Di Andrea Ponso
Io considero inadeguato il modulo domanda-risposta secondo il quale l’uomo
Viene considerato come domanda alla quale il discorso su Dio deve rispondere.
Questo modulo di pensiero misconosce proprio il nucleo centrale della fede cristiana,
pur volendo dimostrare la sua necessità: esso misconosce il fatto che Dio ha parlato
in modo definitivo e che – ma che cosa significa qui risposta e che cosa domanda? –
Dio si è fatto uomo.
Eberhard Jüngel, Dio mistero del mondo.
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Il segreto è forse qui: fare esistere, non giudicare. Se giudicare è così disgustoso,
non è perché tutto si equivale, ma al contrario perché tutto ciò che vale
non può farsi e distinguersi che sfidando il giudizio.
Gilles Deleuze, Critica e clinica
Accettare il vivente, la sua incarnazione: significa naturalmente accettare anche la morte e la finitezza. È quindi anche l’accettazione di una forma, di una forma-di-vita di contro alla nuda vita. Niente è politicamente più attuale: niente è più sepolto e tumulato dalla pletora di risposte fornite senza risparmio alcuno dall’attualità, che con l’attuale, in verità, non ha niente a che spartire. Ma, allora, si deve porre seriamente anche la problematica dell’accettazione non solo del vivente, ma anche di quella figura che negli ultimi anni si presenta, naturalmente inestricabilmente legata a quella del vivente, con sempre nuove denominazioni e delimitazioni, vale a dire quella del “morente”. Puntualmente ci si ripropone questo nodo apparentemente inestricabile, anche in questi giorni, dopo il vergognoso caso di Piergiorgio Welby – vergognoso per chi si ritiene cattolico e cristiano, ma anche per gli altri, per una strumentalizzazione mediatica priva di tatto e incapace di declinarne la complessità – con la stessa urgenza che si declina senza soluzione di continuità in un profluvio di risposte e di troppo semplicistiche prese di posizione. Posizioni che sono immobili, date, quindi già di per sé morte – di contro alla complessità di eventi che meriterebbero ben altro rilievo e che dovrebbero essere al centro di una politica della vita e non di una politica sulla vita: un centro che si è perso, una mediazione che non abita più le stanze dei parlamenti e dei giornali e che si gioca quindi pericolosamente altrove, visto che l’attuale sistema politico non può nemmeno più essere considerato della rappresentanza ma piuttosto di una nefasta rappresentazione del potere stesso, della sua autoreferenzialità, del suo rispecchiamento, della sua auto-fondazione assolutamente priva di rapporti con l’esistente se non in termini, appunto, di gestione del vivente e di potere sulla vita.
Morte e vita si ricongiungono? In quali modalità? Se la morte si ricongiunge alla vita solo per renderla “uccidibile e insacrificabile”, come nella figura giuridica romana del bando sovrano, allora quello che ne rimane è una nuda vita, staccata dalle sue forme, dalle sue potenze/potenzialità. E in questo caso, qualsiasi tipo di “difesa” risulta sospetta, anche quella proposta dalla chiesa che pericolosamente le si avvicina, quando invece la figura incarnata di Cristo potrebbe appunto essere letta come il tentativo di unione di nuda vita e forme-di-vita, di creaturalità e potenza/possibilità, proprio a partire dallo scandalo della croce, dove il potere scatena la sua forza giuridica (di giudizio) e linearizzante pretendendo che quel corpo inchiodato sia solamente nuda biologia. “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà”. Come ci si pone davanti a questo problema? Con quali strumenti e soprattutto con quale consapevolezza? Riusciamo davvero nell’inaudita impresa di vedere attaccato alla macchina e al respiratore artificiale il corpo scandaloso di Cristo? Lo “vorremmo ancora in vita”? Ne vorremmo disporre? Giustamente Chauvet ha scritto che “chi fa morire la mancanza di Cristo rifà di lui un cadavere”, cioè un oggetto disponibile, in nostro potere: cosa che può succedere anche con l’uomo.
