religione tra tutti gli abitanti delle medesime terre, conformemente alla fede professata dal principe, diede sì la possibilità di migrazioni da uno stato all’altro, per difendere, insieme alla vita, la fede (il cosiddetto beneficium emigrationis), ma permise la persecuzione religiosa all’interno di ciascuno Stato.

L’idea della tolleranza nasce come reazione a questo stato di fatto. La sua affermazione riaprì la strada a un certo pluralismo. Ma la democrazia non può accontentarsi della tolleranza. Questa è propria, infatti, di un contesto che non è il nostro quando una identità maggioritaria si astiene, per determinazione unilaterale, dal soffocare quelle minoritarie, “tollerandole” appunto nel seno della propria società, senza riconoscere necessariamente uguaglianza. È l’assolutismo, dunque, che, quando si ammorbidisce, può parlare il linguaggio della tolleranza. Non la democrazia, alla quale si addice invece il linguaggio dei diritti di cittadinanza, ugualmente riconosciuti a tutti. Onde il concetto stesso di identità, se può e deve valere ai fini del riconoscimento e della protezione delle diverse culture, deve considerarsi completamente non rilevante con riguardo alla partecipazione alla vita pubblica e al riconoscimento dei diritti relativi.

Oggi un’insidia alla democrazia viene da un nuovo richiamo all’unione tra potere civile e religione. Il principio cuius regio illius est religio, che univa vita religiosa e vita civile sotto la potenza dello Stato, si vuole da taluno rinnovare in un nuovo, ambiguo intreccio di potere civile e potere religioso. Dopo secoli di difficili sperimentazioni della distinzione tra affari di stato e affari di religione, l’autonomia dell’uno dall’altra, che – sola – consente la convivenza di tutti in uguaglianza di diritti, è oggi ancora una volta esposta a rischio. È perfettamente visibile il tentativo di ciascuna delle due parti di ottenere dall’altra un supplemento di legittimità e di potere.

La novità non sta nelle posizioni della Chiesa ma nell’apparizione (anzi, nella riapparizione) della figura ben nota degli opportunisti dalla religione, “atei-clericali” o come altrimenti si vogliano chiamare coloro che, per rafforzare lo Stato e promuovere se stessi verso i vertici dello Stato, sono disposti ad appoggiarsi gregariamente alla Chiesa e alla sua autorità morale. Il prodotto è la “politica in nome di Dio” che vediamo diffondersi pericolosamente nelle e tra le nostre società, con tutto il suo potenziale di intolleranza e violenza. La formula che è stata suggerita (da Stefano Levi della Torre) è il rovesciamento del cuius regio illius est religio: oggi si starebbe correndo il rischio di un cuius religio illius est regio, espressione di una nuova “alleanza tra trono e altare”, potenzialmente anche più intollerante e aggressiva della prima. L’esito potrebbe essere il rovesciamento di Augsburg: non più Chiese di Stato, ma Stati di Chiese, riedizioni moderne della teocrazia antica.

Nella scuola, i problemi delle società multi-identitarie o, come più spesso si dice, multi-culturali sono particolarmente vivi con riguardo ai simboli, siano essi il velo islamico o il crocifisso cristiano. La disputa su questo tema, come è chiaro, è ben più importante e profonda di una controversia su abbigliamenti o arredi di aule scolastiche. La sua importanza per la democrazia dovrebbe essere evidente a chiunque. La propensione della democrazia ad accogliere identità diverse sul piano di parità significa due cose: di quei simboli non si può impedire l’esposizione a nessuno in particolare, ma nessuno, a sua volta, può usarli come aggressione od offesa nei confronti di altre identità.

Se e quando prevarrà lo spirito di reciproco rispetto e apertura, un problema che oggi ci appare tanto acuto e quasi irrisolvibile, perché alle identità si associa un’idea di esclusività e aggressione, si supererà da solo, senza bisogno di leggi o di sentenze. La democrazia, in quella – per così dire – “società di comunità” che ci avviamo a essere, ha possibilità di sopravvivere alla sfida dei cosiddetto pluriculturalismo solo se si realizzerà questa condizione dello spirito pubblico.

