Un racconto inedito di Antonio SCAVONE


(Emilio Merlina, Secret love, 2006)

Antonio Scavone – 200 misti

     Camilla Landriscina, Geppi Cassitto, Fulvio Rodimonti, Clara Gatto, Maria Bove, Espedito Arcovelino, Cosimo Lupoli, Franca la cassiera, Ettore il barista… nessuno, nessuno di noi si è accorto di quello che era già successo di là, nell’altra sala, dove di solito si gioca a carte. Ci eravamo tutti riuniti nella sala grande, quella del televisore, per seguire in diretta la finale dei duecento metri di Massimiliano Rosolino ai campionati mondiali di nuoto. Ed eravamo eccitati, ovviamente, perché, chi più chi meno, conosciamo Rosolino si può dire da bambino e siamo molto orgogliosi quando un socio del Circolo, sia pure transfuga come Massimiliano, si fa onore, soprattutto all’estero. Non avremmo potuto, non avremmo mai potuto staccarci dalla cronaca della finale dei duecento misti per attaccarci ad un’altra finale, quella che si era consumata nello stesso tempo nella sala delle carte.
     Né c’erano state, come si dice, avvisaglie o segnali che ci avessero in qualche modo allertati o allarmati: si conversava tranquillamente, si beveva, si fumava e niente ci avrebbe distratti da quell’appuntamento sportivo che ci aveva esaltati sin dalla mattina.
     Ci accusano sempre di essere un po’ fuori dal mondo, noialtri soci del Nautico, ma se diamo quest’impressione, peraltro infelice e ingenerosa, è perché nel mondo, nella vita così com’è, si soffre e bisogna trovare fughe, evasioni, pause.

     Camilla Landriscina, per esempio, dopo l’incidente d’auto che le ha ammazzato marito e figli, cos’altro avrebbe potuto fare? Chiudersi in un ospizio? Risolversi e ridursi ad una vita puramente vegetale? Con quei pochi soldi che le aveva lasciato il marito, vecchio filibustiere dalle mani bucate, avrebbe sì e no pagato il funerale. O Fulvio Rodimonti, col figlio drogato in galera per un’aggressione, che ha speso e sta spendendo tutto il suo patrimonio per avvocati e spese legali, o ancora Clara Gatto che ha lasciato l’ospedale da un mese e ha cominciato quel ciclo di chemio che si sa quando cominciano e non si vuole sapere come finiranno. E che dire poi di quelle disgrazie che ti segnano anche esteriormente, come la prova indelebile della tua identità umiliata? Su tutti, Maria Bove e Geppi Cassitto. C’è stato persino un trafiletto di giornale sulla loro storia finita male, quando Maria comunicò a Geppi che l’avrebbe lasciato perché non l’amava più e lui, con molta calma, e per tutta risposta, le sfregiò il viso con un fendente, sì un fendente, vibrato con uno degli spadini d’accademia che i cadetti di Livorno lasciano al Circolo come ricordo della loro visita.
     Maria si sottopose alla plastica facciale e riconquistò alquanto quella linea morbida e seducente del volto ma, per coprire la parte deturpata, si pone sempre di tre-quarti davanti ai suoi interlocutori, come Uma Thurman in Kill Bill, e ha cambiato pettinatura, inventandosi una virgola, una ciocca, che le nasconde quella porzione di pelle un po’ più lucida rispetto al resto della faccia: come la fatale Marlene, dicono i più vecchi, o l’insipida Veronica Lake nei film con Alan Ladd.
     Geppi, invece, dopo il risarcimento e il rimorso, e dopo aver affrontato il marito di Maria e avergli assicurato che l’ultimo figlio della sfregiata non era suo, è caduto in depressione, è diventato un uomo banale, senza voglie e stimoli.

