di Manuela Maddamma
Firenze, Caffè delle Rose, parlo di lei con un suo amico degli ultimi anni, che mi ha appena consegnato alcuni ricordi, due lettere e un disegno, riaffiora in me un suo pensiero.
“Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi”. Queste parole costituiscono una rivelazione. Mi suggeriscono l’unico modo di affrontare il mondo arcano di Vittoria Guerrini: l’osmosi. Inghiottire ogni sua frase, ogni suo segno.
Vittoria pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel 1956 come Cristina Campo, nome col quale decise di diventare nota, pur firmando lettere e articoli con diversi altri pseudonimi: la Pisana, Murena, Vie, Xtina, che ora stillano come petali dalle labbra del mio confidente.
È del pomeriggio quell’ora sonnolenta che allontana la gente dalle strade e io attendo, come una bambina, la fiaba, le ciglia lente a battere per l’attenzione, come Belinda che – nel cuore dell’inverno – chiese al padre in dono “…una rosa, solo una rosa”. Qualche tempo prima della morte, mi racconta, a insaputa del compagno Elémire Zolla, Cristina aveva distrutto il testamento redatto in suo favore. Il giorno dopo il decesso i parenti di lei vennero da Bologna, la pretura di Roma strinse i sigilli alla casa sull’Aventino in attesa di procedere all’inventario dei beni. A parte alcuni sacchi di libri e vestiti portati via di fretta da Zolla prima di riconsegnare le chiavi di casa, i parenti spartirono tra loro i pochi beni accumulati negli anni, e montagne di carte finirono in un baule chissà dove. Ma “la parola è un tremendo pericolo, soprattutto per chi l’adopera, ed è scritto che di ciascuna dovremo rendere conto”, aveva detto Cristina in un’intervista. La sua aristocratica riottosità mai si chinò alle leggi che il resuscitato demi-monde letterario si diede nel dopoguerra, affamato com’era di affermazione e di moda. L’unica volta che, per ragioni puramente economiche, aveva deciso di piegarsi ai dettami dello spasmodico presenzialismo – quelle ragioni che oggi nell’editoria si fanno chiamare “leggi di mercato” – partecipando con un racconto al premio Teramo, la fortuna l’assistette e non vinse. Accolse la notizia con gioia, “…sarebbe stato del tutto fuori della mia costellazione naturale” scrisse al vecchio amore fiorentino Leone Traverso.
L’idea che la Campo aveva dello scrittore era originale e anacronistica, incentrata sulla responsabilità e sulla lapidarietà del segno-parola. Una continenza verbale davanti allo sfacelo lessicale del discorso giornalistico, letterario, politico e giuridico che derivava anche dalla lettura di Hofmannsthal, nella cui Lettera di Lord Chandos il protagonista si riduce addirittura al silenzio. A proposito di questo scriveva: “Dove, dunque, cercare lo scrittore? Le domande si generano una dall’altra: per esempio: che cosa è lo stile? La prima immagine che si presenti è questa: una virtù polare grazie alla quale il sentimento della vita sia nello stesso tempo rarefatto e intensificato. Cosicché, grazie a un movimento simultaneo e contraddittorio, là dove l’artista concentra al massimo l’oggetto riducendolo, come i pittori T’ang, a quell’unico profilo, a quella pura linea dall’alto al basso che è, per così dire, la pronuncia stessa dell’anima, il lettore lo sente in sé moltiplicarsi, esaltarsi in armoniche innumerevoli”.
