102.
impegno di focaccia
per discapito la rotta
questa smodata corsa
di scalini biologici
dati in pasto alle redini
del boia all’aguzzino del palio
in grado di girandola
dolo del vitto il dondolio
del coma. a manciate di marette
il tuo ristagno, il far di marionetta
il rio del sangue la guerra senza
enfasi di fato. tu del cielo
dove sei a far angolo?
103.
pozzanghera d’aurora il tuo rapace
che ti divora l’inguine di voragine
ogni gregario d’alba il giorno.
impero al volo il salto con l’asta
questa febbrile animula di mulo
tutta la soma logica d’illogico.
in mente all’alfabeto delle stasi
questa bravura ebete di fango
vocata nelle trottole del vuoto
molo d’attracco tutta la voglia
al tuffo.
104.
cardine di chiodi
lo sguardo in discesa.
il mitra del dotto
rarità sciorina
la vendemmia emigra.
monello gramo il sale
lega la corsia all’agonia
della spalliera in sparo
di singulto agguato il
rantolo. tuo lo spasmo
nel petto di rovina.
melassa del grano
di ogni altare il lutto
villania del fato di soqquadro.
105.
commercio di resine e misfatti
questo adagiato sfratto lentamente
astorico. curva di scatto questa
mansuetudine badata dalle camere
di morti. il tonfo al volo ti scurì
la fola del volo. lo smacco delle
pomici alla nuca. tu sola avvieni
ondina delle fosse senza luce
cerchio di falena spezzato enigma.
106.
aspettami all’archivio della notte
dentro le spoglie che lambiscono
le sabbie. il pagliaccio delle resine
fa morire in testa alle faccende
di non via. perizia del tempo che sale
lo spettro mutante la tema del nesso
apolide pur sempre secco. eccomi
nello scantinato di una donna
imposta. stazione nera del mito
alla bisaccia. scaccia dal perno
questo spogliarello nullo, paglia
del sangue truciolato senza falegname.
107.
manca il mirino sono senza gioia
dentro il permesso del rasoterra
nonostante librerie e biblioteche
colme. archivio di gran pena
il divo d’ozio, il calvario che spazza
le miniere. nunzio devoto il vuoto
ammesso a corte per un cancello
in ruggine dove la stramba barba
del muro finge il filosofo. forse
la rocca gravida di sonno calca
la corda per domandare voci
al manico di scopa al parapetto fuso.
108.
spoglie delle rotte specola di ardire
elemosina maligna far di scafo
l’energia dell’alba e la minaccia.
a bordo della lepre presa-preda
dormicchio sulle linee del nodo
mi mordo l’occhio di convulsa.
verso la crepa della vanga vuota
gareggio con i pargoli del vero
sotto la rena delle gole sfingee.
perpetuità al fotogramma la pena
di bestemmia. mia la giacca con
gli alamari ciechi, mari di ripulsa.
109.
attore della meta perdere risacca
scompiglio in terra di alluvione.
la casa sul ponte della giovinezza
non esiliò ma sgretolò
la tunica dell’angelo.
la prova in gesso della statua
è la riprova ennesima è il
morire nel riso delle toppe
senza chiavi di volta senza mirino
né rima con le nuvole artefatte.
fatuità del sale non il tuo amore
sale.
110.
attorno al conversare del dio
sasso pieno. potenze di elemosine
le storie di morti. peripezia del perno
non illudere nessuno nel patto
di perimetri di zolla. la corsa a ventola
non rincuora il modo di metterci
respiro né spiraglio il foglio
del nascituro. appena in remo
la statica del taglio senza diga
al panico. serrata e fremito
il rintocco di rimaner qui sotto
al lapidario ritmo farfallino.
111.
sa che pratica la sabbia per un pugno di errori
un’effigie d’impiccagione con rumori
di passi sfatti. a monte rotto le gelosie
del sale. questa presunta sala per
liberare gli urli. le traversie dell’osso
nelle metamorfosi del foro in grandine
di petto. le maestrie del muro
per scollegare angoli e ricavarne
un dono di diorama. l’ora di zinco
s’impadronisce della betulla
con la cantica sulla scalea.
112.
il tempo nuoce e la fede offende
di sera la cometa va in stanca
pattuglia di corrente smisurar la foce,
le muse le smette all’occhio in coro
per l’indice che niente dimentica
nella moria della memoria
il tempo nuoce e la fede offende.
nel senso del morente da qua si emula
la lapide con i segni degli altari
(tare resticciole religione tacca)
sotto la pensilina la china strutturale
fardello neonatale la carne mentale
solitudine assoluta basto del lutto
frutto con furto.
113.
aggiustami nel calice del vento
moria dello starsene
colonnati di offese
nel sole nazista dell’estate
nelle stazioni assassine di pendolari
Lari di doglie. emigra da me questo
rattoppo poliglotta delle rimembranze
battello senza enfasi di scia.
il ventaglio lo uso nello squilibrio
(il brio lo lascio all’illogica fortuna
forgiata dalla genia della spora)
sbriciola carcasse d’eremi e vulcani
da sotto la sedia che mi regge.
impero e vettovaglia non aprire
la scorta di tanto diamante e sterco
sopra gli stemmi di vuotissimi miracoli.