     Ci si guarda increduli quando senti urla e trambusto, ci si alza cauti dalle poltrone quando il rumore di vetri rotti fa subito pensare, chissà perché, al peggio, all’irrimediabile e infine ci s’incammina verso la sala delle carte in silenzio e in fila indiana come per una processione. Si capì subito che era una viacrucis e che lì, a due passi, senza tante stazioni di posta, si sarebbe manifestata nella sua pienezza l’immagine di un martirio, di un vero e proprio sacrificio.
     Espedito Arcovelino, alla sua maniera, mormorò: “Questo è un film di Dario Argento!” ma non si mosse, restò bloccato dal suo stesso stupore e continuò a fissare la scena che aveva davanti agli occhi come se davvero si fosse trovato su un set cinematografico. Cosimo Lupoli si rigirò su se stesso e vomitò mentre dalla sala del televisore si diffondevano irreali e inopportuni la voce del telecronista e i rumori di sottofondo della finale di Rosolino. Sopraggiunse Ettore il barista e fu l’unico che si diede da fare allontanandoci dal centro della stanza, spingendoci contro le pareti per dare aria e luce al corpo che sembrava già senza vita di Liliana Palladino, riversa a terra, bocconi, con la gola maciullata da un buco nero di rivoltella.
     Che fosse morta si capiva ma non chi e perché l’avesse uccisa e non riuscivamo a capire perché proprio lì, davanti a noi, in una sala ovattata del nostro Circolo, sarebbe dovuto succedere un avvenimento così grave. La voce querula di Franca, la cassiera, che ci aggiornava sull’andamento deludente dei 200 misti di Rosolino, si spense all’improvviso e sul suo volto gli occhi le restarono fissi e attoniti.
     Nessuno di noi avrebbe voluto vedere quella scena, l’avremmo tagliata come si fa nel personale montaggio che ognuno di noi confeziona con l’interminabile e spesso insensato film della propria vita ma lì, a terra, non c’era il corpo di un’attrice o di una comparsa e il nostro insensato film procedeva senza musica, senza commenti.

     “Largo, largo!”… ma nessuno si muove: come fai a muoverti, perché dovresti muoverti? Non ne hai la forza, non sapresti dove andare o cosa fare se non continuare a guardare qualcosa che per conto suo non si muove più: si diventa cinici davanti alla morte e alla sua rappresentazione che è sempre muta e inafferrabile: chiami “qualcosa” un essere umano che di umano ha soltanto la forma e il volume. No, non ce la fai a cogliere e intendere significati diversi da quelli che hai sotto gli occhi e ci sentiamo risollevati quando Ettore letteralmente ci sradica dal posto che cocciutamente occupiamo in prima fila per sbatterci sul fondo, come manichini lividi e inerti e tuttavia ingombranti. Il Circolo viene invaso da presenze insolite e moleste: poliziotti, portantini, medici. Altri soci si riversano da altre stanze, altri ancora si fanno largo per non perdersi l’occasione di essere al posto giusto nel momento giusto: è un viavai di gente che gira intorno al corpo che giace a terra come in una giostra che ruota a rilento senza fermarsi mai. Ci guardiamo negli occhi, ci scrutiamo, poniamo domande che non chiedono risposte ma altri interrogativi: “L’avresti immaginato?”, “Tu che sapevi?”, “Nessuno ha visto niente?”, “Ma tu dov’eri?”. E sono le domande che davvero comincia a insinuare un commissario di polizia, un commissario donna, la dottoressa Allocca, coadiuvata da un vice, uomo, e da un ispettore come se ne vedono nei telefilm americani: grasso e goffo.
     La giostra si dirada, ci dividiamo e ci dividono nelle altre stanze, ci fanno sedere, annotano i nostri dati e le nostre dichiarazioni mentre la televisione, ancora accesa, trasmette le interviste agli atleti che hanno vinto. Clara Gatto si chiede astrattamente che senso abbia avuto, o possa avere, un omicidio nel nostro Circolo e, altrettanto astrattamente, le risponde Espedito Arcovelino affermando che la “cosa” è perfettamente in linea. “Quale cosa? In linea con che?!” chiede Clara e, con la fatua solennità di una sciocchezza, Espedito aggiunge e chiarisce che dovevamo aspettarcelo un evento del genere, che “siamo perfettamente in linea” con atmosfere e rituali tipici dei circoli come il nostro, che forse era già successo negli anni passati un fatto di sangue nelle nostre sale ma che non ce n’eravamo accorti perché distratti dal gioco o dalla noia, mentre ora ci vorrebbe la penna di un Augias o di un Lucarelli per renderci pienamente consapevoli che sapevamo… “Che sapevamo, cosa?!” ma stavolta Clara non riceve risposte: Espedito si è lasciato prendere e suggestionare dalla sua passione per i romanzi gialli e per i film del terrore, passione che ha sempre coltivato, come tutti i velleitari, grandiosamente, nel suo fatiscente casino di caccia agli Astroni.

