
Due interventi di Marina Massenz e Michele Crudo, l’ultima del ministro, proposte, esperienze, appelli
Il tempo dei bambini
di Marina Massenz
A scuola non esiste e non deve esistere solo il tempo per imparare.
E’ necessario anche un tempo in cui potersi conoscere, sperimentare, avvicinare all’altro; un tempo per accogliere e sentirsi accolti, per ascoltare e sentirsi ascoltati; un tempo in cui poter imparare ad accettare l’altro, nella sua diversità, e conoscere il “piacere” di giocare e collaborare.
Cogliere l’importanza e il ruolo fondamentale del tempo nella vita del bambino, consente di effettuare una riflessione sulla dicotomia tra tempo perso e tempo guadagnato.
Uno stesso avvenimento temporale può essere considerato, infatti, in due modi differenti, a seconda del sistema di valori della persona e dell’impostazione pedagogica alla quale si fa riferimento.
Un esempio: la classe si reca in bagno a lavare le mani. I bambini trasformano tale occasione in un momento ludico, in cui poter giocare con l’acqua e divertirsi.
Questa situazione può essere letta secondo due concezioni diverse della variabile “tempo”:
1) E’ tempo perso, poiché i bambini si attardano in bagno e rientrano in classe più tardi e sovraeccitati;
2) E’ tempo guadagnato, poiché i bambini hanno creato una forma di gioco, in cui sviluppare delle relazioni tra loro e grazie al quale il gruppo torna a sedersi tra i banchi più sereno e rilassato.
Un ulteriore esempio: due bambini litigano per un oggetto. La maestra interrompe la lezione, per discutere con tutta la classe sul modo in cui risolvere il conflitto per il possesso dell’oggetto in questione.
1) Si può considerare tale discussione tempo perso, se si crede di aver interrotto la lezione e non aver portato a termine il programma previsto per la giornata.
2) Il riflettere con gli alunni sul motivo del conflitto può essere ritenuto, invece, tempo guadagnato, se si crede che tale discussione possa aiutare i bambini a comprendere l’importanza della negoziazione e della capacità di saper discutere con gli altri, favorendo così non solo la gestione del conflitto in atto ma anche la maturazione di capacità relazionali nella classe.
Oltre a questi due esempi di modalità diverse di valutare ed interpretare una stessa situazione temporale, esistono altri “tempi” a cui generalmente si attribuisce poca importanza. Vorrei fare tre esempi di tempi di qualità, particolarmente importanti a mio parere per la crescita e il benessere del bambino.
Il tempo dell’ascolto: il bambino ha un bisogno estremo di sentirsi ascoltato, di raccontare e raccontarsi.
Per questo motivo è importante darsi uno spazio e un tempo dedicati all’ascolto e alla comunicazione spontanea.
Nella quotidianità non è previsto il tempo dell’ascolto; i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale hanno sempre molta fretta, non hanno mai tempo a sufficienza. Soffermandomi su queste riflessioni e cogliendo il forte bisogno dei bambini di sentirsi ascoltati, ho pensato, ad esempio, che fosse una buona idea istituire, nei gruppi di psicomotricità educativa che conduco, subito dopo i rituali di saluto il momento del “parlo e ascolto”. In questo momento ognuno è libero di raccontare ciò che desidera, di quel giorno o della settimana passata dal precedente incontro, e nello stesso modo ascolta i racconti dei compagni. E’ stupefacente vedere come, superate alcune timidezze iniziali, nessun bambino si lasci sfuggire questa occasione, e vi sia un affollarsi di interventi, sui più disparati argomenti. L’ascolto, mio e degli altri bambini, consente non solo a chi parla di esprimere cose che ha vissuto e sente importanti, ma anche a volte la circolazione dei temi, e quindi un vero dialogo a più voci sull’argomento.
Il tempo dell’osservazione; un tempo in cui l’adulto osserva i bambini nel gioco spontaneo. Egli può cogliere, in tal modo, nuovi aspetti sia appartenenti al singolo bambino (ciò che sa e che non sa fare, ciò che gli piace e non gli piace fare, come si esprime e come entra in relazione con gli altri, etc.) sia del gruppo classe (chi è fuori o dentro al gruppo, chi si isola, chi risulta propositivo, etc…).
L’osservazione del gioco spontaneo può permettere all’adulto di capire meglio anche alcuni atteggiamenti tenuti in classe e quale posto ognuno sente di occupare in relazione agli altri. E’ importante tenere presente quanto tali aspetti relazionali influiscano sulla motivazione del bambino all’apprendimento, motivazione che è profondamente legata al suo sentirsi bene o meno nel contesto scolastico.
Il tempo dell’attesa; sempre più l’attesa è una variabile connotata unicamente in senso negativo.
Il bambino stesso fatica a sopportare l’attesa; è vissuta spesso come un vuoto davvero insopportabile, oppure come l’estenuante fatica di aspettare qualcosa che si teme o che si desidera. L’attesa è invece una componente molto importante sia nel processo didattico che educativo.
In generale, a livello sociale, ci si sforza al massimo di ridurre i tempi d’attesa, di velocizzare tutti i processi; questo si trasferisce sul piano educativo e didattico nella ricerca di un intervallo sempre minore tra l’emissione e la ricezione di un’informazione, si velocizza la comunicazione, si dà per scontata l’assimilazione, mentre la quantità di dati da apprendere è molto maggiore che nel passato.
Sul piano della formazione della persona è fondamentale avere il tempo per assimilare i concetti incontrati; oggi i bambini si trovano di fronte ad un’enorme quantità di stimoli, senza però aver il tempo e le condizioni per assimilare e integrare tutte le informazioni ricevute.
Cosa significa tempo dell’integrazione?
Ogni atto mentale, anche il più razionale e intellettuale passa sempre e inevitabilmente attraverso il filtro emozionale connesso agli eventi somatici, creando così una sorta di memoria corporea inconscia.
La peculiarità dell’individuo è proprio quella di essere un’integrazione di mente-corpo-emozioni; unione seriamente minacciata dal sistema dei processi cognitivi contemporanei della società globalizzata e informatizzata a cui apparteniamo, la quale premia soprattutto la velocità nell’apprendimento. Ma la velocità eccessiva riduce la possibilità per il bambino di tenere insieme emozioni e reazioni corporee con l’evento ad esse collegato; infatti, per motivi neurologici, il sistema somato-sensoriale è più lento di quello mentale (vedi ricerche di Antonio Damasio, neurologo statunitense) ed avrebbe pertanto bisogno di sequenze esperienziali più lunghe o ripetute per restare connesso con quello mentale, più rapido, a cui è assegnato il compito di “tradurre dati”.
Questa dinamica comporta, quindi, una diminuzione d’importanza delle emozioni e delle reazioni corporee con il rischio di generare un “sovraccarico cognitivo”, spesso inutile ed effimero.
Manca, oggi, un’elaborazione emozionale delle informazioni ricevute. Si pensa che questa mancanza sia la causa di disturbi psicosomatici ed anche d’altri disagi diffusi nel mondo dell’infanzia, come le cadute di memoria e d’attenzione o la possibilità di trasferire autonomamente dei dati da un contesto ad un altro.
Cosa si può fare per colmare tale mancanza?
Avviare un processo che riporti il corpo e i sentimenti al centro del percorso formativo della persona.
Le ragioni e reazioni del corpo e le emozioni sono, infatti, determinanti nel costituirsi dei processi identitari e dei processi di conoscenza.
A conferma di quanto sostenuto, racconterò l’esperienza vissuta da un bambino di tre anni nel corso di una seduta di terapia psicomotoria. Questo bambino ha saputo creare una sorta di carrucola con tre oggetti diversi; un cono, una fune e una sbarra infissa nel muro. Il gioco prevedeva il passaggio della fune, avvolta in modo da scorrere attorno alla sbarra di legno, nei due fori (foro superiore ed inferiore) del cono per legarlo; quindi, tirando la fune dall’estremità libera, si otteneva di vedere salire il cono fino al contatto con la sbarra e successivamente, lasciando andare progressivamente la presa, si aveva l’effetto opposto, il ritorno del cono a terra. Questa invenzione particolare ideata dal bambino ha generato in lui un’enorme sorpresa per la nuova scoperta, tanto da ripetere l’azione accompagnata dalla verbalizzazione “su e giù” per quasi trenta minuti in modo consecutivo, sempre manifestando un sentimento di gioia per il suo gioco.
