Cara Manila,
Tanti mi dicono che Torino è come Parigi. E io rispondo, forse. Perché in fondo ogni città del mondo è come Parigi.
Perfino la pioggia può essere la stessa. La questione è nel come, Torino non è Parigi. Forse nemmeno Parigi è più Parigi. Il cafè Flore non è Jean Paul Sartre e il Select Hemingway.
Perché Parigi è i suoi marciapiedi, le linee incrociate delle sedie in vimini dei bistrot o quelle rotanti delle insegne dei Tabac. Lo ricordi anche tu del resto nella splendida citazione di Kafka, quando risponde a chi gli chiede di Parigi, è una linea. Proust, Miller, Hemingway li calpesti a Parigi e ogni giorno si compie il gesto surrealista per antonomasia, secondo Breton, quello di scendere in strada e sparare sulla folla. Tutte le città sono come Parigi, allora. Perfino la tua, Bari.
“In fondo, uccidere è molto più semplice che pensare di morire.” Scrivi tu, e allora si scrive per uccidere, se vivere è pensare di morire.
Discutendo con Pasquale Panella e Lucio Saviani, con un poeta e un filosofo, durante una passeggiata per Torino, a qualche metro dalle stanze in cui il grande folle scrisse Ecce Homo, dei fatti della Thyssen, il poeta disse che quei fatti non erano il prodotto di un errore, o almeno, non solo, ma che la risposta andava cercata nella crudeltà.
La letteratura (e la vita) è un confronto diretto e costante con la crudeltà. È Cervantes, o Blaise Cendrars che perdono la mano della scrittura in guerra. Alla crudeltà si accede solo attraverso il coraggio di sopravvivere ad essa. Non cedere alla crudeltà è un atto crudele.
Nel tuo romanzo c’è un passaggio straordinario in cui descrivi la morte di un’ape per mano di un ragno.
“Il ragno muoveva le zampe e l’ape, divincolandosi sempre di meno, diventava un bozzolo di seta. È durato tutto una decina di minuti. Ed io con una luce negli occhi me ne sono stata a guardare il ragno preparare il suo pasto e l’ape morire, lentamente. Ferma ed affascinata da quella crudeltà. Senza neanche un minimo sussulto, ho tifato sin dall’inizio per il ragno. Per la prima volta io e un ragno avevamo lo stesso cuore pulsante: voglioso di una fine. Avevamo la stessa natura.”
Cara Manila, Ursula, ho letto il tuo viaggio all’inferno tutto d’un fiato. Perché hai scelto di stare all’inferno. E perché non c’è inferno che non sia popolato da angeli.
Allora. Spara!
Francesco Forlani
Manila Benedetto, Nessuno mi ha mai battezzata, Enrico Folci Editore, Prezzo: 10.00 €
* Inauguro una mia rubrichetta dedicata agli italiani


Cavallo, povero cavallo fustigato a sangue da quell’animale d’un cocchiere, ti abbraccio e piango. Dio è morto, e Kant se solo fosse morto prima di Dio, quante pene ci avrebbe risparmiate!
la rubrichetta promette bene..
“perché non c’è inferno che non sia popolato da angeli”
Bella scoperta!
Anche se ormai c’è chi dice che sia vuoto o in via di svuotamento…
L’importante, comunque, è che non sia vuoto il paradiso.
Un caro saluto,
Roberto
quello fiscale sicuramente no
🙂
Bello, ma parlare in questo modo dell’uccidere lo può fare solo chi non ha mai ucciso o non ha mai pensato veramente di uccidere qualcuno. Edulcorato.
Blackjack.