114.
sei carne di un perno
senza nome nella sostanza
della palude. lutto e canestro
stempiano lo strazio
avanzo di tempo
di sterminio. le spalle mitiche
del cane abbandonato nella
canicola. coma di autunno
il tatto di scovarti intento
a farti un’ulteriore maschera
oltre la persona per scampare
al palio del cavallo azzoppato.
oh fato ìmpari prenditi per mano
nella sconnessa balìa chi sei.
115.
abbracciami nel marsupio della fossa
quando l’alunno è immemore e la salvia
via di viuzza profumata! partecipami
la lotta delle zolle quando il cipresso
è simile al miraggio. giostrami nel
canestro contro il sole, storto nel
fuoco che non sa bruciare. incendiami
la mina che mi duole, lesa sapienza
atrio di divieto. fracassami la testa
sul selciato senza dolere un eremo
di eclisse. se tu ti svegli e il sudore
t’imbalsama, somma è la quiete
di un comatoso strazio!
116.
salute di scommesse voglio andarmene
fato la meringa della fata
marziano senza cuore di alcun lutto.
guerra di non lutto dammi il cimelio
di acrobata di non crollo anzi di zonzo
verso le mele marce del qui orto.
mantienimi la faccia senza lo zinco
del nitore di bara. stammi l’arbitro
con la giustizia in faccia. stia la nenia
del fatuo a darmi compagnia. latrato
del lupo il pomeriggio in tanica
di cappio senza avvio l’esecuzione.
117.
la discesa è un manovale
che crolla di per sé
il cielo alla radice
contro il cestello d’asilo
quando il simposio in porto
fracassa le catene.
oggi è azzurro fragile il pomo
mesto alla gola, questo stornello
d’aquila impazzita con il becco
elettrico, intrico di robe vecchie
insite alla tavola vuota con la stele
delle attese estreme. a me darai
una ciocca di plauso vermiglio
che mi darà l’arena d’un decoro
d’angolo, un logos di perennità
l’alito del sangue.
118.
intorno al calcinaccio del cerchio
l’addio che azzera la darsena meringa
quella la madre d’ascia e di fionda
senza giammai la data sulla tomba.
in meno di un silenzio la mestizia
prese le mani delle età che stipano
argine ed oceano in un cassetto.
se per dormire amerò le vergini
girami attorno non mi prenderai
né morta né viva ma col gendarme
al petto da dover sopportare!
119.
ho preso una lite col goffo di me
con le stampelle d’adunata
tendenziosa, con l’estro di non
farcela né con la forcella né con
la lapide. sul filo dell’acqua ho
visto mia madre distrarsi felice.
un rattoppo e mi finirà la strada
gerundio inetto quanto un rubacuori
che si creda fortunato. in mano alla
spelonca dell’eclissi mi va di stare
calice di sprechi così come persi
il tempo e la leggenda. stantie del pane
le risacche sorde cattedrali ai crolli.
120.
ma non fu che storpio il mio potere
marchiato sulla fronte con l’arsenico
col senso pietosissimo svanire.
nel crollo delle dita il tuo studente
morto. terra suadente l’epoca del
giorno. ormai si appanna l’ombelico
il lieto evento di starsene
seminudi sul fianco della stufa.
in un cimitero di putti pettegoli
vidi il mio fosso il sonno nero
di spartirmi in pasque.
121.
nel flusso della laguna imparai a piangere
gite sperdute in un filo d’erba,
bestemmie sistemate in un balocco
per la polvere di guardia.
122.
in un muso di ponente
il pane dello strazio,
paesotto con l’ìndice al divieto,
pecca del sogno non poter la storia
vedovile mercato d’incantesimi
senza sismi di gioia.
nell’orto delle resine le sillabe
dettero il bacio all’anemia del mondo.
123.
buttar chi sei in un concorso d’astri
le disperate fanciullaggini delle scale.
124.
appendimi alla cena degli acrobati
al barcollio della neve
quando di guardia la farfalla
libera la dacia per farne coriandoli.
inzuppa il sicario in un carico
di fango, la gola del comandante
ingorga di nodi ingordi. al confine
del tarlo rimandami le voci
di chi fidò un’aureola di mani
ma avvenne il leggio del vuoto
scempio. l’ìmpari festeggi
di non venire al mondo.
125.
chiudimi il cuore allo spavento
dammi il giorno che mi faccia pace
sotto l’arrivo delle suole
con gli agnelli che errano slegati
ginestre le canzoni.
zonzo e comete il tempo
visuale erronea ininfluente
tipica del cappio di chi sa
la posa d’indice del cipresso.



E’ veramente una musica che introduce alla notte, questo “Plettro di compieta”!