Proprio questo caso è un esempio di quel “tempo dell’integrazione” tra mente-corpo-emozioni di cui si parlava. Il meccanismo scoperto nel gioco e la sua ripetizione continua da parte del bambino hanno comportato un vero e proprio apprendimento. Sono stati compresi, in modo concreto e pratico, i concetti di alto e basso (su e giù). L’apprendimento è stato ottenuto dall’attivazione di un processo mentale di tipo senso-motorio, che ha generato “il congegno” ludico, dal piacere di sentire il proprio corpo implicato in una determinata azione e contemporaneamente dalle emozioni positive generate dall’affermazione di sé che in questo “proprio” agire il bambino sperimentava. La durata, tutto il tempo in cui ha ripetuto l’azione, non era per lui “tempo perso”, ma proprio quel tempo necessario perché potesse avvenire questa “integrazione” dell’esperienza e questo reale apprendimento, di cui non è mancata affatto la memoria durante la seduta successiva. Il “tempo guadagnato” è stato proprio il fatto che la sua esperienza ha potuto espandersi nel tempo, tutto il tempo naturale richiesto per questa scoperta da un bambino di tre anni.
Questo è il tempo del bambino, a cui dovrebbe corrispondere un adulto capace di attendere, di modificare ed adattare i suoi ritmi a quelli del piccolo, in una consapevole e rispettosa osservazione di una attività tanto importante. Infatti, nell’esperienza descritta, si vive un intenso momento di crescita, in cui la corporeità, gli schemi motori, la mente e l’emozione sono compresenti e attivi in sinergia. Assistere ad un gioco e apprendimento così integrato è emozionante, perché si sente il piacere concentrato del bambino che scopre se stesso e i suoi mezzi.
* * *
Orientamento punitivo e selezione: i principi del nuovo “credo” pedagogico
di Michele Crudo
La Storia ufficiale è scritta dai vincitori. Si tratta di uno sforzo ideologico che incide congiunturalmente sulle strutture sociali con l’intento di lasciare dell’opera dei governanti un’impronta duratura. Una volta la vittoria sui campi di battaglia annunciava il cambio di egemonia e la riorganizzazione della società. Oggi sono le vittorie elettorali ad anticipare i futuri cambiamenti. Le elezioni vinte in aprile dallo schieramento di destra hanno infatti decretato la sconfitta dei valori che, seppure in maniera problematica e precaria, avevano finora garantito la coesione identitaria di un tessuto sociale in via di disgregazione. La sconfitta del centro-sinistra, e la contemporanea scomparsa della sinistra dai due rami del Parlamento, ha sancito l’affermazione dell’individualismo sulla visione collettiva del bene comune, dell’egoismo sul principio di solidarietà, dell’interesse economico privato sull’aspirazione a una uguaglianza eticamente irrinunciabile.
La sconfitta elettorale è stata l’espressione, palesemente eclatante e devastante, di una mentalità maturata attraverso un mutamento antropologico in atto da oltre un decennio. La trasformazione si è manifestata con connotazioni e proporzioni tali da assumere i contorni di un modernismo conservatore, che si appresta spavaldamente ad inaugurare un periodo di restaurazione proiettato verso la demolizione di un autentico senso civico, inteso sia come condivisa partecipazione democratica alla cittadinanza, sia come ricchezza sociale (efficienza dei servizi, salvaguardia dei beni ambientali e artistici, funzionamento delle istituzioni a cominciare dalla magistratura). Gli interpreti di questa concezione del mondo, che esalta la competizione a scapito della convivenza civile, sanno di poter tentare un affondo grazie a un’efficace manipolazione del consenso, adeguatamente pilotato dai mezzi di comunicazione di massa e costantemente monitorato mediante strumentali sondaggi di opinione.
L’istituzione scolastica è uno dei beni fondamentali che sono sotto il tiro incrociato dei ministri Tremonti, Brunetta e Gelmini. Il primo impone i tagli di spesa; il secondo discredita i lavoratori del pubblico impiego; la terza, caratterizzata da un’angustia di orizzonti che non le consentono di rendersi conto della portata delle sue azioni, firma provvedimenti dalle conseguenze catastrofiche. Il suo Decreto Legge, varato sbrigativamente dal Consiglio dei ministri e tempestivamente pubblicato il primo di settembre sulla Gazzetta Ufficiale, ribalta da cima a fondo la scuola primaria e secondaria di primo grado, con delle scelte – sottratte arbitrariamente alla discussione parlamentare – che non sono supportate da alcuna giustificazione pedagogica e didattica.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che dietro questa operazione non ci sia un piano accuratamente delineato. Gli obiettivi sono infatti chiari e mirano a demolire la scuola pubblica con la drastica riduzione del numero dei docenti e l’irragionevole contrazione del tempo pieno. La finalità strategica perseguita dal governo, che ama presentarsi come il restauratore delle virtù perdute (voto in condotta, grembiulino, maestro unico), consiste in sostanza nel ripristinare i desueti principi di ordine e disciplina, affiancandoli all’orientamento liberista di favorire sul mercato dell’offerta formativa le scuole private, in attesa di un ulteriore incremento dei fondi ministeriali già improvvidamente elargiti dai passati governi.
Nel suo insieme il progetto governativo, coadiuvato da un disegno di legge che prevede la sostituzione del Consiglio d’istituto con il Consiglio di amministrazione aperto ai rappresentanti del Comune e degli sponsor aziendali, punta a ottenere i seguenti risultati:
– sul piano finanziario è prevista una diminuzione della spesa, da raggiungere con un taglio di oltre 85.000 insegnanti e il blocco delle assunzioni per circa dieci anni:
– sul piano della didattica ci sarà una riduzione delle ore di lezione (24 ore settimanali nella scuola primaria) con l’inevitabile annullamento delle compresenze e della cooperazione dei docenti;
– sul piano educativo, con il ritorno ai voti nelle elementari e nelle medie inferiori, si verificherà una regressione pedagogica innescata dalla tentazione di dare un giudizio facendo la media aritmetica dei voti, senza l’apporto di una riflessione argomentata sul percorso cognitivo, socio-affettivo e formativo degli allievi;
– sul piano dell’offerta all’utenza le ripercussioni del ridimensionamento del tempo scuola creerà difficoltà in tutte le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano.
Tutto ciò ci avvilisce perché ferisce la nostra dignità di professionisti che quotidianamente dedicano le proprie risorse intellettuali – molto spesso anche fuori dal canonico orario di lavoro – per trovare nuove modalità di apprendimento e di crescita interiore adeguate ad alunni perennemente investiti da un frastornante cambiamento. Nondimeno ci mortifica, in quanto cittadini, constatare l’esistenza di una nostalgica tendenza verso il nozionismo e l’autoritarismo, che viene sfruttata per reintrodurre criteri punitivi e selettivi nella scuola dell’obbligo, dove a pagarne le conseguenze saranno soprattutto gli svantaggiati provenienti dalle aree del disagio sociale. Come avviene già nelle scuole medie superiori, quest’ultimi subiranno la mannaia di una restaurata scuola classista, in cui prossimamente basterà non raggiungere i 6/10 in una sola materia per essere bocciati (punto 3 dell’art. 3 del D. L. 137 del 1/9/08). Con buona pace dell’articolo 3 della nostra Costituzione che affida alla Repubblica il compito “… di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…).
Queste amare conclusioni costituiscono una ragione convincente per ritenerci comprensibilmente preoccupati. Il pensiero della Gelmini, per quanto provocatoriamente superficiale, rappresenta un atteggiamento mentale tipicamente reazionario, in quanto implica un istintivo e irriducibile rifiuto del tempo presente, in nome di valori che si crede siano stati realizzati meglio in contesti storici passati.
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L’ultima del ministro
Qui.
Ultime dalla scuola
Qui.
Ultime dal sindacato
Qui.
Quando il ministro si autocorregge
Qui.