(da Imparare democrazia, Einaudi 2007)

14 pensieri su “La tolleranza? Roba da Antico Regime

  1. mario pandiani

    Mi sembra che le diatribe religiose e monarchiche europee post riforma non rappresentino in nessun caso, ne un principio di tolleranza ne di parità, le persecuzioni a danno degli ebrei ne sono la misura.
    Direi che se vogliamo trovare i principi di uno stato in cui ogni religione ha diritto di esistere e riconoscersi nella propria forte identità, limitata unicamente dal fatto di essere in uno stato e soggetta alla sua legge, bisogna andare all’editto di Costantino il grande e ancor prima all’editto di Ciro, entrambi ben più illuminati della tragica spartizione delle anime tra romani e riformati.
    Io penso che se la democrazia impone che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale non debba comunque ridurre queste identità impedendo loro di esprimersi compiutamente, quindi sia necessario che si tenga conto delle differenze anche, se necessario, nella legislazione, quando questa si riferisca ad aspetti sociali e civili.
    Infatti si possono osservare le peggiori forme di intolleranza religiosa proprio in quei territori in cui l’identità è stata combattuta e repressa.
    Per fare l’esempio della Turchia, sotto la dominazione ottomana, religiosa e assoluta, troviamo la più grande e viva comunità ebraica d’europa a Salonicco, i cristiani avevano posti rilevanti nella pubblica amministrazione e pur sotto un duro tallone tutti avevano la possibilità di esercitare e manifestare la propria identità, al contrario, sotto lo stato moderno e laico di Kemal Ataturk, ci furono le peggiori stragi etnico religiose del novecento, sino all’olocausto ebraico e ai gulag sovietici, che le superarono ampiamente in senso numerico.
    Parlare di stato laico è difficile, certamente la Francia da questo punto di vista è più laica (anche perchè lì uno stato sembra esserci) dell’italia, ma è anche stata una nazione coloniale e quello che ha trovato opportuno dare come tolleranza etnico religiosa l’ha ampiamente compensato con lo sfruttamento dei paesi assoggettati.
    D’altra parte l’indebolimento delle identità religiose rafforza la componente etnica e la rilevanza degli aspetti visibili, o vistosi, della propria religione e questo non sempre dipende da persecuzioni, più frequentemente da una fede più tiepida in cerca di giustificazioni di appartenenza o a questioni interne di potere.
    Porre rimedio a questo può essere affare di una legislazione equa, ma sembra, a giudicare dalla storia, che da questo punto di vista la forma dell’impero sia alla fine più libera della forma nazionale, più soggetta questa a derive totalitariste o plutocratiche a causa del relativo isolamento culturale, più incline alla tolleranza il primo, se intelligente, per estensione amministrativa ed etnica.
    C’è da pensare.

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  2. Giorgio

    In momenti in cui pare che la tolleranza sia il non plus ultra per cui battersi, pensavo giusto evidenziare che la tolleranza non ha a che fare con la democrazia e proporre un’idea che mi sembra del tutto logica e coerente della democrazia: “multi-identitaria”.

    Che in fondo è anche quella affermata dalla Costituzione Italiana.

    “Io penso che se la democrazia impone che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale non debba comunque ridurre queste identità impedendo loro di esprimersi compiutamente”:

    mi pare che parlare della democrazia come “coesistenza di identità plurime” non voglia dire né negare né ridurre le identità particolari, al contrario affermare la loro dignità.

    (teniamo conto, nel frattempo che discutiamo di queste cose, che, secondo quanto afferma Zagrebelsky, e come ognuno è portato a pensare leggendo il suo saggio, la democrazia è giovane e ancora da “imparare”)

    Sul resto non riesco a intervenire in questo momento, sto per uscire. Mi suscita però qualche curiosità l’affermazione che “la forma dell’impero sia alla fine più libera della forma nazionale”, leggerò eventualmente più tardi.

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  3. mario pandiani

    La Democrazia è una forma di compromesso auto responsabile, io non so se è giovane o è vecchia, certamente l’uso che si fa di questa parola è tale che mi consiglia di usarla con prudenza.
    Ad esempio l’indicazione democratica dell’italia alle ultime elezioni non è il massimo della democrazia, la maggioranza ha votato con chiare propensioni antidemocratiche, ma è un cane che si morde la coda.
    In sostanza sono d’accordo con quello che dici, che è una questione di maturità degli elettori, cioè dei partecipanti la democrazia, la tolleranza e la solidarietà che lo stato può esprimere o meno.
    E’ un discorso che può far pensare che certi popoli non siano maturi per questa forma di governo, il problema è chi lo decide.
    Sto scappando anche io, ne riparliamo, l’argomento è sensibile e merita riflessione
    A poi.

