Due sono stati gli eventi cruciali di questa mia vita di viaggiatore. Avvennero dopo aver letto un piccolo libro che mi aveva prestato un altro viaggiatore come me, una sera, intorno al fuoco. Un libro del quale ho dimenticato il titolo e l’autore, e sulle cui affermazioni, al momento, alzai le spalle.
Ma dopo qualche tempo, un mattino, mentre mi preparavo il caffè sul fornello da campo, all’improvviso accadde che mi resi conto di non avere, di non avere mai avuto ciò che si chiama una patria. Per quanto incredibile, incomprensibile fosse, io ero sempre stato in cammino; e comunque non c’era alcun luogo definito da cui, all’inizio, io avessi cominciato il mio viaggio. Ora mi appariva chiaro che ogni ricordo in proposito era costruito, l’avevo costruito io, ed era falso. Questo fu il primo evento cruciale che mi avvenne. Di esso, del resto, non mi preoccupai più del necessario: mi restava pur sempre la meta, la terra promessa. Su di lei non c’erano dubbi possibili. E la terra promessa, allora, sarebbe stata un po’ come una patria: raggiungerla sarebbe stato anche un po’ come tornare a casa, dove qualcuno ti accoglie a braccia aperte e ti chiama per nome. Qualche tempo dopo, tuttavia, mentre stavo percorrendo un ponte lunghissimo e altissimo, e me ne trovavo proprio nel bel mezzo, mi balenò un’altra intuizione: macché terra promessa, neppure quella esisteva, nessuno me ne aveva mai parlato, nessuno di autorevole intendo, l’avevamo inventata noi, io o qualche disgraziato viaggiatore come me, attribuendole le forme della nostra fantasia e le tinte del nostro desiderio. Perciò non rimaneva, anzi non c’era mai stato niente di diverso da questo perpetuo mettere i piedi l’uno dietro l’altro, l’uno dietro l’altro, dentro invisibili orme. Questo, certo, fu leggermente più duro da trangugiare. Oh, non cambiò nulla negli inevitabili gesti delle mie giornate. E nemmeno nella lena e nella precisione con cui li compivo, e li compio. Persino i sogni delle mie notti, rari e confusi, i sogni di chi molto fatica, rimasero gli stessi. Soltanto, quando ora incontro qualche viaggiatore come me, e si decide di percorrere un pezzo di strada insieme, o di allestire la sera un unico bivacco; eh beh, non ci sono più tanti argomenti, ora, non ci sono più tanti argomenti di cui mi va di parlare.

che tristezza restare confinati in un corpo – già -prigioniero della sua (ferrea) razionalità…
come scriveva Novalis, riprendendo invariato lo slogan neoplatonico dell’ubique et nusquam (pantacou kai oudamou, in greco): “il mondo patrio è ovunque e in nessun luogo”.
Buona estate Roberto
C.
Cara Carla,
questo pezzo ha almeno quindici anni. L’ho pubblicato perché mi sembra che sia ancora utile a un’apertura di dialogo; oggi però lo scriverei diversamente.
In ogni caso il corpo è (anche) tempio dello spirito, ovvero luogo in cui lo spirito può manifestarsi in modo visibile ai nostri occhi mortali.
Certo, invece di un corpo di carne a volte può bastare un’armatura di ferro: sto pensando al mio carissimo Cavaliere Inesistente…
Buona estate anche a te,
Roberto