Per avere le idee chiare sui numeri: ancora dati Ocse sulla scuola italiana
Qui.
Dalla rete
Proposte di Alessandra Daniele, racconti di Chiara Valerio 1 e 2.
Cosa fanno gli studenti e i genitori.
Cosa fanno gli insegnanti
Vedi qui e qui.
Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.
E un appello anche per l’università
Qui.

Cosa fanno e cosa pensano gli insegnanti, i genitori, dirigenti scolastici, esperti, A.Celestini e i bambini qui:
http://meddletv.wordpress.com
Ringrazio delle segnalazioni precedenti, e aggiungo una notizia appena apparsa on line: Andrea Canevaro e Dario Ianes, due dei massimi esperti di integrazione scolastica, si sono dimessi dall’Osservatorio del ministero perché contestano i tagli del ministro Gelmini.
Questa è la lettera con cui ne danno notizia:
http://superando.eosservice.com/content/view/3649/116/
Complimenti a Marina Massenz che ci fa ben comprendere, assieme alla complessità e alla delicatezza dell’attività didattica, cosa sia veramente il “bene” di un bambino, incompatibile di certo coi rozzi e sciagurati interventi ministeriali.
Condivido pienamente anche l’intervento di Michele Crudo, che richiama giustamente l’art 3 della Costituzione per quanto deriverà dalle iniziative del governo, in termini di distruzione e di diversificazione dell'”offerta” per status sociale. Meno male che lo “sfascismo” lo fa la sinistra…
Grazie, sempre, a Giorgio.
Giovanni
Grazie a te, Giovanni.
Colgo l’occasione per ringraziare anch’io Marina Massenz e Michele Crudo: le loro parole nascono non da sentito dire o pregiudizi, come quelle di tanti politici e opinionisti, ma dal lavorare quotidianamente con bambini e ragazzi.
Trovo commovente che qualcuno cerchi di spostare il dibattito sui contenuti culturali ed educativi della scuola.
Per qualcuno questo sembra davvero essere davvero “tempo perso”. Ora il decreto, la fiducia. Discussione: zero. Sono molto preoccupato. Non siamo più alla deriva: siamo già arrivati.
Ezio
Purtroppo non sempre riusciamo a parlare abbastanza di ciò che vorremmo, Ezio, “mentre che ‘l danno e la vergogna dura”…
Ma presto parleremo maggiormente di educazione e cultura, spero.
Per intanto, un caro saluto
Molto bello l’articolo di Marina Massenz!
I primi due paragrafi dell’articolo di Michele Crudo, mi fanno invece sorridere: possibile che quando la sinistra perde le elezioni debba sempre essere colpa della ‘mutazione antropologica’ (mutato sarà Michele Crudo, tanto per chiarire come la penso) o di qualcosa di esterno ‘troppo grande per essere combattuto’?
Nel seguito scrive anche cose intelligenti, che si possono e dovrebbero essere discusse dettagliatamente, ma quei primi due paragrafi assomigliano a una mannaia e, in quanto ‘mutazione antropologica’, mi rifiuto di dialogare con chi non è in grado di mutare mai e premette, a qualunque discorso, la sua presunta superiorità. Molto presunta!
Ma volete, una buona volta, scendere dal carro degli intelligenti per antonomasia e mettervi al pari della gente con cui volete dialogare? Forse non l’avete ancora capito, ma quei due paragrafi fanno SCAPPARE tutti quelli che non la pensano come voi e vi impediscono di comunicare anche le idee buone, che ci sono. Piccolo bigino di ‘comunicazione’: ci sono 3 parti principali in un discorso
1) introduzione
2) svolgimento
3) conclusioni.
L’introduzione è le conclusioni sono ciò che il vostro interlocutore ricorderà, ma se volete portarlo a leggere le conclusioni, non dovete farlo incazzare con l’introduzione. Se lo fate, il vostro discorso sarà letto SOLO da chi condivide la vostra introduzione e il risultato finale sarà uno solo: continuare a comunicare, indipendentemente dalla bontà delle idee, esclusivamente all’interno dell’orticello di chi già condivide le vostre posizioni. Si chiama: implosione!
Blackjack.
A proposito di mutazione antropologica:
ci sono anche altri “imbecilli” in giro:
http://www.corriere.it/cultura/08_ottobre_07/magris_baricco_civilta_barbari_20ff4502-9434-11dd-a0d8-00144f02aabc.shtml
Condivido con blackjack sia gli elogi alla Massenz sia le osservazioni su Crudo.
Giorgio, vedo di essere gentile e chiaro. Per comunicare in modo corretto non è sufficiente possedere un’ottima grammatica, conoscere l’argomento e scriverne: quello non è comunicare e l’esempio lampante è il post precedente. Tratta un argomento molto importante, come la Scuola, che interessa anche alle ‘mutazioni antropologiche’, e lo fa con due approcci completamente diversi.
Il primo espone, correttamente e in modo chiaro, idee e conoscenza senza chiudere la porta al dialogo: si può essere o meno d’accordo, ma il messaggio passa ed è ineludibile.
Il secondo, pur cercando, nei paragrafi successivi, di far passare idee e conoscenza, chiude immediatamente la porta a qualunque lettore che non sia già preventivamente schierato. In soldoni, non comunica nulla e anche le idee esposte nello ‘svolgimento’, con cui si può essere o meno d’accordo, diventano, a fronte di quella ‘introduzione’ offensiva, null’altro che un esercizio mentale fine a se stesso che acchiappa SOLO chi è già d’accordo. In pratica l’equivalente di parlarsi addosso.
So benissimo, l’ho imparato molti anni fa, che ognuno di noi si porta appresso degli assiomi incontestabili e non lo ritengo un grande problema in condizioni normali; purtroppo il problema emerge quando il ‘portatore sano di assiomi’ cerca di calarsi nel ruolo del comunicatore. I risultati sono sempre gli stessi:
1) incapacità di far passare anche messaggi seri, perché condizionati dall’assioma;
2) avversione nei confronti di chi non condivide PIENAMENTE gli assiomi;
3) dialogo che si risolve fra simili, in un circolo chiuso e vizioso;
4) progressiva perdita ed estinzione del potenziale pubblico di ascoltatori;
5) mancata diffusione delle idee che si volevano comunicare.
In sintesi: non si comunica, ma si cerca lo scontro verbale. (Se l’obiettivo è questo qualcuno lo comunichi: me la cavo discretamente e non ho problemi, a patto che TUTTI accettino TUTTE le conseguenze relative a uno scontro verbale, compreso il ‘sangue’ verbale, senza nascondersi dietro a posizioni di vantaggio.)
Vedi Giorgio, io so benissimo di essere una ‘mutazione antropologica’ (i miei sono tutti persone serissime e io sono l’unico instabile di una degnissima famiglia), ma forse (non posseggo verità e quindi dubito), dovrebbero pensare lo stesso, di sé, anche quegli ‘scriventi’ che si ostinano a parlarsi addosso invece di comunicare. La vera ‘mutazione antropologica’, a mio modestissimo parere, è lì ed è lì che deve essere risolta se l’obiettivo finale è veramente quello di far passare le proprie idee, farle crescere, creare consapevolezza e consenso perché qualcosa possa cambiare; lentamente magari, ma cambiare.
Oppure sbaglio anche questa volta?
Blackjack.
Sì, Blackjack, sbagli anche questa volta.
Prova a rileggere quanto hai scritto ai commenti 8 e 11 e vediamo se trovi il perché.
Giorgio: è chiarissimo! La risposta, purtroppo, è una sola.
Blackjack.
ciò che va sempre salvato è il dialogo.
chiunque interrompa il dialogo impedisce la crescita.
la domanda è: quali criteri comunicativi sta adottando il governo su questo tema?
un saluto
dal fabry
Fabrizio, giorgiomorale, guardiamo per un attimo alla sostanza. E guardiamo anche allo “spirito” dell’azione del governo e allo “spirito” della risposta rappresentata da Crudo, visto che siamo su un blog che usa questa coraggiosa e alta parola.