     Ognuno di noi ha la sua parola preferita, la sua versione inconfutabile su quanto è successo, sulla persona a terra, sulle motivazioni che hanno armato la mano dell’omicida. Ognuno ha il suo ricordo più o meno compassionevole, la sua sentenza già scritta e pensata prima che Liliana venisse uccisa: non sono più avvocati, ingegneri, imprenditori, ammiragli in pensione, quelli che parlano e argomentano: sono gli uomini e le donne che solitamente giocano a carte, che partecipano a gare di beneficenza, che inaugurano una nuova stagione velica, che festeggiano le vittorie dei nostri soci sul mare che ondeggia piano davanti a noi come in un brodo di linguine.
     In realtà, tutto è segmentato, spezzettato, tra le considerazioni generali e generiche di un’esistenza prematuramente conclusa e le colpe, i meriti o le responsabilità di quanti hanno assistito in questi anni alla casuale o fatale evoluzione di un’abitudine, o di un destino. Tutti cercano, in realtà, di chiamarsi fuori, come si dice, di non essere tirati in ballo, di poter dimostrare di essere estranei alla sorte della povera Liliana e del delitto che l’ha eliminata dai ricordi o dai rancori.
     E inevitabilmente, come sempre succede in casi del genere, le paure che si disegnano sui volti e lo sgomento che si svela nei gesti stimolano la curiosità dell’ispettore grasso e poi, anche, le perplessità del commissario, della dottoressa Allocca.

     “Lei conosceva la vittima?… Da quanto tempo frequentava il Circolo?… Che tipo di persona era?… Le risulta che avesse problemi di lavoro o di famiglia?… Era invisa a qualcuno, qui, nel Circolo?”… “Invisa”! Chi usa ancora questa parola? È nel prontuario del buon commissario di polizia?!… E poi che domande!
     Certo che conoscevamo la vittima! Ci frequentiamo tutti, come minimo, da dieci anni e sappiamo tutti che persone siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri desideri realizzati o incompiuti, se abbiamo voglia di lasciarci andare o di restare ancora al timone, di affrontare il mare o di sdraiarci sulle terrazze a prendere il sole, senza pensare a niente, neppure a noi stessi, ai nostri nomi, ai nostri sogni, ai nostri guai.
     Fulvio Rodimonti guarda il corpo di Liliana disteso sul pavimento e, scuotendo la testa, sussurra: “Chi può aver ucciso una donna così bella?” e il suo sguardo si alza e si ferma sugli occhi di Geppi Cassitto, che se ne sta in un angolo con le braccia conserte, come per abbracciarsi, per tenersi calmo e distante dagli altri che inevitabilmente ripensano all’episodio dello sfregio. E Liliana davvero è bella anche da morta: il braccio destro disteso, la mano chiusa a pugno come per afferrare la vita che stava perdendo, il tronco riverso su un fianco, la gamba sinistra sollevata che scopre le cosce lunghe e il triangolo rosa dello slip. Sopraggiunge Ettore per ricoprire con una tovaglia candida il corpo di Liliana ma la mano destra resta fuori, con quel pugno chiuso che non stringerà più nulla, in quella posa old fashion, per la pubblicità di un profumo o di un integratore alimentare. Profumi e salutismo non le serviranno più, non le sono mai serviti: Liliana era una donna eccentrica e sprezzante, vogliosa, smaniosa, di quelle che non puoi essere mai amica ma solo antagonista e avversaria, anche ora che è morta. Cosimo Lupoli si è ripreso dal deliquio e risponde alla domanda di Fulvio: a uccidere una donna così bella può essere stata solo un’altra donna… perché gli uomini sono così insulsi e abitudinari nei loro ragionamenti? Perché non colgono aspetti e situazioni che sfuggono e si afflosciano per quella presunta immediatezza che ostentano, che vogliamo che ostentino? Sicché a uccidere Liliana sarà stata una donna gelosa della sua bellezza, una donna infelice e insoddisfatta, in pratica una mezza tacca, una donnicciola, una donnetta? Tutta qui la grande intuizione maschile? Figurarsi allora che ne caverà fuori la dottoressa Allocca, con quei suoi occhi grandi spiritati, giacca e pantaloni di lino, foulard in tinta, collane sottili e un velo di rosso fucsia sulle labbra sottili!

