Quasi quarant’anni fa, quando stava in quarta ginnasio, a Roberto avvenne un fatto che minacciò di fargli franare anche quella poca terra che aveva sotto i piedi, e su cui si reggeva a stento.
Per affrontare positivamente quel brutto momento e non precipitare, Roberto si rivolse allora a certi compagni di classe, cristiani attivi nel sociale, come si diceva e si dice, che tenevano in una parrocchia il doposcuola a ragazzini delle medie. Senza grandi abiure né preghiere (Roberto apparteneva a una famiglia che si millantava atea e comunista, ed anche lui si riteneva in buona fede tale) Roberto chiese loro di poter impiegare utilmente il suo tempo libero partecipando a quella attività; certo, non avrebbe insegnato catechismo, ma da buon primo della classe per italiano e matematica sarebbe andato più che bene. I compagni, senza dire né sì né no, gli dissero che gli avrebbero fatto sapere, e si ritirarono per deliberare. Nel giro di pochi minuti tornarono da lui con un verdetto negativo: erano rammaricati, ma Roberto era troppo diverso da loro, e per di più un cane troppo sciolto; avrebbe finito per combinare guai dovunque andasse, e comunque loro non se la sentivano di correre il rischio; provasse altrove, con l’aiuto di Dio.
Con l’aiuto di Dio e un pochino (pochino, ve’!) di se stesso lui ne uscì, anche se l’episodio segnò la sua esistenza più di quanto normalmente accada per ogni atto compiuto o mancato.
Oggi che la vita gli ha ricacciato in gola la gran parte delle sue stupide rodomontate e bestemmie d’adolescente, Roberto non se la sfanga male; e quando legge, con partecipazione e simpatia, di quei certi suoi compagni di scuola diventati pezzi grossi nel campo dell’assistenza e dell’accoglienza di bisognosi e derelitti d’ogni sorta, non prova alcun rancore per quell’antico episodio, ma piuttosto sincera comprensione.
Col tempo quelle persone si sono fatte le ossa, come è successo a lui. Allora le avevano tenere, ed apprezzabilmente erano in grado di accorgersene; perché mai rischiare di spaccarsele, nel tentativo di accomodare le sue?
Chi vuole imitare i santi senza essere santo spesso non è che un pasticcione, o un ipocrita.

un Narratore scrisse che “tutto è grazia” – e questo è il caso. arrivare alla “sincera comprensione” è essere uomini. scrivo di quello che mi manca, che non trovo, e l’anima urla, allora…
massimo
Caro Massimo,
grazie, ovviamente si parva licet…
Un caro saluto,
Roberto
questo apologo lo trovo carino assai. Senza parere dice alcune cose molto importanti. Tra le quali quella di stare assai attenti al senno di poi, di solito molto poco utile. Grazie Roberto.
Caro Sparz,
grazie anche a te.
Cerco sempre di dire “senza parere” le cose che mi stanno più a cuore.
Avrei solo da eccepire sull’inutilità del senno di poi; un’utilità ce l’ha sempre, quantomeno morale, e potrebbe averne anche una pratica, per chi viene dopo.
Il fatto che non sempre riusciamo a comunicare la nostra “morale della favola” non ci esime però dal provarci.
Un caro saluto,
Roberto
Gentile Roberto
Leggendo mi è venuto in mente che quando avevo circa 20 anni avevo scritto in un mio diario/riflessione/romanzo:
“Fede. Cos’è? Credere a qualcosa che non si è capito…perché? forse perchè è troppo difficile sforzarsi per capire, anzi sentire di più e così senza nemmeno provare a superare si vivono a priori dei limiti che non sono nemmeno stati vissuti. Ma se non li vivi con impegno come si può dire che sono insuperabili? O forse c’è chi non ha le capacità per vivere. Credere ciecamente è scappare a meno che non credi a qualcosa che senti anche dentro te. Non esistono vie di mezzo. Si è religiosi o non lo si è e non lo si può essere tramite esperienze altrui.”
Le esperienze al massimo possono farci riflettere sulle nostre problematiche…
Per esempio mi sono ritrovata in “Estasi di un delitto” di Bunuel per i versi:
“il baricentro di un piano convesso/ha mani tremanti di vertigine”.
Un caro saluto ringraziandola
Leela