37.
sotto la volta di un nodo di stoppia
barcolla il trave della cella.
il veto del sole sotto l’alluce
indica la strada del dietrofront.
l’azzurro mendìco del cielo nero
al bar del coro non grida mai.
appieno vuoto questo dividendo
la sa con pena la promessa livida.
38.
le preistorie dell’acciaio furono nidi
benesseri di arrivo
al varo di aurora.
culle di germoglio
il fato che si addica
al mormorio del sale
fato salino il rovescio da devolvere
al moto dell’orologio ad acqua.
qua la chiosa del diverbio
la sabbia con la terra fa capienza
gran musica di baracca la gran pena.
39.
sul piglio della rotta il naufragio
inarginato sfregio nello sguardo
dovuto alle carabattole del giro fatuo.
nel tempo da perdere per refuso
il dolore del vuoto.
40.
viaggi di perdenti questi cerini
reclamati dal ritmo della foce
dal delta di ricamo tra pozzanghere.
le lotte delle fionde hanno scalmanato
i fiori modernissimi di cieli.
il coltello dalla parte della lama
ha tagliato il treno in loculi.
dove il sole si conturba si fa di ghiaccio
il gerundio perpetuo il tuono della disfatta.
41.
nel tiretto del mio rigagnolo
vado a spasso
regista del mio loculo.
per miglioria curo un balcone
coatto contro il muro tanto per fingere
la genesi del petto a mo’ di rondine.
la foga per la perla della rotta
la lascio alla bàlia carica di latte.
42.
nell’idillio del polso con il cuore
nel covo delle luci che non servono
la nuca muore.
in realtà un manico di sangue
aiuta a resistere col senso
sovrano sull’arietta della diva
vanissima. un sillabario corto
sparisce nella tasca del pezzente
tedio, di te non so dire
nemmeno il nome meglio
del teschio nella scodella che c’insegue.
43.
una miserrima rotta di condotta
con santità al minimo dell’office,
qua tale rimane lo zero nudo
dottore di sé senza guarire
né tori infilzati né lucertole al buio.
io altrove svellerei l’angolo
verso stoviglie di leccornìe strapiene
se del burrone è frutto il piede desto.
44.
il loquace animaletto della sostanza
ha il braccio breve non inaugura
né il salto né la stretta,
quasi imbroglia la sopravvivenza
con l’anfiteatro del livido del parco
coma.
45.
come si fa a lucidare gli stivali
se il fango è così prossimo?
46.
ha le origini del fossile
un giro antico
cremato.
47.
imperio di domanda starti accanto
dove quaggiù si arena la gimcana
nell’ordine malevolo del vero.
plettro di compieta panici del verbo
l’erettile fatuo le rovine delle rondini
le giacche delle fosse le nicchie delle fole
le rondini del ferro.
48.
nessuno ha rotto il calice del sangue
stracolmo mondo un tavolo di morgue
49.
ho un cortocircuito che mi sposta
il petto e la cintola del sonno:
è grave indizio di ultima stecca.
appena ti vedrò a mano stretta
allora la natura della borchia
avrà capienza per porgerti
una pietà salina da alambicco.
50.
aggiungimi al cipresso casalingo
alla gola dell’intima bravura
al sapientone enigma del mare aperto
dove troneggia un apice di cellofan
che ha ucciso una tartaruga.
in gara con la fronte contro l’onda
dammi lo scacco che possa sorriderne
senza la rima pendula del branco.
un dubbio trama ad ernia di sfinge
spingendo contromano la marea
per un unguento di volta finalmente
verso la torba del fiore principesco.
51.
saluto di ricettacolo il coma
materno sulla furia del lutto.
càpitano le comete che non premiano
né nominano la natura del giardino.
52.
dammi un tuono ch’io possa evincere
il dizionario cortese del nome
la scossa in mano ad un apice di vento
il cielo nero con l’azione vinta.
un sillabario non fatuo tutto d’embrione
potentissimo acrobata barca di salto
oltre la rotta stabilita beltà del varo.
53.
mi rammarico del costato
quando l’aurora si gonfia di morti
ed erigibile lo scisma del dolore
dà man stretta al caso dello stato.
54.
mi dolora il frullo del salino
la sventura del nomade stanziale
in un lucernario di stoppie per capire
cerbottane di sguardi che non incontrano
che tramestio i ciottoli di astio.
meringa floscia questa primavera
azzerata dalle gare delle sciabole
in bora di respiro.
55.
al sole sulla piazza avrò vent’anni
(il ladrocinio dello zigomo serrato
dall’ombra netta dello scopo in atto:
lo zaino del limbo lo porto tutto
con la febbre che sconsola le cimase).
56.
le corse delle zattere sul limbo
un’altalena che coniuga serpenti
col frac della gran soirée.
il fascino del crac è sempre avanti
bestemmiato da scie di malmessi
antidoti di non senso.
57.
tra le girandole del basto
la serra della nebbia
la lebbra al fiume
di serbare resistenze
appena in opera tra le teche
d’osso.
58.
morte lungo l’asse dei bisogni
dove si arena il teschio della
vanagloria e la girandola
soqquadra in un dono di eclissi
tra le veglie delle spose che non
vengono che raggrinzite. stipate
statue senza la clessidra.