     Arriva il giudice con altri funzionari della Procura: guardano il cadavere scoprendo appena il volto e il collo, poi tutto il corpo che fanno riprendere dai fotografi sulla scena del delitto, annuiscono, parlottano con i poliziotti, ci osservano, ci squadrano e continuano ad annuire, chissà a che.
     Camilla Landriscina chiama Ettore per farsi servire un cognac, deve tirarsi su e ci fa cenno di raggiungerla: “Ma insomma chi è stato?” e sbatte la mano sul bancone del bar, come per richiamarci alle nostre responsabilità. “Non tocca a noi scoprirlo” ribatte Espedito, un po’ offeso. Camilla sospira con fastidio e ci dice che chi sa deve esporsi. “Ma esporsi a cosa?” interviene Fulvio, subito spalleggiato da Cosimo: “Cioè, vuoi dire che è stato uno di noi?!”. “Mi sembra ovvio!” è la risposta secca e definitiva di Camilla.
     L’ispettore grasso ha captato il nostro dialogo e si avvicina con un passo felpato, trascinando con leggerezza quelli che saranno sicuramente i cento-centodieci chili della sua mole. “Avete scoperto qualcosa?” ma nessuno di noi sa come reagire, o come interpretare questo commento beffardo, giudicandolo più sgradevole di una provocazione.
     Il giudice dà disposizioni per rimuovere il corpo di Liliana mentre il medico compila la sua relazione e i portantini si avvicinano con uno di quei bauli mortuari di zinco, che sembrano piccoli siluri d’alto mare.
Allocca richiama l’ispettore: il giudice vorrebbe ascoltare le nostre impressioni o le nostre deduzioni, o semplicemente le nostre verità. Bella, questa! Le verità! Come se le verità fossero esternazioni occasionali di calcoli improvvisati, di complicate connessioni tra quello che precede un delitto e quel che segue, tra chi aveva un movente plausibile e chi si è semplicemente trovato ad essere spettatore del fatto, in una giornata come questa, tiepida e solare, per godersi i 200 misti di Rosolino. Ha ragione Camilla: chi sa dovrebbe esporsi, avere il coraggio di dire quello che sa: è inutile negarlo ma qualcuno del Circolo, oggi, si è esposto più del dovuto, si è lasciato prendere la mano e poi l’ha nascosta.

