Bigelow in guerra contro la guerra

di ROBERTO SILVESTRI

Si può fare un film contro l’aggressione in Iraq stando dalla parte dei soldati Usa? Sì. Lo abbiamo visto alla Mostra di Venezia ed è nelle sale da oggi. Hurt Locker diretto con sapienza visuale insostenibile da Kathryn Bigelow, una militante atletica e adrenalinica della nuova sinistra Usa racconta infatti l’incubo delle unità speciali addette allo sminamento di strade, bombe a orologeria e kamikaze, cioè il lavoro pericoloso dei «pacifisti» armati, e ci incanta davanti a un altro tipo di psicotico delirio suicida. Un film di guerra contro la guerra dedicato non solo ai dissidenti ma anche a chi non sa, non può sapere dai media cosa succede a Baghdad.
Il sergente James (Jeremy Renner, in performance da premio), sposato e padre di un figlio piccolo, capo di una unità speciale dell’esercito Usa, ha già disinnescato tra Afghanistan e Iraq quasi 900 tra mine, bombe e kamikaze. E non sempre munito di «scafandro» protettivo regolamentare. Anzi anche se obbligatoriamente a volte, sfida la morte solo con un paio di pinze e, attratto dall’esperienza estrema, mette in pericolo costante la vita della sua unità, composta dal nero Sanborn (Anthonie Mockie) e dal terrorizzato ma circospetto biondo Eldridge (Brian Geraghty), che non sempre reagiscono con garbo.
Ma la guerra dei volontari ben pagati è droga pesante, produzione di adrenalina a mezzo adrenalina, di paura a mezzo paura, e il sergente James «soldato selvaggio», collezionista di reperti esplosivi inesplosi, pur sapendo che alcune intricate «composizioni dinamitarde» del nemico (introvabile, perché è qui, lì ovunque) sono talmente devastanti da cancellare ciò che trovano nel raggio di 300 metri (come è successo al suo predecessore nell’Unità Romeo, sbriciolato in un agguato riuscito), darà continue esibizioni di coraggio, fino ai confini della temerarietà psicotica: in campo aperto; nei labirintici vicoletti del suq; nelle piazze infarcite di cecchini sui terrazzi; infilando la sua mano nel ventre di un bambino cadavere, il cui corpo è usato per nascondere nitroglicerina che deve essere rimossa; di fronte a un padre di famiglia tutto solo e terrorizzato, perché imbottito (a sua insaputa?) di tritolo a orologeria, assicuratogli al corpo da più lucchetti che in una commedia di Moccia. Non sarà un pesce nell’acqua, come consigliava Mao, ma quando indossa lo scafandro di protezione, casco compreso, sembrerà un esploratore nei più profondi recessi marini, degno di un eroe spericolato di Abyss , regia mitica dell’ex marito di Bigelow, James Cameron. In gara per gli Stati uniti, e già da oggi nelle sale italiane, The hurt Locker (L’armadietto ferito), un grande film di guerra contro la guerra in Iraq, girato ovviamente ai confini della Giordania, scritto da Mark Boal, reporter di guerra, prodotto e diretto da Katherine Bigelow, specialista in cinema d’azione visionario e alla caffeina pura ( Strange days , Point break ).
Che qui raccorda insostenibili sequenze horror alla David Cronenberg perché bisogna cercare di far sentire la pallottola che affonda nella carne viva, e non godersela come in un videogame – con l’analisi non cinica, psicologica e introspettiva, del più cinico dei conflitti, in uno stile diretto e senza orpelli, realistico e poetico «controvoglia», che sarebbe molto piaciuto a Robert Aldrich. Bigelow, come Haggis e come De Palma, non fa cinema di propaganda a tesi o contro-informazione pacifista, ma affronta il campo di battaglia, dopo approfondita analisi (grazie a interviste e reportage di prima mano, anche se obbligatoriamente embedded) con pennellate vigorose e ferocia espressionista, e dopo essersi ornata la faccia coi colori di guerra. Sconfigge il suo doppio nemico fanatico, di oriente e occidente, sul fronte, anche perché da una parte sceglie come eroi proprio i disinnescatori di bombe, insomma gli specialisti che fanno della salvezza di vite umane, e non dell’annichilimento scientifico, la loro missione.