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  4. Giovanni Nuscis

    “Se e quando prevarrà lo spirito di reciproco rispetto e apertura, un problema che oggi ci appare tanto acuto e quasi irrisolvibile, perché alle identità si associa un’idea di esclusività e aggressione, si supererà da solo, senza bisogno di leggi o di sentenze….”

    Non si può non condividere questa speranza, e il cammino (democratico? di crescita civile, prima che religiosa?) mi sembra ch sia già cominciato, sul piano del confronto e della consapevolezza dei problemi di integrazione e convivenza. Dominano però ancora le paure; quella di perdere potere, ricchezza, opportunità. Ma il principio esiste, giuridicamente, nella sua granitica evidenza: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (art. 3 Costituzione)

    Leggere e rileggere questo principio credo che non faccia male. Il cammino, ripeto, è iniziato, ma sarà lungo, lunghissimo, e questo “spirito di reciproco rispetto e apertura” non può certo pensarsi automatico e, quantomeno, diffuso, nella società; più della politica, nel frattempo, tempo, impastoiata coi poteri di vario tipo, potranno le sentenze di condanna, e di riconoscimento dei diritti negati.
    Grazie, Giorgio.

    Giovanni

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  5. Giorgio

    Mario, compromesso o meno, l’idea di democrazia espressa da Zgrebelsky nel saggio introduttivo a questo libro mi sembra precisa nella ricostruzione storica, e radicalmente libera la condizione da essa delineata, tanto da farmi pensare che possa vincere tante “prudenze”.

    Per cui mi sento, come Giovanni, che ringrazio, di consigliare di leggere e rileggere l’intero saggio.

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  6. Giorgio

    … Anzi, vorrei dare un consiglio agli insegnanti che passassero per questa pagina:

    fate leggere agli studenti le poche decine de pagine del saggio di Zagrebelsky che introducono il volume, mi pare siano al momento il miglior testo di Educazione Civica.

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  7. annamariacarlotto

    Leggo il testo di Zagrebelsky e ne condivido l’impostazione.
    Sì, Giorgio, sono d’accordo di far “leggere agli studenti le poche decine de pagine del saggio di Zagrebelsky che introducono il volume, mi pare siano al momento il miglior testo di Educazione Civica”.

    Il mio cruccio è perché “la storia non insegna?” Sembra che oggi alcuni individui non abbiano una memoria storica, siano smemorati o ignoranti? Per quale motivo ritornano derive totalitariste, intolleranti e peggio ancora. Sono ingenua?

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  8. annamariacarlotto

    interessante leggere l’articolo di Barbara Spinelli su La Stampa del 25 maggio “La religione non
    è nemica” mi sembra si possa accostare al testo di Zagrebelsky

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  9. mario Pandiani

    Perchè la storia non insegna? io credo che non possa insegnare visto che non è una disciplina morale, quelle che insegnano sono le interpretazioni della storia e queste si fondano sul valore che si da di volta in volta, di epoca in epoca, alle conseguenze che certi fatti hanno prodotto secondo i documenti conosciuti.
    Noi che scriviamo e leggiamo qui, poniamo di solito al primo posto valori come la solidarietà, il vivere insieme, e altri e forse ancora più importanti aspetti della vita, ma non per tutti è così.
    La storia dei flussi migratori o degli interessi nazionali nel passato ci mostra come necessità molto meno nobili di quelle cui teniamo di più diventino spesso prioritarie e siano state e siano tuttora causa di grandi sofferenze quando non dell’estinzione di popolazioni intere.
    Per molti, ancora oggi, quelle motivazioni sono le uniche veramente importanti, sono motivazioni “oggettive”, il darwinismo in questo ha fatto scuola.
    Come si passi dall’interpretazione storica, discutibile o meno, all’interiorizzazione che la gente opera di idee nefaste, pur non conoscendo le basi minime della storiografia è relativamente facile da capire; sotto forma di polpette precotte e predigerite somministrate su giornali e romanzi storici, (per la fascia colta) e televisione (per tutti).
    Quindi assistiamo a cose, fatti e mostruosità che non si può propriamente dire non abbiano imparato nulla dalla storia, ma direi che a questa si ispirano.
    Sono forse un po’ provocatorio, ma ho conosciuto e sentito di molte persone che non solo non negano l’esistenza dei campi di concentramento, ma in un certo senso la capiscono e nei casi più estremi approvano.
    Tutto questo per dire che la democrazia in se stessa non è un assoluto, i cittadini sono liberi di esprimersi anche in senso antiliberale o contro una determinata categoria di persone, non sono sicuro che se in Germania le leggi razziali fossero state soggette a consultazione popolare non sarebbero passate, cos’ come non credo che un decreto anti Rom, magari inizialmente in forma soft, oggi in italia non avrebbe una maggioranza di sostenitori nella cabina elettorale, certo, c’è la costituzione, ma i suoi difensori sono oggi meno di quarant’anni fa.