     “Signor Cassitto, lei era un buon amico della signora Liliana Palladino?” gli chiede l’ispettore e Geppi si scioglie appena dal suo torpore: “Siamo tutti amici qui al Circolo”, “Era una sua cliente?”, “La maggior parte dei soci del Circolo frequenta il mio studio di commercialista”. “Anche lei è stato vittima di un’aggressione, qualche tempo fa?”, “Veramente ero io l’aggressore ma ho pagato fino all’ultimo centesimo”.
     A distanza di tempo, tutto diventa quotidiano: subentra il perdono o la commiserazione, si dimentica e si accantona, “si rimuove” come dicono gli intellettuali. “Be’ – esordisce Cosimo – anche la povera Liliana era una fiamma di Geppi” e scambia occhiate con Ettore e Franca, che non replicano, per non tradirsi. Geppi ha ascoltato quella che è una verità a tutti nota e non ha reagito: si è limitato a guardare oltre le vetrate delle terrazze, rinserrando le braccia attorno a sé.
     “Signor Arcovelino, lei è… lei era l’avvocato di fiducia della vittima?”. Espedito dice di sì ma sta pensando ad altro, a quell’acquisto che non andò mai in porto, quella casa di vacanze a Massalubrense per la quale l’avvocato di fiducia, il fissato con i libri gialli, si espose amichevolmente – questa sì, che fu un’esposizione! – per duecentomila euro, perdendoli quasi tutti perché Liliana, all’ultimo momento, l’aveva venduta a un altro dei suoi uomini scendiletto. Già, ci voleva Poirot per capire com’era stato infinocchiato per bene, l’avvocato Arcovelino, un’itch-cocchiana testa di cazzo!
     Camilla non ne può più di quest’interrogatorio travestito da fiction televisiva e affronta l’ispettore alla sua maniera, con risolutezza: “Ma lei che cosa vuol farci dire, ispettore? Sono stata io la prima a dichiarare che qualcuno tra di noi sa più del dovuto e forse è il responsabile di quello che è successo, tengo a precisare però che, al di là del giochetto che state portando avanti, che stiamo portando avanti, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per una persona che ha fatto quella fine” e, sorprendendoci, tracannando il suo cognac, si lascia cadere esausta su una poltroncina del bar, cominciando a tremare e mandandoci sottovoce a quel paese.  Clara Gatto le si avvicina premurosa, le accarezza i capelli e poi ci guarda spoetizzata, rimproverando il nostro silenzio e il nostro distacco. Ci sentiamo tutti coinvolti da qualcosa che non ci coinvolge, se non per il fatto di essere soci del Circolo e di dividere pomeriggi e serate, pettegolezzi e lamenti. Fulvio e Cosimo, però, non accettano il giudizio sommario di Clara, non si sentono corresponsabili della morte di Liliana e spiegano che il silenzio non è necessariamente omertà e il distacco è solo il segno di un’incapacità di agire e pensare.

     “Signori, ci rendiamo conto che siete tutti un po’ scossi – ammette l’ispettore, giocando a fare l’investigatore – ma vi posso assicurare che rientra nel nostro compito rivolgervi questo tipo di domande”. Ma non sortisce effetti la tirata istituzionale dell’ispettore: nessuno gli dà credito e sèguito: solo Fulvio aggiunge con maligna ironia: “C’è qualche partita in tivvù? Dovete risolvere il caso entro stasera?!”.
Sì, le cose si mettono male: gli atteggiamenti di civile disappunto e di costernazione vengono sostituiti e soppiantati dalla sciattezza, dal malanimo, dal disinteresse. L’ispettore se ne accorge ma non sa come ribattere tempestivamente al nostro sarcasmo: blatera qualcosa sui rapporti interpersonali tra noi del Circolo, sul tipo di vita che conduciamo, sulle passioni fatue di cui ci vantiamo ma non ne azzecca una, non riesce a impensierirci, lasciandoci tranquilli nella nostra indifferenza.
     Al televisore è stata tolta la voce, passa la pubblicità di una ragazza che togliendosi le scarpe in un negozio fa stramazzare tutti a terra per l’olezzo che emanano i suoi piedi: non ci fa ridere come altre volte e tuttavia ci sembra l’unica realtà possibile ma come di un altro mondo. Passa la sigla del telegiornale, il sorriso mellifluo del mezzobusto, i titoli principali, le facce della politica, i fatti di sangue, i malanni dei calciatori, le ricette per l’estate, l’anticipazione dei romanzi dei giudici che scrivono, l’ultima geniale imitazione di Fiorello. Ce n’è di che lasciarsi andare a quest’altro mondo, al mondo nostro, qui nel Circolo, che sembra vivere di riflesso una sua vita separata ma complementare, tragica ed efferata eppure compiacente e pedissequa ai simboli e ai segni che da anni seguiamo sui teleschermi delle nostre velleità.
Sopraggiunge la dottoressa Allocca e annuncia che è stata recuperata l’arma del delitto: l’hanno trovata sotto la bacheca dei trofei. Il vice-commissario, torvo e massiccio come un camionista in giacca e cravatta, è sbrigativo ed essenziale, si frega le mani e ci dice che l’assassino è ancora tra noi. Se è ancora tra noi – pensiamo – allora cercatelo, scovatelo, prendetelo…