Mi pare che nelle recenti vicende che rendono palesi tali problematiche, e nascosto nelle strumentalizzazioni e nelle lunghe discussioni, spesso sterili, si nasconda qualcosa di centrale e poco indagato. La difesa della vita, da parte della chiesa e di certo mondo politico, non è forse, in questo caso, un palese rifiuto della morte in quanto parte fondamentale e irrinunciabile della vita? Non si applica anche in questo caso una esclusione di tipo immunitario del non-vivente dai caratteri pericolosamente tanatopolitici? O, ancora, non si riduce la morte al recinto impoverito della nuda vita? Se la vita è in mano a Dio, l’accanimento terapeutico non rischia sempre di diventare un rifiuto o una distorsione politicamente orientata della creaturalità e di quella finitezza che proprio il Creatore ci ha donato con la nascita e che siamo tenuti a rispettare e ad amare in quanto tale? È qui che si dovrebbe inserire la riflessione: una riflessione che non può non partire da una analisi, stringente e per niente inattuale, sulla tecnica. È la tecnica, la cura, che si sostituisce a Dio? non ci siamo già posti contro il Divino nel momento in cui vogliamo a tutti i costi “mantenere in vita”, disporre del vivente? Il dono della vita, credo, ci obbliga, attraverso il suo munus, anche nei confronti della morte e della finitezza, ma ci obbliga in una maniera e in un rapporto forse ancora impensati. Non si tratta di rifiutare la tecnica, si tratta piuttosto di leggerne la complessità ricongiungendola al sistema della vita e delle sue forme: essa stessa, infatti, fa parte di queste forme. Accettare un dono, mi pare, è anche questo, e non lo sappiamo più fare. Non si tratta di un rifiuto del dolore, di un rifiuto del dono della vita o delle nuove possibilità offerte dalla scienza. Forse, in casi come questo, è proprio il contrario.
Le troppe risposte sono perfettamente funzionali ad un mondo che ha perso ogni capacità di ripensare i fondamenti (anche e soprattutto quelli della tecnica), che ha dimenticato che il pensiero è una pratica e non la costruzione di una ideologia o di un insieme morale di leggi, ad un mondo che ha fatto della verità e di Dio cose non più essenziali ma essenzialiste, sia in chi crede che in chi non crede. Ci sono troppe risposte, non troppe domande. E le troppe risposte sono sempre anche un modo per fare zittire la domanda, per bloccare la pratica del suo interrogativo, per scongiurare la presenza vivente che ci sta davanti, per troncare ogni rapporto, per non ascoltare la presenza concreta e incarnata che ci interroga.

Condivido Andrea
Gianluca
Avrei voluto scriverlo io questo articolo, tanto mi è piaciuto! Ma vado oltre. Farei cioè solo qualche osservazione aggiuntiva e forse deviante rispetto al suo autore, che mi sta a cuore perchè nella mia pratica come docente è al centro del mio pensiero, anzi ogni pensiero ruota intorno a esso. Il fine della vita fu fissato per il nostro ciclo storico da Francesco Bacone in un’opera postuma, La Nuova Atlantide. La scienza baconiana ovviamente risente dell’influsso dell’epoca e ha una vaga aura rosacruciana, ancora la scienza, quella prevalente che oggi conosciamo e che domina oggi spoglia dell’aura rosacrociana, non si era ancora formata con la violenza con quale ha prevalso dalla ricerca paracelsiana e spagirica. Oggi l’utopia di Bacone domina. Ma il punto è che né la scienza attuale né chi sia d’ascendenze cristiane osa concepire una medicina, una biologia, una chirurgia che s’inoltrino al di là della finzione strettamente terapeutica. Il pensiero talmudico è abituato ad andare oltre il diritto naturale. L’antropologia ha acquisito già da tempo quanto restringere tutto alla norma di natura è solo fantasia ideologica, non c’è razionalità nella norma di natura. Se mi guardo attorno solo la medicina indiana fornisce un risposta adegauta: fine dichiarato delle medicina è aiutare a diventare un liberato in vita. A questo punto si è già al di là di concetti come la vita e la morte. Non si è ancora neanche cominciato a disporre mentalmente in rapporto al liberato in vita le potenzialità della nostra medicina. Giunti su questa soglia il problema non è più l’accanimento terapeutico o il non accanimento terapeutico, ma comprendere quali forme formanti la medicina accoglierà come liberazione in vita. Non si può escludere a priori quella di essere attaccati a una macchina. Il destino dell’uomo non può essere separato dal destino della tecnica. L’idea stessa di virtualità e pura potenzialità scardinano il concetto di natura.
Rimane però, deve rimanere fermo solo il diritto di un essere umano di scegliersi la forma del suo destino. E ogni scelta è pur sempre un rischio, anzi un mistero. Se il destino della tecnica è la liberazione in vita l’uomo compie già la sua sovranatura (il soprannaturale)
che bei pensieri andrea!
bravo
bacio
la fu
testo ricchissimo, grazie andrea.
r