L’ ora opportuna, Canti del cerchio ermetico, Il Filo editore
Introduzione
di Giuseppe Conte
Che cosa è la poesia? Quale definizione cauta, dubitante ma non meno necessaria possiamo cercarne? Ogni vero libro di poesia contiene una definizione dellapoesia stessa, implicita o esplicita che sia. È percorso intellettuale, coscienza critica,travaglio etico. È viaggio nei territori nudi della mente oltre che attraverso i motidel cuore. Pasquale Indulgenza, in questo suo L’ora opportuna, che porta un sottotitolo molto significativo come Canti del cerchio ermetico, non si sottraea questa aurea regola.
Ed ecco che la poesia gli appare “l’inimmaginato angolo /d’un frattale, / lo spazio conico rovesciato / verso orbite / sinuose, / caosmoticocorpo fluido / ricorrente / da immagini dinamiche”. È una definizione complessa,ardua, di alto profilo critico. Da un lato, c’è nella poesia rigore geometrico, quello che vi vide l’occhio di Borges tra archetipi di tigri blakiane e labirinti. C’è respiro cosmico, che niente descrive meglio delle clessidre e delle spirali. Ma c’è soprattutto realtà immanente, “corpo”, un corpo che definire “caosmotico” non è astratto gioco di parole, ma necessità di fondere in un neologismo caos e osmosi, credo: entrambi componenti essenziali del processo in cui si producono le immagini in movimento,eternamente energizzanti, della poesia.
Sappia dunque il lettore che sta entrando in un libro che contiene tante strade.
C’è questa prima strada, un cammino circolare, iniziatico e dolce, dove balenano anche, sotto l’insegna di Hermes, insegnamenti del Tao e dello Zen. Dove a citazioni che ci si aspettano, come quelle da Benjamin, si affiancano quelle del tutto inattese, da Cioran o da Gide. Dove il canto lirico si alimenta di lunghi passaggi
del più lirico tra i poeti di oggi, l’arabo Adonis.
Ma il lettore può scegliere una strada più semplice. Può seguire quella che va dai ricordi della propria terra e delle proprie origini, con incantevoli poesie dedicate alla madre e al padre, sino alla città amata nell’esilio, Imperia, e percorsa in ogni suo angolo con una minuziosa, affettuosa, insistita volontà di topografia poetica che lascia veramente stupiti.
Canta Indulgenza: “En plein air / un fiore / con lieve scatto / la madre mi colse”. Ed è un pettirosso a ricordargli i passi e i tratti del padre, con un bellissimo scatto poetico. Il poeta ha radici in Campania, la regione di Tasso e di Di Giacomo, ma anche di Bruno e di Vico. Canta e riflette filosoficamente. È anche un intellettuale, ha un ruolo politico, e non lo dimentica mentre guarda alla televisione le immagini , “i colpi i corpi” della Palestina martoriata, mentre ha la visione di una “libellula giustiziera / di sicofanti del potere”.
Ma la strada centrale del libro appare alla fine quella del viaggio quasi joyciano,o boiniano, dentro il corpo di una città. Che questa città sia Imperia, la città dove sono nato e ho vissuto a lungo, mi rallegra e mi commuove. Ci voleva un giovane intellettuale campano, dall’aria mite e acuta, esitante e decisa, che ha tre
piante grasse sul balcone e sa ascoltare il rumore che fa una lucertola tra le foglie secche, per dare di Imperia una visione così ampia, totalizzante. Diciamolo, per dare dignità poetico-letteraria alla città in sé. Il caro Cesare Vivaldi lo aveva fatto solo in qualche piega, riuscitissima, del suo lavoro. Quanto a me, non ho mai scritto “Imperia” nei miei versi, e spesso Porto Maurizio, Oneglia, Capo Berta diventavano per me simboli, in cui travedevo Micene o New York. Così oggi lo sguardo di un “forestiero” mi diventa rivelatore. La mia città è in realtà la sua.Provo una strana tenerezza di fronte alla toponomastica orizzontale, affettuosa e struggente, che pervade questi versi. C’è tutto, Calata Cuneo, con la sua “banchina oceanica” (è vero, io ho rivisto Calata Cuneo sbarcando una sera sul porto di Aberdeen), Via dell’Ospedale dove una suora cammina come in una tela di Baselitz, la Spianata di Borgo Peri, Piazzetta dell’Olmo, Piazzetta Bianchi,Piazza Dante, crocevia in cui il poeta, la borsa pesante, la testa bassa, esita tra il raggiungere Castelvecchio o il porto, le ex Ferriere, San Pietro, il Parrasio, il Prino, la Torre di Prarola vista dal finestrino del treno.