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  10. Giorgio

    Grazie, Anna Maria, anche per la segnalazione dell’articolo di Barbara Spinelli, che ho rintracciato in rete e letto con interesse, constatando che sfata qualche luogo comune e che fra l’altro risponde anche alla preoccupazione che Mario esponeva sopra riguardo la necessità dell’espressione di ogni identità.

    Chi volesse, può leggerlo qui:

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=110&ID_sezione=55&sezione=

    Grazie, Mario, del tuo punto di vista, penso comunque che: il pessimismo dovuto all’incapacità di trarre lezioni dalla storia non possa esimerci dal prendere posizione; in effetti ogni passo avanti mi pare che non garantisca dal rischio di farne due indietro; e che ogni posizione che possiamo esprimere sia relativa al momento storico.

    “Se e quando prevarrà lo spirito di reciproco rispetto e apertura”, andremo anche al di là della democrazia.

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  11. mario Pandiani

    Stavo rileggendo il mio ultimo commento e mi sono accorto che ho scritto esattamente l’opposto di quello che pensavo, volevo dire che in germania avrebbero votato le leggi razziali e oggi si voterebbero le misure anti Rom, ma forse è troppo pessimista il mio punto di vista.
    Ho letto l’articolo della Spinelli, sono cose che conosco bene, e sono contento che una voce così radicalmente laica difenda questi principi che, come dice con estrema chiarezza, dipendono dall’esperienza e non dal ragionamento.
    Purtroppo il termine ortodossia è stato oggetto di una vera e propria campagna diffamatoria generale, dagli “ultrà ortodossi” al fondamentalismo considerato l’ortodossia dell’islam, agli “ortodossi” ebrei di mea shearim, si è colorata questa parola di tutto lo spettro negativo del mondo attuale, dall’idioma calcistico a quello politico teocratico.
    Se si può sollevare, o semplicemente esprimere una lieve preoccupazione è che anche l’altro termine in campo è stato altrettanto snaturato; ecumenismo.
    L’esperienza spirituale consiste in gran parte nell’abitare la contraddizione, lottandoci dentro al fine di pacificarla, religiosamente infatti ci sono incompatibilità assolute tra le diverse fedi, rivendicare queste incompatibilità senza trasformarle in armi significa incarnare i fondamenti universali, portarli all’interno e viverli, solo così l’antinomia non diventa scontro, ma segno, identità le cui fondamenta non stanno nell’opposizione ma nel riconoscimento e rispetto dell’altro.
    Il secolo scorso ha visto come il sincretismo, l’indistinzione fosse un percorso apparentemente universale, ma alla fine non ha fatto che svuotare di significato e forza quelle esperienze da cui, come in un supermarket dello spirito, pretende aver preso i pezzi migliori tralasciandone gli aspetti più difficili.
    Al di là della democrazia, certo, se pensiamo alla gerarchia istituita da Gesù non possiamo come vedere che l’impero fondato sull’amore e sul servizio è migliore di ogni altra forma di governo, in quanto incarna la più grande delle contraddizioni, chi è al primo posto è servo di tutti, e non solo è il miglior regime, ma può essere già sperimentato.
    Benchè sia un regno che non appartiene a questo mondo, dovunque pochi o tanti si radunano e mettono in pratica quegli insegnamenti ne possono provare già la perfetta quiete e bellezza, anche se in forma di anticipazione.