A parte la produzione poetica raccolta ne La Tigre Assenza e gli epistolari – e la vita, forse il suo più rarefatto segno, che la giornalista Cristina di Stefano ha ricostruito per chi in quegli anni era assente o distratto in Belinda e il Mostro, Vita segreta di Cristina Campo – ciò che ha lasciato alle stampe è difficilmente definibile. Nel volume in cui Adelphi ha riunito sotto il titolo Gli imperdonabili le pagine di questa originale prosa si ha una sola certezza: non è scrittura narrativa e nemmeno saggistica. Non è narrativa allo stesso modo in cui non lo sono le architetture mutanti di De Chirico nel suo Ebdòmero, in entrambi possiamo riscontrare la sfida al discorso e l’imposizione delle visioni e del senso aperto che deriva dalla loro giustapposizione. Qualcuno potrebbe definire queste pagine saggistica ma la scrittura della Campo forza la prosa saggistica, sfugge ai limiti concettuali e tematici di un saggio, risultando infinitamente più suggestiva. I periodi della Campo sono difficili da parafrasare proprio perché la sua parola è simbolo, è segno svuotato del significato più noto, è per il lettore speranza concava che trova il pieno, che trova il senso, solo nel miracolo della visione che la scrittrice ha deciso di evocare, nella perfezione della sua prosa, nell’incastro dei suoi riferimenti eruditi. Nasce così un luogo letterario e necessariamente letterario dal quale il tema trattato non può uscire, se non con una ripetizione a voce par coeur. Pena la perdita di cerimonia. La speculazione è insomma scavalcata, la scrittura è approdata alla poiesis, produce esperienza estetica: “cresce lillà da terre morte” (come lei stessa ha tradotto dalla Terra desolata).
Non c’è insomma niente di fraudolento nel suo rapporto col lettore, ma è incentrato su distanza e un rispetto che si fa quasi cortesia. Lei stessa ne diede questa definizione: “Quale misteriosa confidenza lega il grande scrittore al suo lettore e quale abisso lo separa da lui. È quel tono del tutto familiare, da colloquio privato, che solo i re possono concedere: pieno di arcane allusioni e di delicati interrogativi […]. Dall’inizio della Commedia sino all’ultima lettera di Pasternak, per esempio, è la stessa altissima negligenza, lo stesso confidente, grave e dolce distacco”.
Ed è con la stessa intima confidenza che sfioro oggi queste carte: dalle lettere, piegate una nell’altra, si scorge una calligrafia leggermente inclinata, stesa in un gesto rapido ma marcata nel tratto, come se fosse dettata da preoccupazione. Ma è sul disegno che decido di prestare per prima la mia attenzione. Sembra un orologio liturgico, e appartiene evidentemente agli ultimi anni di vita della scrittrice.
Nel grande cerchio sovrastato dal sole, la vita di Cristo è messa in relazione all’anno tropico e scandisce il ritmo quotidiano della preghiera. Il sole è il Dio vertigine che annulla il tutto, il Cristo intorno al quale tutto ruota e che ci ruota intorno: Christus, Sol Justitiae, Vir Orientis, nel quale tempo e eternità si incontrano, come nelle due braccia della croce monastica. Sul quadrante delle ore canoniche le quattro stagioni corrispondono al giro del sole e ai quattro momenti principali della vita di Cristo: Natale (inverno), Pasqua (primavera), Ascensione e Pentecoste (estate), preparazione all’Avvento (autunno). Alla mezzanotte del solstizio d’inverno, ora e giorno oscuri e propizi agli eventi fatidici, il Cristo-Sole comincia a manifestarsi da una grotta, a portare la luce dal buio della terra.
Di qui scaturisce la fascinazione, o forse l’ossessione, di Cristina Campo per la liturgia ecclesiale, nella quale ella scorgeva non solo un lievito e un nutrimento dell’anima, ma anche uno dei più efficaci argini da opporre allo sfrenarsi delle forze del caos che minacciano continuamente lo svolgersi della vita nella città degli umani.
La sua era stata una conversione, più che semplicemente tardiva, progressiva e misteriosa. Veniva da una famiglia di intellettuali tiepidamente cattolici, ma la curiosità, la sofferenza causata dal cuore malato fin dalla nascita, e l’amore, avevano presto fatto affiorare in lei un’originale vena mistica. Complici gli incontri con le pagine di Hofmannsthal e della Weil, e la conoscenza di padre Vannucci, di Bazlen, di Ernst Bernhard e infine di Elémire Zolla, con gli anni passò da una curiosità puramente intellettuale verso l’impatto iniziatico di certe religiosità, all’interesse sempre più profondo verso le abbazie e il monachesimo, sia orientale che occidentale, fino alla frequentazione assidua dei benedettini di Sant’Anselmo in compagnia della madre. Nel 1965, infine, dalla prostrazione della malattia cronica e dalla solitudine in cui era crollata dopo la morte dei genitori, come disse l’abate Zanella della conversione di Manzoni nella chiesa di San Rocco: “Si levò da terra credente”.