-Esuberi. Al di là del numero dei presunti esuberi che a me pare crescere di giorno in giorno in certe stime catastrofiste, non è proprio possibile ammettere che ci siano davvero troppi insegnanti? Il criterio per deciderlo deve essere l’effettiva necessità, e non quello sindacale duro e puro. Solo che al governo attuale non è concesso nemmeno il beneficio del dubbio.
-Il maestro unico non è un’idea reazionaria. Vogliamo mantenere l’inglese e l’informatica? Bene. Allora formiamo nuovi maestri unici che le sappiano insegnare. E nel frattempo manteniamo in attività qualcuno di quegli 85.000 (presunti) morituri.
-Il ritorno ai voti. Che problema c’è? Se dati con onestà sono formativi almeno quanto altre forme di valutazione, con in più il vantaggio della semplicità e della chiarezza. A costo di apparire crudo (non è un gioco di parole!), vi faccio riascoltare la farraginosità dell’altro criterio: “riflessione argomentata sul percorso cognitivo, socio-affettivo e formativo degli allievi”.
-Infine, per le “famiglie in cui entrambi i genitori lavorano” è più che giusto trovare formule di tempo pieno.
Tutto qusto apre anche al privato? E perché no? Un po’ di concorrenza, se creata con intelligenza, non può che fare bene. Ma anche qui, nemmeno il beneficio del dubbio.
Lo spirito. Parole come “eccellenza”, “merito”, “concorrenza” applicate tanto alla scuola quanto agli insegnanti e agli studenti, incontrano qui e altrove una preclusione a priori, puramente ideologica. A me invece sembrano principi estremamente sani, l’ho riscontrato nella mia esperienza personale, nel bene e nel male, e trovo che applicati nella scuola, possono portare, per esempio, gli studenti a prendere coscienza anche precocemente delle proprie effettive capacità e dei propri limiti. Inoltre, creerebbero nuove opportunità, tipo: più soldi disponibili per la creazione di borse di studio per i più meritevoli, come negli USA, a tutto vantaggio dei meno abbienti.
Vincenzillo, di fronte ad affermazioni basate su conoscenze inesatte o mancanti, non posso che rimandare a quanto già proposto nelle prime 4 puntate di vivalascuola, ma che si può trovare anche in migliaia di pagine sulla rete.
Ma per non liquidare così il discorso, come hai lamentato in un commento a una precedente puntata di questa rubrica, proverò a fare una sintesi.
Ho riletto i tuoi commenti a questo e al precedente post sulla scuola, e ho dato un’occhiata al tuo blog. Quello che tu sostieni è questo:
– Gli insegnanti italiani sono troppi, non fanno bene il loro mestiere, sono una spesa eccessiva, quindi è bene “tagliare”.
A questo proposito, ti invito a leggere questo articolo
http://www.lapoesiaelospirito.it/2008/09/22/viva-la-scuola-ma-davvero-gli-insegnanti-in-italia-sono-troppi/
che mostra come in altri Paesi europei esistano varie figure docenti, retribuiti con fondi di spesa che non figurano a carico della pubblica istruzione, e questi dati
http://retescuole.forumscuole.it/07attualita/allegati/per-informare/OCSE_dati_scuola.pdf
che mostrano come, nonostante in Italia tutte le spese per il personale siano a carico della pubblica istruzione, esse tuttavia non siano maggiori di quelle di altri Paesi.
– Poi dici che la scuola italiana è uno sfascio, in ogni ordine e grado.
Su questo, basta dire che la scuola elementare italiana è data da tutti i rilievi compiuti come eccellente a livello mondiale, quindi non ha senso cambiare ciò che dà buoni risultati.
Anche per il Timss & Pirls International study center del Boston college (Massachusetts), che ha recentemente diffuso i dati sulle competenze di Lettura degli alunni al quarto anno di scolarizzazione (9 anni, in Italia), su 40 nazioni testate i nostri bambini occupano il sesto posto, davanti a Usa, Germania e Francia.
– Questo che per te è uno sfascio dici che ha come responsabili il 68, i sindacati, la sinistra, anzi, dici nel tuo blog, “la scuola oggi è piena zeppa… di insegnanti dichiaratamente schierati a sinistra… una scuola costruita su principi socialisti e colonizzata da sessantottini”.
Ti invito a leggere qui l’elenco di tutti i ministri della pubblica istruzione:
http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_dei_Ministri_della_Pubblica_Istruzione_della_Repubblica_Italiana
dal dopoguerra al primo governo Berlusconi, che possiamo considerare un ciclo che ha al suo centro l’”anno terribile” del 68, tutti i ministri sono DC o liberali, è noto a tutti che la scuola e in genere il pubblico impiego sono stati in quegli anni un serbatoio di voti della DC e in generale delle forze politiche moderate.
Per quanto riguarda il sindacato, il sindacato di sinistra non è maggioritario nella scuola (vai a cercare i dati, esistono anche in rete). E in ogni caso dovrebbe fare riflettere la grande opposizione che sta incontrando il decreto 137 anche presso gli altri sindacati confederali e presso il maggior sindacato autonomo, lo Snals.
– Per la soluzione, la tua ricetta è: poche chiacchiere, poca “riflessione argomentata sul percorso cognitivo, socio-affettivo e formativo degli allievi”, maestro unico, grembiule, voti…
Vincenzillo, si sta parlando di scuola, di sapere e di trasmissione del sapere: sono questioni complesse, che non si possono risolvere con la “didattica sbrigativa”.
Tanto per farti un esempio, dici che ti piace l’articolo di Marina Massenz, ma devi tenere conto che quella visione e quella pratica dell’insegnamento richiedono proprio “riflessione argomentata sul percorso cognitivo, socio-affettivo e formativo degli allievi”.
giorgio, ti ringrazio per la risposta lunga e argomentata e per l’attenzione.
Devo correggere qualche inesattezza su ciò che mi attribuisci, ma soprattutto chiarire il punto fondamentale: per me la cosa pazzesca che accomuna te e altri e i sindacati nella vostra battaglia, è non solo la difesa dell’esistente malgrado tutto, ma anche l’opposizione pregiudiziale al merito, alla concorrenza, all’eccellenza. Concetti formativi, se applicati a scuole, professori e studenti. Come ciascuno di noi ha potuto verificare nella sua esperienza, nel bene e nel male.
Il mio punto di partenza non è la spesa per la scuola. Per me i soldi, i tagli, l’eventuale entrata in gioco di strutture private, sono importanti solo in quanto parte di un progetto basato su un’idea, dove l’idea è di ordine educativo. Per me la priorità assoluta è che lo studente di qualsiasi grado abbia davanti a sé insegnanti competenti, capaci e motivati.
Ora, a me colpisce molto un fatto: la totale assenza dal tuo discorso (e di altri), del palese degrado della figura dell’insegnante a livello sociale, nonché del rapporto tra studente e insegnante nei gradi superiori della scuola. Per me le due cose sono fortemente correlate. Capisco che (purtroppo) la riforma oggi tocchi solo i gradi inferiori, e capisco che in certi fenomeni entrino in gioco anche altri fattori, ma a me pare prioritario tenere in considerazione l’effetto della perdita di credibilità di un’istituzione come la scuola nel suo insieme.
La credibilità della scuola secondo me è in forte ribasso, in questi anni. Io ravviso le cause principali di questo in due aspetti collegati: le passate politiche per l’istruzione e la cultura sessantottina. Bada: le politiche dell’istruzione, come dico nel blog, le hanno sottoscritte ministri di diverso colore politico e diversi sindacati, ma in realtà i principi sottostanti sono stati di tipo socialista, li riassumo così: “Meno soldi ma per tutti”, e “Tutti uguali alla meta”. Quanto alle necessità sindacali e politiche (“serbatoio di voti”) sono note. (Per inciso, la CGIL non sarà il maggiore numericamente, ma il suo peso nel determinare veti è noto). Il sessantotto italiano per me è responsabile perché la sua idea pedagogica ha determinato nei fatti una eccessiva e indiscriminata perdita di autorità dell’insegnante.
Il quadro d’insieme, dunque, non prevede la valorizzazione del merito individuale, dell’eccellenza, della concorrenza, concetti guardati con sospetto dalla cultura socialista e sessantottina.