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  12. la funambola

    “chi è al primo posto è servo di tutti”

    è in questa affermazione che si giocano tutte le contraddizioni e le pie aspirazioni.
    legittimarsi, riconoscersi al primo posto,
    legittimare e riconoscere un primo posto, non può portare ad un “servizio” nei confronti degli altri, per la semplice e sperimentatissima ragione sperimentata e verificata nel corso dei secula seculorum :)da questa povera umanità ( che io incarno tutta)
    che nessuno salva nessuno se prima non ha salvato sè stesso.
    e quando uno è “salvo”, quando uno si è salvato gli fa una sega 🙂 mettersi al servizio degli altri, essere al primo posto,
    perchè la sua vita, è di per sè, testimonianza di “servizio”.
    moltiplica questa consapevolezza per la smiliardata di umani e avrai l’ecumenismo cher fa rima con comunismo.
    non so se mi sono spiegata, se mi sono capita.
    potrei meglio, potrei forse dire che io non riconosco a nessuno un primo posto perchè ho scelto di non mettere nessun dio al primo posto, ma qualcuno di più vicino, di più palpabile, di più fragile, di più “in carne” 🙂
    al primo posto io metto l’uomo, perchè al primo posto metto mè.
    tanti baci amorevoli
    la funambola

    Rispondi
  13. Giorgio

    Grazie ancora a Mario e a La Funambola.

    Faccio ancora due considerazioni.

    Sicuramente alla base di tutto c’è una “scelta personale”.

    Tra le “scelte”, quella per la democrazia non è delle più facili.

    Sono sicuramente difficili infatti: l’uguaglianza, il rispetto degli altri, il dialogo, la tolleranza, la legalità, la solidarietà…

    Sono sicuramente più facili: l’egoismo, la diffidenza, la sopraffazione, il disprezzo, l’odio, il risentimento, l’illegalità, la legalizzazione dell’arbitrio…

    E quanto siano facili lo vediamo in questi giorni.

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  14. la funambola

    “Anche la mia vita bruciava ogni energia con la potenza del vulcano, ma in un moto verso il basso, verso il fondo, alle radici. I miei sogni erano altri, facevano un percorso inverso, invisibile al mondo; non sapevo che avrei fatto la scelta di entrare in seminario, ma il mio desiderio aveva la stessa intensità di Turi, eravamo due vulcani contrapposti, lui con i lapilli lanciati verso il cielo, io con la lava che scendeva a valle con una marcia altrettanto irresistibile”

    sicuramente alla base di tutto c’è una “scelta personale” e non necessariamente passa attraverso un seminario.
    non si nasce portati per l’azione o la contemplazione, si nasce umani, con tutto il bagaglio di paure “l’egoismo, la diffidenza, la sopraffazione, il disprezzo, l’odio, il risentimento, l’illegalità, la legalizzazione dell’arbitrio…” che puoi scegliere di andare a vedere dentro di te, o puoi scegliere di vedere solo negli altri.
    e non è facile, è impresa titanica, proprio perchè a portata di mano, ma è l’unica strada praticabile (io non ci credo, la storia smentisce ogni mia possibile speranza, ma sono cocciuta, orgogliosa e madre)
    credo però che il “lavoro” per raggiungere una coscienza universale sia di tipo interiore e non sociale.
    quando hai visto tutta la tua miseria, quando l’hai riconosciuta, quando prendi atto di essere fatta anche di questo, quando hai smontato dentro di te il meccanismo della paura, quando la parola “rigore” ha solo il significato di non cantarsela e suonarsela, quando non eludi l’imperativo che hai dentro, quando ti “riconosci” orfana e non “riconosci” alcun salvatore al di fuori di te, allora puoi tentare di cominciare ad imparare ad essere veramente umana.
    Puoi riconoscere in te una coscienza universale solo se hai attraversato senza pietà la tua miseria.
    Allora la tua azione, se azione deve essere, si spiegherà su un mondo abitato da soggetti, coscienze, anime, vite, come te, uguali a te.
    E la parola tolleranza ti suonerà stonata, di più, ti suonerà falsa.
    e il paradosso: si è veramente umani solo se si abbandona la nostra, presunta umanità acquisterà finalmente “significato”.
    Tanti baci
    la funambola

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