E se, oltretutto, descrive i volontari americani così ossessionati dall’esperienza dell’«accettare la vita fin dentro la morte» (sempre più probabile, man mano che aumentano i giorni della loro missione), figuriamoci quanti adepti del dio testosterone troviamo nel «contro campo» e nel «fuori campo». Là dove, nascosto nell’ombra, un intero popolo, di uomini donne vecchi e bambini, non pagati da alcun petroliere, congegna trappole esplosive e agguati continui perché odia sempre di più chi li ha invasi senza alcun pretesto plausibile, come sentenzierebbe qualunque tribunale internazionale decente. Pronti a tutto, anche all’auto-immolazione completa, pur di resistere, perché il sacrificio di Masada è tradizione dei «musulmani» (e così i nazisti chiamavano gli ebrei nei campi di concentramento). Insomma dal luogo in cui si produce adrenalina di massa a livello davvero industriale, è bene andarsene immediatamente. Anche perché un solo My Lai potrebbe diventare una sequela di Falluja. E si potrà capovolgere la cronaca qualche volta o convincere anche tutti di una notizia falsa, ma non convincere sempre e tutti solo con le falsità. In una scena del film, che imbarazza non poco, i soldati Usa ricordano, con raccapriccio e spirito partigiano, di quei 59 morti al mercato di Baghdad, soprattutto bambini, attirati all’esplosione dalla distribuzione irachena di caramelle. E uno pensa: perché gli iracheni dovrebbero uccidere gli iracheni? Non è la solita forzatura «razzista» anti-araba specialità di Hollywood?
Ma ci si ricorda allora non solo dell’enfasi mediatica sugli sciiti che massacrano sanniti (e viceversa) ma anche delle rivelazioni su bombe israeliane travestite da bambole e lanciate ai piccoli durante i raid in Libano. E ci si ricorda ancor più di Izsak Rabin e della necessità di una cultura della trattativa. Infatti. Si pone oggi il dovere del ritiro immediato delle truppe di occupazione, «che solo un cambio di amministrazione potrà davvero effettuare in tempi rapidi», afferma la regista in conferenza stampa, «e un solo uomo è in grado di ordinare, Barack Obama». Bigelow vuole costringere alla riflessione, però, anche l’americano medio convinto che si stia lì per insegnare a un popolo la democrazia. Come fare? Aggiungendo alle immagini potenza di fuoco, come insegnò Aldrich in Attack , e Jeremy Renner sembra proprio il pronipote dello sminatore Jack Palance. La guerra in Iraq ha già un bilancio di 4000 soldati nordamericani uccisi finora. E Bigelow ci ricorda invece che «abbiamo visto solo 4 fotografie delle loro tombe», citando il New York Times . «Non sappiamo nulla, non vediamo nulla di quello che succede a Baghdad. È la prima guerra tolta completamente al nostro sguardo, con copertura mediatica esigua, mentre è crescente la fame di verità, di descrizione realista, veritiera, non stilizzata, da docu-fiction, di ciò che accade, dietro e dentro e oltre le poche immagini, anche censurate, della Cnn. Ed è un dovere morale di noi cineasti, dunque soddisfarla: «bisogna essere vicini alla guerra». Certo se ci fossero più donne al potere forse apparirebbe in tutto il suo anacronismo barbaro il conflitto, e prevarrebbe la via diplomatica. Forse, aggiunge, ma non sembra convinta. Pensa alla Rice? «Il segreto delle guerre è che, per quanto produca orrori, può essere interpretata da qualche protagonista anche come un tragitto che porta al bene».
È un ragazzo iracheno che vende dvd taroccati davanti alla base militare Usa, gioca a pallone con lui e diventa via via l’unico amico arabo di James, il trait d’union di un contatto possibile tra i due mondi antitetici. Il suo soprannome è Beckham, ormai un divo calcistico anche a Washington. Quando James lo perderà di vista, e penserà che sia stato oggetto delle più atroci nefandezze, girando quasi come un pazzo nella notte infida di Baghdad, per scoprire la verità sul suo eccidio (e sarà poi cacciato da una casa, erroneamente presa come covo di terroristi, dalle randellate robuste di una casalinga feroce, James scoprirà quella parte di città, da mille e una notte, che ignorava. Un padrone di casa colto e poliglotta, affetto dalle ormai dimenticate in Occidente, leggi dell’Ospitalità».

 

Pubblicato su Il Manifesto, 5 settembre 2008

2 pensieri su “Bigelow in guerra contro la guerra

  1. lambertibocconi

    Se il film è bello come l’articolo, vale la pena di andarci subito. Del resto la Bigelow è un mito. Mi domando oziosamente chissà perché non venga mai citato tra i suoi film l’inquietante “Il mistero dell’acqua”.

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