     “Signora Bove, dove va?”
     “Prego?”
     “Lei non ha nulla da dire?”
     “Cosa dovrei dire…”
     “Lei è l’unica che, diciamo così, non ci ha illuminati…” aggiunge la dottoressa Allocca mostrando la rivoltella del delitto avvolta in un panno bianco: è una calibro 7,65, maneggevole, precisa. Mi accorgo che la descrizione della rivoltella si è diffusa nell’aria, come se avessi parlato, e tutti si aspettano ancora altre descrizioni da me. Da me? E che c’entro, io?! Che hanno da guardarmi?
     Persino Camilla alza gli occhi verso di me, non trema più e mi fissa lanciandomi un messaggio che non riesco a interpretare: se sia o no il caso di raccontare quello che è successo da otto mesi a questa parte, dallo sfregio a questa uccisione. Clara addirittura sta per piangere, Fulvio china il capo, Espedito si massaggia il mento, Ettore ripone senza far rumore il bicchierino di cognac di Camilla, Franca rinserra le labbra trattenendo per un attimo il respiro. Geppi è rimasto dov’era, immobile come una sfinge.
     “Signora Bove, vuole dirci dove si trovava quando è cominciata la trasmissione televisiva?”… e che ne so, io, dove mi trovavo? Ero di là, davanti al televisore, oppure di qua, vicino al tavolo da gioco, o stavo parlando con qualcuno o telefonavo a qualcuno, forse mio marito o mio figlio… Stavo qui, nel nostro Circolo, come sempre, come la maggior parte dei pomeriggi e di queste serate che cominciano a farsi tiepide e fragranti per il profumo del mare che ancora resiste alle immondizie… Ma le parole che penso girano solo nella mia mente e mi dànno coraggio e forza: potrei inventare, potrei accontentare la dottoressa Allocca, il suo vice o l’ispettore grasso e anche il giudice che sta ascoltando senza far domande, sicuro che i poliziotti sveleranno il mistero: potrei dire per esempio che la storia con Geppi non finì con lo sfregio o la chirurgia plastica, potrei confessare che abbiamo continuato ad amarci, che abbiamo superato tutti gli ostacoli che abbiamo incontrato o che ci siamo creati ma non l’ultimo, quello che ci ha messo l’uno di fronte all’altra per capire cosa ne sarebbe stato di noi.

     “È sua questa rivoltella?” mi chiede la donna-poliziotto e io, come donna-sospettata, potrei sfidarla e farla girare a vuoto fingendo stupore e risentimento ma sarebbe solo una perdita di tempo: lo sanno tutti che quella rivoltella non è mia ma mi appartiene perché è di mio marito, appassionato di armi e di eventi mondani. Come avrà fatto la donna-poliziotto a ipotizzare che l’arma fosse mia? Chi ha ucciso Liliana ha commesso un errore imperdonabile occultando la rivoltella come può fare solo uno sprovveduto, uno che non maneggia le armi, uno che non ha mai impugnato un’arma. Ma forse l’assassino non voleva nasconderla, forse gli è caduta di mano nella colluttazione, si sono sentiti vetri rotti, no?, e quindi ci sarà stato un imprevisto, qualcosa o qualcuno che si è messo di mezzo fra i due, fra chi realmente l’assassino voleva eliminare e chi purtroppo è stato eliminato sul serio. È probabile che sia andata così, è probabile che volessi vendicarmi di Geppi per lo sfregio di otto mesi fa, per i soldi che gli avevo dato per restaurare la casa che aveva comprato da Liliana, per la relazione che aveva intrecciato con Liliana, per quel cumulo di ragioni e impulsi che gli altri chiamano “movente” ma che non si configura mai come una smania scatenante, sortita dal rancore o dal rimpianto. È verosimile, piuttosto, che la signora Maria Bove abbia deciso lucidamente di porre fine ai dubbi che la tormentavano sulla fedeltà di Geppi Cassitto e sarà stata davvero un’illuminazione, come mi ha ammonito la dottoressa Allocca: con fermezza avevo deciso che la vita dovesse avere altri giri, altre giostre ma non potevo immaginare di trovarmi di fronte anche Liliana, capitata tra di noi quando non doveva, e di essere costretta a sparare a vuoto, a non colpire Geppi perché mi aveva sbattuto contro la bacheca dei trofei frantumando i vetri ma il colpo era già partito: lui l’aveva evitato, Liliana Palladino no.

