RITORNO A PORTO BADISCO

Il mare è così simile a un lago, così calmo, così piatto. E al contempo è così profondamente diverso dal lago. Il movimento è impercettibile, ma c’è, è incessante, inarrestabile, e lo rende vivo.
Entro con i piedi nell’acqua. È fresca. Quasi fredda. È ancora l’acqua di maggio. Il sole invece è quello dell’estate piena. Caldissimo.
Avanzo nel mare fino ai polpacci. Leggero brivido. Mi guardo attorno. Niente altro che blu e trasparenze d’acqua. Non la più piccola increspatura, soltanto dolci anelli concentrici che mi avvolgono leggeri. Mi osservo intenerita i piedi, nemmeno deformati dalla riflessione del liquido elemento. È come guardarseli al naturale. O a uno specchio. La purezza di quest’acqua è commovente.
Avanzo ancora, rabbrividendo, sono sommersa fino alla pancia. Piano piano mi bagno anche le braccia, il petto, un po’ la schiena, fino a dove arrivo. E intanto penso. Ricordo.
L’insenatura è definita l’approdo di Enea. Narra Virgilio che l’eroe approdò qui dopo la fuga da Troia, protetto dagli dei. Destinato a fondare Roma per mezzo dei propri discendenti. Ci si aspetta proprio di scorgere all’orizzonte una zattera, o un’antica imbarcazione a vela, di vederla giungere fino a riva col suo prezioso carico umano, trasportata da una corrente lievissima…
La spiaggia è microscopica, così piccola che a Rimini o a Jesolo verrebbe assolutamente derisa e nessuno la prenderebbe in considerazione. Ma questa spiaggetta, d’estate, è stracolma di gente che non rinuncerebbe mai al proprio posticino al sole, anche se così sacrificato. E ci sono gli scogli, tutto intorno, alti e frastagliati, che pure sono presi d’assalto, perché vale la pena stare scomodi se poi ci si può tuffare in un mare così.
Sotto gli scogli, nascosta e protetta, la grotta dei Cervi, in cui gruppi di uomini antichi, si parla del paleolitico, lasciarono la firma, disegni e ricordi per quei posteri che li avrebbero ammirati a bocca aperta millenni più tardi. Non si può entrare in quella grotta. Ne ho sempre avvertito il desiderio, ma è severamente vietato. Vi sono conservate fragili, preziose pitture, fresche come appena fatte. L’umanità con la sua maldestra curiosità le rovinerebbe per sempre.
Avanti, ancora, di un passo o due. Il fondale si sta modificando. Oltre alla sabbia gialla e morbida s’incontrano grossi sassi verdi, che se incappano nel tuo piede gli fanno molto male. Ma non c’è tutto questo pericolo. Si vede benissimo dove poggiare il passo dopo il passo. Un mondo trasparente senza inganni.
Continuo a bagnarmi, e il senso di freddo si riduce. Tra un metro o poco più l’acqua cristallina si colora di blu con chiazze verdi. Eppure la chiarezza continua. Lo so. Me lo ricordo. I pesci vengono a nuotare con te, fra le tue gambe e tu vedi le rocce in fondo.
Non resisto più. Mi getto in avanti, sollevo le gambe, mi alzo, volo. Il cuore si ferma per un secondo, per il freddo, poi accelera. Aumenta anche la frequenza dei respiri, e tuttavia cerco di trasformare gli sbuffi scomposti in una respirazione costante e profonda.
Ci sono, sto volando, sto nuotando. Sono tornata. Acqua nell’acqua. Sono leggera, guardo sotto di me, vedo il fondale roccioso ed è proprio come se volassi nel cielo e guardassi le montagne dall’alto. Un universo blu e incantato, ricco e generoso di creature è sotto di me. Chiudo gli occhi e mi sento a casa.
È qui che ho imparato a nuotare. Avevo 13 anni. Allora mi ero fidata di uno scoglio amico, uno di quelli affioranti, che amano allo stesso modo sia il mare che la carezza del sole. Scogli ospitali, che accolgono pacifici centinaia di granchietti e altri animali, i quali si divertono da matti a pizzicarti la pelle quando ti siedi sul muschio marino che ricopre la loro umida casa. Mi ero fidata di uno scoglio, dunque, un’ancora tutta d’un pezzo cui mi aggrappavo terrorizzata (al di là, l’abisso, profondo una decina di metri, subito), che tuttavia mi faceva sentire tutta la leggerezza di quell’acqua pura. Ricordo come, nella calura infernale di agosto, io, che non sapevo nuotare, mi sedetti su quello scoglio in cerca di refrigerio, e il mare m’invitava, mi sollevava le gambe, m’incoraggiava a non avere paura di lui. Credetti a tutti e due, al mare e allo scoglio, dapprima saldata con una mano alla roccia, poi, più fiduciosa, mi lasciai andare. Seguii un istinto atavico, quello del bimbo nella pancia della mamma. Imparai i gesti. E fu bellissimo. Fu la prima volta che volai nell’acqua. E non sapevo se ridere o se piangere, finalmente anch’io nuotavo. O volavo.
Eccolo, il mio amico scoglio. È ancora là. Rassicurante come allora, amichevole come allora.
E come allora sorrido in un istante di perfezione assoluta, e trattengo una lacrima di autentica felicità. Non ci riesco del tutto, a trattenerla intendo, perché il mio sale, memoria ed emozione di una bimba che non c’è più, esce da me e si mescola con il sale marino formando un’unica, grande, lacrima salina.
Lasciatemi chiudere gli occhi e gustare questa magia.
Oh, io non sono una nuotatrice provetta. Non ho mai imparato ad andare oltre il pelo dell’acqua, a esplorare l’incanto del mondo sommerso, a toccare il fondale in cerca del tesoro dei pirati. No, queste cose non le so fare, purtroppo. Però so volare. So lasciarmi andare. So gustare la meraviglia del sentirmi senza peso, ballerina d’acqua dalle mosse aggraziate, parte del mare, che rispetto e mi rispetta. In modo particolare “questo” pezzo di mare. Che si ricorda di avermi visto bambina inesperta, accaldata, timorosa eppure incosciente. Questo mare che mi culla, mi consola. Per me, dopo un inverno senza fine, questo bagno è la mia estate, la mia epifania, il mio capodanno. Beata, faccio ancora per un po’ la paperetta, in uno stile assurdo, un po’ buffo, che è solo mio.
Non ho più freddo. Il sole riflesso in un gioco di specchi accentua il suo calore che si concentra sulle spalle e sul viso. Chiudo gli occhi pensando che non me ne andrei più, che starei a mollo fino allo sfinimento, fino a che la disidratazione mi riempirebbe il corpo di rughe, fino a che un pesce, o magari un delfino, divertito e un po’ complice, mi porterebbe al largo, aggrappata alla sua pinna.
È tardi, dobbiamo andare.
Due giorni dopo, a 1000 km. di distanza. Piove. Fa freddo. Sono su un altro pianeta.Forse ho sognato.
Mi guardo le spalle perché un po’ mi brucia la pelle. Sono arrossate.Non è stato un sogno.