Conclusione. Per me l’attuale governo si sta muovendo per contrastare l’inerzia determinata dall’azione congiunta di questi principi e di queste politiche. Per me fa bene a prendere provvedimenti di sistema, e a non demandare tutto al carisma personale e all’autorevolezza del singolo professore.
(I dati dell’OCSE da te citati ci dicono quanto spendiamo in relazione al PIL e alla spesa pubblica totale, e quanto di quei soldi va al personale. Bene. Ma pr sua natura non dice nulla sulla qualità e sui meriti di quel personale, né sulle differenze al loro interno, che per me sono prioritari.)
A me pare che termini reiteratamente proposti come “merito”, “concorrenza”, “eccellenza” vogliano dire tutto e nulla, nel senso che ognuno ci dà il significato che vuole.
Che cosa vuol dire “concorrenza” nella scuola”?
“Concorrenza” nella proposta formativa tra Istituti dello stesso comune?
“Concorrenza” tra l’insegnante X e l’insegnante Y della stesse materie? Di materie diverse?
“Concorrenza” tra scuola pubblica e privata? Ma avete idea di che cosa sia la scuola privata in Italia? C’è di tutto, ed è un settore poco noto, come rilevato in questa serie di post.
In piena franchezza, io non ho mai conosciuto nessuno, persona fisica o giuridica, o entità collettiva, che sostenesse il demerito, la mediocrità, il monopolio. (In Italia non esistono monopoli, vero?)
Qui si dice una cosa semplice: il riordinamento della scuola è stato avviato per decreto, quindi sottraendolo alla possibilità di discussione. Non se ne vede l’urgenza. Non si è vista alcuna riflessione, valutazione, bilancio sull’esperienza della scuola primaria in Italia che, come ricorda Giorgio, ci invidiano in buona parte del mondo occidentale. Si è parlato di “troppi” insegnanti (e i numeri dicono un’altra storia), necessità pedagogica del maestro unico (mai incontrato un pedagogo che sostenesse questa tesi), grembiule (non mi risulta che ce ne fosse domanda fino alla proposta di legge).
Mi viene il sospetto che in Italia ci siano troppi intellettuali, bisognerà fare qualcosa.
Se il problema sono i soldi, bene, eliminiamo il ruolo. Paghiamo solo le ore effettive di insegnamento, e basta. Ricorriamo a volontari che insegnino ai nostri figli, per esempio pensionati.
Ricorriamo alla teleconferenza, un insegnante per numerose classi (tanto con Skype si paga poco). Insomma basta un po’ di fantasia creativa.
E dài, chi l’ha detto che viviamo in una società complessa? E anche fosse, chi l’ha detto che non ci siano soluzioni semplici ai problemi?
Ah, con il “palese degrado del rapporto tra studente e insegnante nei gradi superiori della scuola” si intendono i filmati apparsi su Youtube? A me non pare che siano rappresentativi di uno stato di cose generalizzato. E’ difficile dare numeri, dati, a una percezione come quella che si descrive con il termine “degrado”.
Dimenticavo. Mi sfugge il nesso logico tra l’obbiettivo di opporsi al “palese degrado della figura dell’insegnante a livello sociale” e la drastica diminuzione di fondi nel settore dove queste figure sono impiegate.
Informo che in rete circola l’invito a scrivere al Presidente della Repubblica una e-mail per chiedergli di non firmare il decreto Gelmini, scrivendo ad esempio:
“Illustrissimo Presidente della Repubblica Onorevole Giorgio Napolitano, La preghiamo vivamente di non firmare la legge che uccide la scuola pubblica italiana.”
L’indirizzo è questo:
[email protected]
Si può anche andare sul sito http://www.quirinale.it, cliccare su “La posta” e seguire le indicazioni.
Vincenzillo, io sono un insegnante e non un banchiere, e devo insegnare letteratura italiana ai miei allievi, e nella letteratura trovo i valori dell’umanità, della fratellanza e della solidarietà, trovo Dante, Manzoni, Leopardi, Verga, Pascoli, Calvino, in ciò che insegno non trovo l’esaltazione della concorrenza.
D’altra parte, Vincenzillo, il problema è proprio la concorrenza, il fatto che oggi ce n’è troppa in giro, ce n’è sempre stata, ma forse mai come oggi. È per una logica di concorrenza che ci sono state guerre economiche, politiche, militari, religiose, ideologiche. È per la concorrenza che la gente oggi sta male, è schizzata, lavora a più non posso e non ce la fa lo stesso, si sente inutile, ha paura, non si fida più di nessuno, in una logica di “si salvi chi può” indotta dai poteri economici e politici. Processo che s’inserisce in quel discorso sulla “mutazione antropologica” a cui accenna Crudo.
È a una logica di concorrenza e ai valori a essa collegati di questo neoliberismo sfrenato che dobbiamo il crollo economico di questi giorni – salvo che adesso la concorrenza invoca lo Stato, che adesso serve, in aiuto, nella più totale malafede: l’assistenza va bene, perché mantenga i suoi privilegi, nei confronti di chi ha il potere economico, i cui interessi sono contrabbandati come interessi di tutti; non va bene, se si chiede allo Stato di garantire i servizi essenziali per tutti: nell’ambito scolastico, ad esempio – ma qui no, si tagliano gli insegnanti, il tempo pieno, le scuole nei piccoli centri, i fondi per l’università e la ricerca.
E perciò non vedo la necessità di portare i valori – o disvalori – della concorrenza anche tra bambini e ragazzi, che già stanno male per le condizioni della famiglia e della società, e creare loro altri problemi, e inculcare ancora di più idee di competizione, successo, arrivismo, carrierismo e simili – e d’altra parte cosa dirgli? Studia e avrai il futuro aassicurato? Quale futuro? E comunque ne hanno già fin troppe, di spinte alla concorrenza, dalle televisioni, che già tutti gli educatori fanno fatica a contrastare.
E per quanto riguarda il merito, se per merito intendiamo non l’esibizione di quanto valgo io armato contro l’altro e che fa tutt’uno con la concorrenza di cui sopra, ma intendiamo il giusto riconoscimento delle competenze e dell’impegno personale, allora l’offesa contro il merito è stata sempre perpetrata da una classe politica che si è sostenuta sulle clientele, i nepotismi e le mafie. E ancora oggi vorrei sapere qual è il “merito” della maggior parte dei ministri che ci governano, a cominciare dai “meriti” del ministro Gelmini.
Comunque. La questione è complessa e gli insegnanti si interrogano tutti i giorni su tutte queste questioni: il contesto in cui ci troviamo, quali saperi, quali valori, quali metodi. E ad esse saranno dedicati varie puntate di questa rubrica.
Roberto Plevano,
ci sono cose talmente evidenti che non si possono negare. Per onestà intellettuale.
Da parte mia non ho alcuna difficoltà a dire che io non sarei partito dalla primaria, bensì dalle superiori, perché per me il vero problema è lì. E siccome non faccio parte del governo né di un partito, posso permettermi il lusso di non difendere a spada tratta le scelte della Gelmini.
Da parte sua però le chiedo di non fare il giochino dei concetti interpretabili a piacere, perché non è il caso. Infatti concorrenza, merito ed eccellenza non sono poi così vaghi e indeterminati.
La concorrenza è tra istituti pubblici e istituti privati nel cercare di raggiungere il livello di istruzione migliore.
La concorrenza è tra gli insegnanti che vogliono dimostrare il loro maggior valore per meritarsi posti prestigiosi, carriere prestigiose, più soldi.
La concorrenza è tra studenti convinti che abbia senso studiare, emergere, che vogliono essere premiati.
Le leve non possono essere solo il puro spirito di abnegazione e l’ideale. Siamo concreti. Siamo tutti esseri umani.
E tutto questo ha delle ricadute positive.
Per esempio, una scuola più ricca libera risorse anche per borse di studio per i più meritevoli, a tutto vantaggio dei più poveri, che così non sarebbero esclusi dall’eccellenza.
E’ ovvio che come in ogni cosa ci vuole intelligenza, norme, controlli, tutto quello che vuole, ma i principi per arrivare “più in alto” sono questi.
L’attuale sistema non prevede niente di tutto ciò, e invece per sua natura spinge tutto al ribasso. E così arriviamo anche al degrado.