59.
almeno scoprirò che sono affetta
da danze di ecchimosi e moti neri
morosi con i sì con le conchiglie
d’echi. in mano alle credenziali
delle pigne avrò verdetto senza
alcun pinolo per la torta della nonna
o il forziere in zero a tutta accetta.
60.
malinconie di anello
quando al porta sbatte
per la credula faccenda del vento
per la durata del credo dove c’è
disperso. il buffone della spina
è arrivato carico di polpa.
dal letto all’alzata lo stonarsi
in una tana di bora in bora.
61.
un codice di nero un avvistamento
dentro la stanza del cordolo
domestico agguato ad ogni giorno.
le premure dell’àncora stamane
hanno indipendenze non servono
il lato della musa reliquiaria.
lo sgombero per potere le distanze
in terra di anomalia la grande gioia
se finalmente taccia il sì della caccia.
62.
dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
del minatore. il torto assiso
dentro la nicchia dell’ulivo
a mo’ di demerito con zattera
del sale. il leggio del rantolo
trovi la giostra del miracolo
del gioco. a terra per il mito
ti vedrò lo sguardo di natale.
63.
in un mare di corsa corsaro
la sassaiola di un io di flagello
flagellato. a ritmo di neve
la verità di andarsene
se questo è il dazio se questo
è il gelo che fa cantone il mondo.
in officina il fatuo ripetente
ha teschio in cima alla sorveglianza
che veglia di moribondi il fatuo
piatto.
64.
finalmente avrò l’accattonaggio del sonno
l’erta fumida dell’aria da buttare
contro il tranello del seno nudo
che fa svoltare le curve per mentire
il tiro del cipresso verso il cielo.
65.
nel lutto che sconquassa tutta la voce
l’avaria del varo, il lungo vano
che ammaina la rendita del sangue
che il guado innalza senza la partenza.
ricamo a marmo questo soqquadro
tenente l’irriverenza dell’acqua marcia
finalità del pane la muffa in far d’affanno.
66.
con la carta sulle spalle vado in rovina
correndo a vista tutti i precipizi
d’intonacate aureole di dèi morti
nelle soldataglie del fuoco
nel cratere dei vinti.
67.
il genio che colora la gran morte
la giuria del ponte
68.
ha un sudario che le fa da impero
perfette amnesie del troppo ricordo,
morirà con i lacci ben stretti,
chi la irriderà sarà pettegolo
gomito di catrame, gomitolo di sterco.
69.
alla fuga che fa tresca nella fuga
la dedica del numero dei morti.
con meno amore di un circuito bruciato
la scala senza scalini.
la fortuna che non assiste lo stalliere
ieri fumava con dio tutte le ore.
70.
Plettro di compieta
la penuria del tramonto è stare al mare
rovesciate barche di disuso.
zattera di pietra il traino dell’ora
combusta nel marciume dello stadio
ennesimo. sì ti accalori per un caso
da troppo protetto dalla pazienza
della resistenza. sarebbe bello uccidersi
a tranello, senza saperlo, un incidente
di beneficenza, tetto di vendemmia
mummia del vortice dismaterno.
71.
in saldo all’acqua grama
il dondolio del pozzo
l’ernia del condotto.
balorda la genia del coltello
in te avvenga felice il dolore
la lorda lorda aureola del Gange
nei corpi dove regola mortale
sventura il credo nella tacca
a far distanza.
72.
aiutami a sillabare un torso
un pegno duro da fiaccare
il viso e la trottola del lascito
che sta ad aspettare l’interprete.
la bombola d’ossigeno non salvò
mio padre steso a dieta fredda,
il dado tratto sta sull’altare:
è stato riconosciuto da adorare
in fondo alla scarpata.
73.
ho una gerla di monastero
che mi confisca le rondini
scaraventandole dove si addormenta
il grido. ma non è pace né mente
di diorama qui massacrare il sasso
comunque infisso più della penuria
del fulcro della rotta. venga qui la trama
del crocicchio a far da apologhetto
finalmente al miglior miglio della fine.
74.


E’ come fare un viaggio in cui per orientarsi, è meglio dimenticare quello che già si sa, da dove si viene. Affidarsi al pensiero, senza bisogno dei sensi. E’ lui stesso, ridotto alla sue funzione essenziali (illuminazione-ragione-creazione)a riproporre alcuni “oggetti” dell’esperienza, della natura che si stagliano imprevisti ed eloquenti di significato.
grande rigore, mi impressiona molto questa poesia che sembra radiografare (non freddamente però, ma con grande sconquasso di viscere) un sogno o uno stato di possessione. complimenti.
renata
Avventuroso equilibrio fra emotività e pensiero.
Esemplare, ammirevole.
Un caro saluto,
Roberto
e ritornano di nuovo – abbondano – le RONDINI, in queste poesie, come nell’Acciuga della sera. Rondini che *non* fanno primavera; ma ci sono; le sette lettere ricorrenti che forse sono un senhal forse un mito forse un’idea – comprensibili e incomprensibili (e perché un’opera d’arte dovrebbe essere comprensibile? in ogni caso la poesia di Marina non è oscura, non è senza senso, non è vuota – è un peso che germina e si moltiplica, e chiede *condivisione di spalle – forti* – credo questo)
massimo