8 pensieri su “RITORNO A PORTO BADISCO

  1. ramona

    Ezio, Roberto, sì, è un posto fantastico, al di là dei ricordi di bambina. nel corso degli anni hanno sistemato un po’ la spiaggetta, per facilitare il turismo, ma il resto, tutto attorno, è come ai tempi di Enea…
    Ciao e grazie!
    Ramona

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  2. Roberto Plevano

    No, io intendevo, bello il tuo racconto, il trapasso tra presente e l’elegia della memoria, la riduzione all’elemento dell’acqua, che è femmina.

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  3. ramona

    Ooppsss… Ehm… bè… allora grazie due volte, Roberto!
    Pensavo parlassi del posto, che comunque merita almeno una visita, se si passa per di là.
    Ciao.

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  4. jolanda catalano

    Ramona,il tuo racconto, è proprio il caso di dirlo, è fresco e limpido come l’acqua che l’ha ispirato. Credo che un po’ tutti noi conserviamo nel cuore uno specchio d’acqua che custodisce la spensieratezza di anni ormai andati, di sogni che non sempre trovano riscontro nella vita, un piccolo scoglio sul quale rifugiarci quando ci rendiamo conto che quell’acqua rimane cristallina solo nel ricordo…

    un abbraccio
    jolanda

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  5. ramona

    Oh, Jolanda, che bel pensiero che hai avuto… forse è così, forse nella nostalgia di quello specchio d’acqua (peraltro rimasto limpido a dispetto del turismo) c’è proprio la nostalgia di un passato che, in quanto tale, è sempre meraviglioso. Non so, ma davvero, ogni volta che torno lì, mi prende un magone pazzesco. Che sia per l’infanzia ormai lontana, o per la bellezza del posto, o per l’odore di leggenda, chi può dirlo? Ciò che conta, sempre, è l’emozione. grazie!

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  6. Maurizio

    Carissima Ramona,
    ho trovato questo sito per caso, cercando una poesia di Pirandello.
    Mi hai portato alla memoria un posto dove da ragazza andava a fare il bagno mia madre e, del quale, per tutta la sua vita ce ne ha sempre parlato come di uno struggente ricordo, credo ora rappresenti il periodo più bello della sua breve vita. Sono sicuro che se fosse qui oggi, avrebbe riconosciuto le tue parole.

    Quest’anno torno in vacanza lì, anche se sono molti anni che non tocco l’acqua del mare, voglio tornarci per immergermi in quell’acqua U N I C A !
    Unica come l’abbraccio e l’amore di una madre che ti manca.

    Grazie.
    Maurizio.

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