Quelli citati sono punte estreme, certo, ma la perdita generale di interesse da parte degli studenti è già un sintomo allarmante di degrado.
Bisogna dare una risposta seria alla domanda: “A che serve studiare?”
Famiglia, società, televisione, non solo la scuola sono coinvolti in questo. Ma la scuola è un tassello importante. Lei crede che la scuola di oggi risponda a quella domanda? Io no. Banalmente, restando dentro l’aula: quanti insegnanti conosce che fanno l’insegnante solo come ripiego, come posto sicuro? I ragazzi le sanno queste cose, le sentono, si vede lontano un chilometro. E dentro di sé ti mandano a cagare.
Vincenzillo, innanzitutto distinguiamo tra merito e concorrenza, tra merito e privilegio. La concorrenza è deleteria, ne ho già parlato sopra.
La concorrenza tra scuola pubblica e privata o paritaria non esiste. La scuola privata italiana è l’unica scuola privata al mondo ad avere risultati inferiori a quella pubblica. Anzi, c’è chi sostiene che quel 4% di studenti delle scuole private dà un buon contributo per abbassare il livello della scuola italiana:
http://www.invalsi.it/invalsi/articoli_rassegna.php?page=111207
E poi stiamo parlando di scuola, di educazione e formazione, non stiamo parlando di produttori di salami. Per le situazioni più deboli, che arrivino gli investimenti necessari.
La concorrenza tra insegnanti non esiste, perché l’unica cosa che può fare l’insegnante è l’insegnante, non esistono carriere prestigiose. Per questo, se è vero che qualcuno magari fa l’insegnane per ripiego, per lo più chi fa l’insegnante lo fa per scelta, e sa cosa sceglie.
In quanto alle proposte per migliorare la scuola, chi nella scuola ci vive, insegnanti, studenti e famiglie, ne hanno abbastanza, ma non vanno nella direzione dei decreti del ministro. La prima cosa che serve è investire: in strutture e formazione, nella riduzione degli alunni per classe e nell’aumento di alcune figure insegnanti.
Giorgio, ogni volta che ti leggo, a maggior ragione in questo thread, mi ritorna in mente, in modo inarginabile, la novella IX della sesta giornata del Decameron.
Ti ringrazio per il prezioso lavoro che stai svolgendo con questa rubrica.
La “democrazia” non è un optional gestibile a piacimento, a seconda degli interessi e delle circostanze, tanto meno è una parola che serve a generare alibi o a tacitare coscienze anche di fronte all’indifendibile.
Qui offri un esempio concreto di ciò che essa sia, ed è, “sostanzial-mente”.
Ti abbraccio.
fm
Grazie a te, Francesco… della comprensione.
Un abbraccio
Caro Vincenzillo,
il bello di siti come questo è che permettono un confronto civile, senza pregiudizi, tra persone che la pensano in modo diverso. Credo che LPELS debba al suo “ecumenismo” il suo straordinario successo di contatti. (Questo almeno si può misurare con numeri).
Sì, ne conosco di gente che insegna “per ripiego”. Non li chiamerei insegnanti. Però, parlando per esperienza diretta, dovrebbe essere una minoranza di coloro che ricevono uno stipendio dal ministero della pubblica istruzione come docenti. Penso che sia una percentuale inferiore a quella dei parlamentari pregiudicati nel parlamento italiano 🙂 Ed è vero che i ragazzi se ne accorgono.
Mi permetta di dire che le sue idee sulla “concorrenza” mi sembrano di assai difficile applicabilità, per un insieme di motivi, in parte legati all’attività stessa dell’insegnamento, che è un rapporto complesso su cui è difficile, penso impossibile, applicare criteri di giudizio. Socrate era un buon insegnante? Non secondo la commissione ministeriale incaricata della revisione del suo caso, che decise per l’immediata terminazione della sua attività (e della sua vita, il mestiere di insegnante non è mai stato facile). L’ironia è che non si risparmiò un euro (era un insegnante volontario).
Se lei ha avuto qualche esperienza nella scuola, saprà senz’altro che “la concorrenza tra gli insegnanti” semplicemente non può esserci allo stesso modo che c’è tra agenti di un’azienda rispetto al loro capoarea, che alla riunione settimanale scrive sulla lavagnetta i numeri del target, poniamo 7000 euro, che tutti li abbiano sotto gli occhi, e poi discute nel team i risultati di ogni agente.
Quanto a “dimostrare il loro maggior valore per meritarsi posti prestigiosi, carriere prestigiose, più soldi”, mi direbbe per cortesia a quale paese si riferisce? E torno a chiedere, come si concilia la riduzione delle risorse con queste belle parole? Conosce il detto del bastone e della carota?
Tante cose non vanno nella scuola. Mi creda, gli insegnanti ne sono massimamente consapevoli. Sarebbe stato carino magari interpellarli sulle misure approvate (per fiducia). Si saranno dimenticati.
Una volta, un contadino aveva un cavallo che si ammalò e non riusciva più a tirare l’aratro. Furono chiamati i veterinari, ma nessuno riuscì a ottenere risultati. Allora il contadino ebbe un’idea: non diamo più da mangiare al cavallo, perderà il peso superfluo e tornerà in forze.
Continui lei, la prego
sì, Roberto, il bello è proprio quello.
A proposito di dialogo e democrazia: leggo sul sito del sindacato questa comunicazione di Reginaldo Palermo
Approvato un nuovo decreto legge in materia scolastica
E’ il decreto 154 ed è già stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 ottobre. Prevede che entro il 30 novembre le regioni debbano provvedere a predisporre i piani di ridimensionamento. Nelle regioni inadempienti verranno nominati commissari ad acta.
Ormai non ci sono dubbi: il Governo ha deciso che per riformare il sistema scolastico bisogna procedere con decisione e senza troppi riguardi.
C’è infatti un nuovo decreto legge che riguarda la scuola; questa volta, però, il provvedimento è stato approvato un po’ alla chetichella e senza annunci mediatici.
D’altronde il decreto reca un titolo che non fa certamente pensare a
disposizioni che possano riguardare il sistema scolastico: “Disposizioni
urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di
regolazioni contabili con le autonomie locali”.
Il decreto porta il numero 154 ed è stato approvato il 3 ottobre dal
Consiglio dei Ministri; l’articolo 3 riguarda espressamente la “definizione dei piani di dimensionamento delle istituzioni scolastiche
rientranti nelle competenze delle regioni e degli enti locali” e prevede una integrazione all’articolo 64 del decreto 112 convertito in legge dal Parlamento solo due mesi fa.
Il nuovo comma 6-bis afferma che i piani di ridimensionamento delle
istituzioni scolastiche “devono essere in ogni caso ultimati in tempo utile per assicurare il conseguimento degli obiettivi di razionalizzazione della rete scolastica a decorrere dall’anno scolastico 2009/2010 e comunque non oltre il 30 novembre di ogni anno”.
Il tono della disposizione è piuttosto secco e perentorio: si parla persino di diffida nei confronti degli Enti inadempienti.
Inoltre “ove le regioni e gli enti locali competenti non adempiano alla
predetta diffida, il Consiglio dei Ministri … nomina un commissario ad acta”.
Ovviamente “gli eventuali oneri derivanti da tale nomina sono a carico delle regioni e degli enti locali”.
In poche parole questo significa che il piano di ridimensionamento che il Ministro ha presentato ai sindacati nelle scorse settimane ben difficilmente potrà essere eluso, almeno per la parte che riguarda la chiusura dei plessi sottodimensionati o delle istituzioni scolastiche che non rientrano nei parametri fissati dalla legge.
Adesso Regioni, province e Comuni dovranno mettersi al lavoro
immediatamente: siamo quasi alla metà di ottobre e un mese e mezzo di tempo per predisporre un piano di razionalizzazione è davvero poco, soprattutto per le Regioni più grandi.
speriamo che si arrivi a un dialogo, Giorgio: la democrazia esiste per questo.