Il suo tortuoso percorso di fede ebbe esiti originali. La sua religiosità, radicata nel fervore del Cristianesimo delle origini, si potrebbe definire spiritualmente carnale: in Sensi soprannaturali, stupefacente articolo apparso sulla rivista “Conoscenza religiosa” fondata da Zolla nel 1969, Cristina parla addirittura di teofagia: “Per essere divorati, assimilati dalla divinità, divorarla dunque. Per essere fatti a Dio cibo e bevanda, cibarsene e berne”.
Come la Maria Stuarda di Schiller, è nella carnalità della liturgia, luce per intelletti e sensi, che una tale religiosità può trovare il massimo momento di comunione. Iniziatrice sovrana, interiore movimento delle ore, la liturgia diviene presto per lei “la chiave che dà senso a ogni momento: lodi, ore terza, sesta e nona, vespri, soprattutto compieta, ‘che contiene tutto, assolutamente, quanto occorre per affrontare la notte’. Il lungo corteo di salmi e invocazioni scandisce il tempo, facendolo ruotare intorno al sacro come intorno a un sole immobile. È una disciplina complessa, che la affascina come tutto quanto ha a che fare con il rito.
Si direbbe che avesse accolto l’idea guénoniana di una Grande Muraglia che protegge il mondo dalle spinte distruttive miranti ad aprirvi delle brecce. In questa visione drammatica la liturgia sarebbe uno dei più vigorosi puntelli che sostengono quelle mura.
Nella fede dunque, con il suo soccorso di una liturgia millenaria, Cristina trova sicura difesa in un mondo di cui “già mezzo secolo fa Eliot mostrò, in uno spaccato atroce, quelle case, quelle stanze della non-vita di dove il cumulo orrendo dei giornali, il grammofono, la costernante casualità dei gesti avevano bandito ogni spazio per il destino e l’eros stesso era già uno spettro senza testa: unreproved, undesired”.
L’8 dicembre del 1965 il Concilio Vaticano Secondo serra però i battenti. Le conclusioni, esposte in quattro Costituzioni, sono di tenore moderato, ma già sono nell’aria i primi segnali di un nuovo corso, negli anni immediatamente successivi il partito dei modernizzatori prenderà il sopravvento sulla tradizione. L’aspetto più innovativo del Concilio riguardava proprio la liturgia: bisognava rendere più comprensibile il rito (palesemente una contraddizione in termini), coinvolgere maggiormente i fedeli: entro qualche anno la messa sarebbe stata celebrata in italiano.
L’abbandono della messa in latino, del solenne e magnifico canto gregoriano, il volgersi del sacerdote celebrante non più verso l’altare e quindi verso Dio, ma verso l’assemblea dei fedeli, costituivano dunque per lei molto più che ferite inferte al corpus delle osservanze liturgiche. Pativa tali innovazioni carnalmente, come fossero state inflitte direttamente a lei.
Non poteva restare indifferente alla “lebbra” della messa in volgare – “microfoni da per tutto, discussioni penose là dove era silenzio e sorriso” – e aderì quindi all’associazione “Una voce”, che si proponeva di opporsi ad ogni stravolgimento della liturgia cattolica tradizionale. Ma per Cristina tale impegno polemico non risultò meno avvilente. Le sue lotte erano interiori, e non meno pericolose. Sta di fatto che, sul piano personale, la liturgia “sovvertita” non poteva più soddisfare l’anelito di spiritualità che le era necessario alla vita dell’anima come l’ossigeno lo è a quella del corpo.