Ho letto questo libro come andando a mia volta a ritroso nel mio passato,l’adolescenza torbida, l’infanzia allegra e malinconica, come rivedendo la traiettoria del “carro del sole”, che stava dipinto sul soffitto della mia camera nella vecchia casa di Via Carducci. Devo ringraziare per questo Pasquale Indulgenza. E credo che i lettori di questo libro troveranno, ognuno per suo conto, qualche nuova ragione per ringraziarlo.
Calata Cuneo
L’arco è l’indaco
la gru titanica
s’erge e fissa
rugginosa
una libertà in attesa
divisa tra le volte bianche e
la banchina oceanica.
Via dell’Ospedale
Curva
sotto il sole che batte a lato
rasente prende a salire
la monaca
e pare contarsi i passi consumati.
Nella domenica di Oneglia
stralunata.
Sto a guardare
la tonaca
da Via dell’Ospedale
la macchia di stoffa
che sgualcisce e
va a deriva
nera e laterale
come una tela di Baselitz.
“Per tutti i luoghi
Dove è passata –
Così quelli vanno
Cui altro non resta che cercare
Beni perduti –”
*
Tra foglie secche
una lucertola
fa più rumore
di quanto prometta
la sua sottile forma.
È il divario che si sente,
violenza che crepita nel mondo,
il peso principale del passaggio,
che le scopre la testina attenta.
*
Nomina le cose
dice Benjamin
nomina le cose
accogli la lingua muta e
senza nome delle cose
e segna il cerchio.
Ci viene dalla natura stessa
nel fondo da noi stessi
ma è come se
da altro provenisse
la domanda che
sorge in noi.
È natura che si pensa
è l’interiore della natura.
S. Martino al Vomero*
Nella Certosa è sera:
verde il prato, verde il centro
verde il mio rifugio
al riparo del chiostro
di stellato chiarore
e di cerei teschi.
Vedo la costellazione muta
e l’elogio ai martiri:
requies aeterna
a chi un’ultima volta
corse
dagli spalti della fortezza
nobile di morte a fianco
e mai più mirò
la legge morale
salire come alito
dall’erba fresca e
dalla loggia il Salvatore
in cerca di mani
sciogliere l’umano nodo.
Dedicata ai rivoluzionari napoletani del 1799
Piazza Dante
Rimango sui fianchi
con la borsa che mi pesa
la testa lisa
sul ciglio della strada
incredulo
se allungarmi al porto o
tornare a Castelvecchio
in un mezzogiorno
di rumore bianco
che ottunde altre vie.
Al supermercato
L’immagine serve solo
a indicare il gusto
del prodotto
leggo di striscio
sulla crema di yogurt
al passo del carrello.
Serenella
patata al selenio
a tutti augura
buon ascolto.
Gide ha scritto che
le nostre azioni
si attaccano a noi
come fa il bagliore con il fosforo:
ci donano splendore,
ma consumandoci.
San Pietro al Parasio
Frignano i rondoni
dintorno al pinnacolo
del primo ristoro
avvitano l’alba
di ellissi sfacciate.
La costa azzurrina
mi sfugge
diluisce l’encausto
a ponente.
*
Slitti in giro
tartaruga
al cospetto tremebonda
saggia di lattuga
cosmica terrigna amica.
Che succede al mondo?
Il capo sospeso
mi punti austera e
vitrei pensieri assisti.
Non dice Cioran che
l’intelligenza va avanti
solo se ha la pazienza
di girare in tondo,
di approfondire?
Torre di Prarola
Dal finestrino
del treno
che abbocca
alla Torre di Prarola
mi cattura la frangia polare
disseminata
di lamine d’oro
la plaga flegrea
incandescente
sino al mare corso.
Il carro del sole
chiama la sua scia eterna.
Questo accadrebbe
se ora tornassi a guardarmi
tra lingue infiammate,
scintilla
che viene in luce
per amorosa sinusia.
*
Sola, non vista
invisibile
celavi nel pugno
stretto sul ventre
il soffio conchiglia
il profumo d’elicriso che
dal tuo oceano spira
incessante.
Un po’ così è – mi pare –
la poesia:
l’inimmaginato angolo
d’un frattale,
lo spazio conico rovesciato
verso orbite
sinuose,
caosmotico corpo fluido
ricorrente
da immagini dinamiche.
*
Accade e
a tratti chiama
nella vita della mente
un pallido annuncio
di ciò che va e realizza
da incerta sosta
il transito alla penna.
Mai siamo noi
a pervenire ai pensieri,
essi ci raggiungono.
Nella radura
dove la luce gioca
nell’oscurità
è l’ora al dialogo
opportuna.
quietati
una volta ancora,
l’occasione predice
un comune meditare.