Criteri di giudizio e valutazione. Tutti hanno paura dei criteri di giudizio e valutazione e tutte le categorie, quando si trovano ad aver a che fare con criteri di giudizio e valutazione strillano come gallinelle spelacchiate, aggrappandosi al solito slogan: “La nostra attività è così complessa che è impossibile applicare criteri di giudizio e valutazione seri: solo noi possediamo la conoscenza necessaria per giudicarci”.
Lo dicono i medici, i magistrati, gli insegnanti, persino i tassisti; nonostante non esista nulla di più misurabile dell’attività di un tassista. Anche i ‘signori della finanza’, quelli che ci stanno buttando nella merda, fino a un anno fa si ritenevano ingiudicabili e, anzi, erano loro a distribuire rating. Balle!
Un simile comportamento è quanto di più irrazionale e patetico possa capitare di incontrare. Indipendentemente dalla categoria e dalla professione, un simile atteggiamento è solo indice di una difesa corporativa delle posizioni, di un arrocco artificioso per non lasciare spazio al dialogo e della paura di volersi mettere in discussione: la negazione del confronto.
Tutto è valutabile: dall’efficienza dei medici e delle strutture ospedaliere (ricorrendo a modelli come il nomogramma di Barber, ad esempio), all’attività dei magistrati, all’efficienza dell’insegnamento, ai percorsi dei tassisti.
Non ho mai visto nulla migliorare se non a fronte di misurazioni che fornissero un riferimento, anche inesatto inizialmente, utilizzabile come metro di confronto per valutare investimenti, strategie, metodologie e tutto ciò che volete. Quando non esistono criteri soggettivi, utilizzabili da tutti e uguali per tutti, qualunque discussione scade nel mare della soggettività, della discussione da bar e le opinioni personali, per loro natura inesatte e non rappresentative appunto perché soggettive, regnano sovrane; con tutto il loro fardello da trasportare.
Una brutta regola è meglio di nessuna regola; anche perché la brutta regola la puoi migliorare, ma nessuna regola non è migliorabile.
Blackjack.
Tanto per capirci ed essere chiari:
1) il giorno in cui dovesse servirmi un buon chirurgo, pur non essendo un chirurgo saprei benissimo come fare per trovare il migliore sulla piazza
2) il giorno in cui dovessi avere problemi legali, saprei benissimo che tipo di magistrato avrei di fronte e, magari, con il supporto dell’avvocato, fare in modo che sia ricusato e cercarne un altro
3) il giorno in cui mio figlio dovesse chiedermi un suggerimento per un’Università, saprei benissimo come fare per indicargli le migliori.
E non sono né un chirurgo, né un magistrato, né un insegnante.
Qui, come per i magistrati e i medici e altre categorie, il vero problema è che queste categorie, come altre, sono abituate a valutare e MAI ad essere valutate. Lo stesso meccanismo che ha portato al crack finanziario scatenato dalle banche e dalla loro volontà di ‘non poter essere giudicate’.
I risultati li stiamo vedendo e con la scuola succederà esattamente lo stesso se non riusciremo, in tempi rapidi, a far partire criteri di valutazione reale dell’operato degli insegnanti che consenta di attivare meccanismi che portino a un miglioramento reale degli studenti che sono l’UNICO e il VERO oggetto centrale della scuola.
La concorrenza, che molti qui vedono come il ‘mostro’, è un meccanismo che non può essere eluso e, per avere un’idea dello stato pietoso della formazione e della ricerca italiane e dell’assoluta mancanza di peso del nostro sistema scolastico, non solo a livello locale, ma anche a livello mondiale, bastano due indicatori:
1) il numero bassissimo di pubblicazioni scientifiche serie pubblicate su riviste scientifiche INTERNAZIONALI prodotte dal sistema scolastico italiano
2) l’attribuzione dell’ultimo nobel per la fisica a quei due giapponesi opportunisti, a scapito del vero scopritore, Cabiddo, che è italiano.
La concorrenza i nostri studenti, finito il percorso formativo, non dovranno affrontarla con gli altri studenti italiani, ma con gli studenti tedeschi, francesi, svedesi, americani, brasiliani, cinesi, indiani, taiwanesi, giapponesi. E non venitemi a citare, please, qualche decina di nomi che ha avuto comunque successo: ai piedi della gaussiana le eccezioni esistono sempre e l’efficienza la devi trovare all’interno della gaussiana e non fuori.
Blackjack.
Mi intrometto sommessamente: Concorrenza. Conosco il suo significato. Ad esempio: produrre carta igienica e distriburla ai clienti nel modo più economico possibile. Ottenere la migliore qualità (morbidezza, resistenza, ecc..) utilizzando le migliori tecnologie. Abbattere i costi di produzione (lavoro, ammortamenti, energia) valutando i volumi necessari per un’economia di scala e la collocazione logistica più adatta al mercato di riferimento. Approfittare delle debolezza altrui procedendo senza indugi e con la massima determinazione contro il concorrente. In ultima, nessun criterio morale che non sia imposto da autorità superiore, sempre che tale autorità sia comunque in grado di farlo rispettare. Questa è concorrenza. Non ce ne sono altre. Funziona, il più forte o il più fortunato vince, il più debole soccombe e scompare. Il cliente scegli il prodotto migliore e più conveniente. Ovviamente secondo il proprio criterio di scelta. Se vanno di moda le carte igienica morbide vince il concorrente A; se funzionano bene quelle colorate vince il concorrente B.
Possiamo noi applicare questo concetto per la scuola?
I clienti, i telespettatori vogliono la scuola morbida o colorata? Alla società del futuro che scuola serve?
Chi sceglie? La mamma? La zia? La pubblicità? E cosa vogliamo? La trasmissione di un sapere o una bella pagella?
Che anche esteticamente vuoi mettere l’evocazione di un “6” rispetto alla mediocrità di un “sufficiente”
Un ultima cosa: conferimento del Nobel ai giapponesi piuttosto che a un italiano; premesso che sono contrario alla sindrome di Meucci, che nel mondo si sia un po’ più periferici di prima è una prospettiva che va compresa e accettata.
Ti ringrazio, Blackjack, il problema della valutazione o del controllo della qualità è un problema serio, anche in altri ambiti oltre a quelli citati.
Ad esempio andrebbe valutata la qualità del lavoro svolto dalle forze dell’ordine in vari casi, dalla caserma di Bolzaneto nei giorni del social forum a quella di Parma dove è finito pochi giorni fa Emmanuel.
Ad esempio nel caso delle aziende: sentivo che, con le disponibilità di personale attuale delle commissioni ispettive, in Veneto un’azienda può essere ispezionata ogni 70 anni.
E che dire dei tanti manager che si arricchiscono portando al fallimento delle aziende restando impuniti pur in caso di fraudolenza?
Nel caso del parlamento italiano poi il controllo dovrebbe essere fatto perfino sulla semplice presenza fisica: tant’è che persino una maggioranza di governo così ampia come quella attuale è finita qualche volta sotto in qualche votazione per via dei troppi assenteisti.
Da questo punto di vista la scuola è uno dei settori più controllati: innanzitutto c’è un registro su cui si firma ogni giorno la presenza e si segnano le attività svolte. Molte scuole hanno ormai la certificazione di qualità che richiede ispezioni interne più volte l’anno e una visita ispettiva esterna una volta l’anno. Vengono fatti annualmente monitoraggi sul gradimento del servizio che coinvolgono tutte le componenti della scuola, in cui è valutato anche l’operato di docenti e dirigenti scolastici. Varie inchieste periodiche riguardanti i giovani – ne cito una delle più note, l’indagine Iard -, raccolgono dati sulla scuola. Per non parlare delle indagini internazionali, la più nota delle quali è la Ocse-Pisa.
Ma soprattutto sulla scuola c’è un controllo sociale che non ha pari in altri casi. Innanzitutto la scuola è una comunità dove tutti conoscono tutti, e tutto ciò che succede è subito risaputo. Non tutti i cittadini possono o osano dire ciò che vogliono a poliziotti o parlamentari o giudici o medici. Invece a scuola c’è una prassi di dialogo tra docenti studenti e famiglie, sia informale sia nelle strutture previste.