     Ora mi guardano come se i miei pensieri fossero diventati finalmente suoni e parole, come se avessi confessato. Ora tutti pensano che a uccidere Liliana Palladino sia stata Maria Bove, la bellissima Maria Bove con una guancia deturpata e con un destino incompiuto. Ora tutti si attendono che io parli, che mi faccia sentire… “Che ha fatto Rosolino? Ha vinto?”.

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 Nota biobibliografica

Napoletano, del ’47, Antonio Scavone ha esordito nel 1975 con un lungo racconto (Un azzardo) sulla rivista NUOVI ARGOMENTI. Ha scritto per la RAI sceneggiature ed elaborazioni originali (La bella bionda, Lezioni di farsa, Mar Nero) e, per il teatro, ha delineato i temi essenziali di una drammaturgia politico-realistica, senza dimenticare quell’universo imperfetto che è Napoli: Vi servo io, Basse frequenze, Signora Clara, Una notte d’Italia, Acchinson. Nel 1989 ha vinto il Premio FAVA con Regolamento interno, sui delitti di mafia, prodotto dal Teatro di Roma e dal Teatro Libero di Palermo e nel 1990 il Premio TEATRO E SCIENZA con Ricognizione assoluta, sulla tragica fine del matematico napoletano Renato Caccioppoli, messo in scena nel 1993 dal Centro Teatrale Bresciano. È stato direttore artistico del Teatro Politecnico di Roma. Nel 1999 è tra i vincitori del premio NAPOLI IN GIALLO con il racconto poliziesco 1799 ed ha vinto il premio CASTILENTI con il racconto Anime leggere. Nel 2001 ha partecipato alla manifestazione MAGGIO DEI MONUMENTI, del Comune di Napoli, con lo spettacolo teatrale 3 numeri per la Guglia. Nel 2003 ha vinto il Premio CALENDOLI con l’atto unico Partono i bastimenti. Alcuni dei suoi testi sono stati pubblicati dalle riviste Sipario, Hystrio, Ridotto.

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3 pensieri su “Un racconto inedito di Antonio SCAVONE

  1. Plessus

    Segnalo una piccola incongruenza temporale.
    La pubblicità della geox a cui fa riferimento il testo è del 2007, e l’ultima volta che Rosolino gareggiò sui 200 misti, se non ricordo male, fu il 2006.
    Il racconto però e molto interessante, e mi è piaciuto.
    In 250 righe sono spennellati vividi molti tratti grotteschi e “inconfessabili” segreti della italica provincia. Nulla di meglio della location scelta, il circolo sportivo, per rendere evidente il contrasto tra il vibratile vissuto dei protagonisti e lo stile sobrio con cui sono tratteggiate le loro storie.
    Bello, quasi confidenziale, il modo con cui l’autore conduce il lettore al finale.

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  2. Giorgio

    Sì, bello, la scrittura, con un realistico accumulo di notazioni, costruisce proprio il senso del vorticare di una giostra, rende il caotico e l’imprevedibile delle relazioni.

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  3. Piero Caluori

    Nel racconto di Scavone i soci del circolo nautico non sono naviganti di nessun mare, ma naufraghi delle loro inconcludenti esistenze,portati dalla risacca di passate passioni ad aggregarsi per istinto in rituali elugubrati e vacui.
    Neppure l’omicidio,che potrebbe essere per contrasto segno di vita, riesce a scuotere le nullità ed avere un significato: chi è morto non è colui che doveva morire, la confessione del delitto sarebbe ambigua e fuorviante,la ricerca dell’ arma e del movente non illumina alcuna più umana realtà per quanto dalla “scientifica” condotta.
    Nel secolo nuovo Scavone ci dice che il dubbio su chi va e chi resta non ha più senso giacchè le nostre viste sono su ” un brodo di linguine ” e le nostre vite nel sottofondo della decadenza. Non ci si immerge più in apnea,ma con insonorizzati scafandri.

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