Così, con una felice intuizione si rivolse ad Oriente. Abbandonò la “fortezza” di Sant’Anselmo e, catturata dagli splendori dell’ortodossia, cominciò a frequentare una chiesa di rito russo-bizantino in via Merulana, Sant’Antonio Eremita, sede del Pontificio Collegio “Russicum”. Il Russicum di oggi non è diverso da quello di allora. La immagino, anima desolata, graffiata da continue morti e rinascite – e la mia valle rosata dagli uliveti/e la città intricata dei miei amori/siano richiuse come breve palmo,/il mio palmo segnato da tutte le mie morti – entrare nel santuario nel lungo mantello nero che era solita usare, procedere verso il centro avvolta dagli incensi, investita dall’azzurro e dall’oro delle icone inginocchiarsi per abbandonare il mondo sensibile e cercare la cura, il contatto immediato, il miracolo della guarigione. Qui la dimensione del tempo è abbattuta, il passato e il futuro fluiscono l’uno nell’altro, qui si è nel tempo istantaneo, nell’invisibile, e come Pavel Florenskij testimonia, gli sguardi delle icone sono gli sguardi benedetti e sfolgoranti dei santi così come la finestra attraverso la quale passa la luce è la luce o l’alga odorosa testimonia il mare ed è il mare. La vedo, Cristina, di fronte a tanta bellezza, assetata di sapienza e d’amore, assorbire tutta perfezione dei gesti di quei monaci dai volti bizantini e gli occhi penetranti, baciare con devozione e passione le icone: “e la fiamma sboccia come il bacio all’icona/e il bacio sboccia come la rosa all’icona”.
Ed è proprio quella parola, ‘Russicum’, che cattura il mio sguardo su una delle due lettere che ho tra le mani.
“Sabato sera. Un’ombra pesa terribilmente su di me da due o tre giorni. Le accennai qualcosa. Non capisco più. Ho una tremenda paura di riammalarmi. Dio sa se potessi parlarle: forse mi proteggerebbe, mi esorcizzerebbe dal male. Ora bisogna vedersi fuori. Come fare? Può telefonarmi domani pomeriggio, Domenica, alle tre per esempio? O alle 2? Oppure la mattina presto (si potrebbe poi vedersi dalle parti del Russicum). Per presto intendo le 9,30, non so. Vorrei rispondere io al telefono. Potrei sempre dire che andiamo al Russicum. Lunedì pomeriggio sono sola. Ora lei… so bene fino a che punto divorato. Mi perdona? Xtina”.
Non sapremo mai quali conflitti si svolsero nell’anima di Cristina e da quali forze si sentisse minacciata. Ma possiamo forse azzardare che la muraglia che difendeva la sua anima e che lei puntellava facendo anche ricorso alla imperitura ierofania dei riti tradizionali, un giorno di fronte a qualche più massiccio assalto dovette cedere ed il cuore di Cristina con essa, facendo diventare il disegno e i circoli e i cicli con i quali tentò infine di difendersi poca cosa.
In una lettera all’amica Margherita Pieracci, di vent’anni precedente a questa testimonianza, e datata 31 ottobre 1956, aveva scritto: “Exit, dunque, Ottobre. Silenzio nel Circo, in attesa di Novembre, la ferocissima tigre, a cui il domatore mette la testa in bocca”. Ma this is not an exit, scriverebbe un giovane scrittore americano, anche se in fondo ogni chiusura è anche un’uscita. Un’uscita verso l’ignoto.

bellissimo pezzo, cara Manuela, in ricordo di una Persona eccezionale; per fortuna Adelphi ha pubblicato quasi tutto di lei compresa la raccolta “Sotto falso nome” dei suoi pezzi scritti negli angoli più riposti di riviste e giornali con i più vari pseudonimi, e le “Lettere a Mita”, straordinario carteggio con l’amica Margherita Pieracci. Ma voglio soprattutto ricordare il prezioso volume “Il fiore è il nostro segno”, carteggio tra William Carlos Williams [il poeta statunitense che Cristina tradusse con meravigliosa intensità e intimità: molte poesie sono contenute anche in questo volumetto], Cristina Campo, Vanni Scheiwiller a cura di Margherita Pieracci Harwell, edito da Libri Scheiwiller nel 2001, e ormai trovabile solo in biblioteca, e anche non facilmente. Grazie.
“L’idea che la Campo aveva dello scrittore era originale e anacronistica, incentrata sulla responsabilità e sulla lapidarietà del segno-parola. Una continenza verbale davanti allo sfacelo lessicale del discorso giornalistico, letterario, politico e giuridico…”
Grazie a Manuela Maddamma per l’ottimo contributo, sensibile e puntuale nell’avvicinarci alla vicenda umana e letteraria di Cristina Campo.
Giovanni