Per quanto mi riguarda, io penso che nella qualità della scuola incida il lavoro dei singoli, ma anche e soprattutto il contesto: la considerazione sociale, le strutture, gli investimenti, la dirigenza, la società civile tutta. D’altra parte, basta pensare a questo: nella scuola lavora un numero di persone superiore a quello dell’esercito americano, tutti gli italiani passano dalla scuola: non può che essere un mondo complesso. Anzi: complesso nella complessità che la circonda.
Comunque sulla questione ci sono discussioni in corso, l’importante è che decisioni in merito siano maturate con la partecipazione delle parti interessate. Per quanto riguarda questo spazio, chiunque abbia delle proposte può farle qui o scrivermi e inviarmi qualche contributo, in modo che io prepari sull’argomento una prossima puntata di vivalascuola.
Dedalus: la concorrenza che si trovano, già ora, di fronte i nostri studenti sono i 5 milioni di ingegneri, fisici, matematici, etc… che escono ogni anno dalle università cinesi e indiane. Quelli hanno fame, fame vera, e non usano la carta igienica per pulirsi il culo, ma ruvida carta di giornale, che quella igienica costa troppo e stanno lavorando per potersela permettere. Scusami i termini diretti, ma questa è la concorrenza per la scuola, non quella che racconti tu.
A me che attribuiscano il nobel a due speculatori ignorando il vero scopritore fa girare i maroni e, scusami, dell’accettazione della perifericità non me ne frega nulla: periferici saranno quei ‘signori’ che attribuiscono Nobel a culo e sarebbe ora che qualcuno lo dicesse chiaro. Anche se sono svedesi.
Giorgio: vedo che te ne intendi di concorrenza. Rimane però il dato di fatto che, indipendentemente dalle metriche da trovare per tutte le situazioni di cui parli (in alcuni dei casi che citi le metriche esistono e sono anche applicate), nella scuola, così come per i medici e i magistrati, si continua ad assistere al balletto del ‘rifiuto delle metriche’. Poi vorrei ricordarti un piccolo dettaglio: controllo non significa metrica e nemmeno la pubblica esposizione significa metrica. La metrica è qualcosa di palpabile e ben definito: ora, semplicemente, non esiste.
Poi, quando parli di scuole con controlli di qualità, mi fai un po’ sorridere. Come ben sai le certificazioni di qualità (?), le benedette ISO, non certificano la qualità a partire da metriche predefinite, ma certificano la ‘qualità’ (?) del servizio e il suo funzionamento. In pratica: se funzioni male certificano che funzioni male. Il procedimento di certificazione è lo stesso delle ISO900x per le aziende: in pratica gli unici che ottengono vantaggi da queste certificazioni sono i consulenti.
Queste certificazioni, come certamente ben sai, non hanno nulla a che vedere con le metriche; anzi: sono lontane anni luce dalle metriche e vanno bene a tutti appunto perché, oltre ad essere una bandiera utilizzabile alla bisogna in qualunque momento, non misurano nulla.
Dai, sorridi una volta tanto.
Blackjack.
Giorgio, questa mi era sfuggita: più persone nella scuola che nell’esercito americano??? Sono d’accordo con Obama e con la Gelmini: troppa gente, sfoltire! 🙂
Blackjack.
Lettera da una professoressa
di Irene Campari
Caro Ministro Gelmini,
di stronzate in tutti questi anni di insegnamento ne ho sentite tante, ma quella sua dei giorni scorsi è insuperabile. Tanto da allentare i miei freni inibitori, anche quelli del linguaggio. Già la categoria «insegnanti meridionali» è annoverabile tra gli stupidari d’eccellenza. A quando i «mezzi meridionali» o i «trequarti meridionali»? E sono meridionali solo quelli che insegnano al Sud, poiché quelli trasferitisi al Nord sono nobilitati d’amblé? Guardi Ministro c’è poco da girare intorno. Lei è stata messa lì perché di scuola non capisce nulla, come del resto tutti i suoi predecessori, di destra o sinistra che fossero. Non solo di scuola non ne capisce ma neppure di varia umanità, il che sarebbe per lo meno di conforto.
(…)
Continua a leggere a questo indirizzo:
http://sconfinamenti.splinder.com/post/18681479#comment
…
fm
Sì, però gli studenti italiani sono più della popolazione complessiva dello stato di Israele. Sfoltiamo anche questi?
Giorgio, vedi se puoi sbloccare un mio commento: contiene un link molto interessante…
fm
Poi cancella pure i miei ultimi due. Grazie.
fm
Giorgio, vabbé dai, vado a dormire: comunque il post sullo sfoltire era una battuta, pensavo si capisse, ma mi sbagliavo. Come mio solito 🙂
Sorridi ogni tanto, che non fa male!
Blackjack.
Grazie, Francesco, per la segnalazione. Una bellissima lettera. A dispetto di tutti i decreti ministeriali l’unica valutazione rimane questa:
“Non c’è soddisfazione più grande che vedere una classe rapita da ciò che stai dicendo loro, dall’emozione che non riescono a trattenere, della stanchezza che provo quando esco da aule scalcinate con il pavimento e le porte divelte.”
Il dibattito si è fatto avvincente proprio mentre io dormivo… 🙂
va beh mi reinserisco.
Sulla concorrenza concordo in pieno con blackjack: un criterio imperfetto ma perfettibile è oggi necessario.
La concorrenza tra gli studenti è ormai a livello internazionale, e i nostri sono parecchio indietro, come dimostra la scarsità di pubblicazioni (che fa il paio inevitabilmente con la scarsa considerazione). La scuola italiana per me ha il dovere di chiedersi COME introdurla al meglio, non di fare blocco CONTRO a prescindere.
giorgio,
la sua visione della concorrenza non tiene conto di tutti i risvolti positivi. Senza andare a scomodare le scoperte scientifiche e il miglioramento complessivo della società occidentale negli ultimi secoli, io rimarrei proprio a livello terra terra, e anche per la scuola distinguerei la competizione selvaggia da quella sana. Escludere la competizione selvaggia è compito di norme e controlli seri, che vadano di pari passo con la ricerca dei criteri migliori di giudizio (sia per gli studenti, sia per gli insegnanti, sia per le scuole). Escludere la competizione sana invece è ciò che le regole “socialiste” attuali fanno, con grave danno per tutti.
Non è vero che oggi in Italia c’è “troppa competizione”. Anzi, ce n’è pochissima, almeno di quella sana. Storicamente le politiche passate di ogni colore hanno potenziato il già forte intreccio di interessi corporativi, i quali paralizzano l’iniziativa e così bloccano l’emergere dell’eccellenza (e non lo dico solo io o solo il Berlusca, lo dice anche un ipermoderato come Sergio Romano). Per eludere questo blocco oggi non resta che forzarlo, anche quando si è animati dalle migliori intenzioni (il che accade di rado, purtroppo, ma forse non tanto di rado quanto pare a chi è ostile alla concorrenza in toto). Il paradosso poi è che malgrado tutto i veri controlli non ci sono. Da cui l’assurdo di un paese bloccato che però presta il fianco a essere dipinto come un paese senza regole.
In certi settori, tipo la scuola, ma in generale nella pubblica amministrazione, la concorrenza è praticamente esclusa, mentre in altri settori essa è priva di regole chiare e di controlli efficaci. Ora, la posizione responsabile sulla scuola, per me, è mettersi intorno a un tavolo con la politica per decidere le regole. Ma il passo precedente è necessariamente l’accettazone del principio. O meglio, dei principi: libertà e solidarietà. Perché è chiaro che la libertà vada moderata dalla solidarietà, dalla mutualità etc. Ma se le forze sociali e politiche (che io ritengo le più retrive, oggi) si schierano ideologicamente per una solidarietà “astratta”, e cioè slegata dalla realtà mondiale, nonché dalla nostra storia e dal nostro presente, si crea un vicolo cieco, un muro contro muro. Da cui la necessità del decreto, per esempio.
Esempio calato sempre nella scuola: l’esigenza corporativa di proteggere gli insegnanti si sposa perfettamente con l’ansia pedagogica di proteggere gli studenti, ma l’insieme di queste due cose si traduce in un eccesso: l’azzeramento dell’agone sano e fruttuoso. Si pretende da tutti loro che siano stimolati dal “sapere per il sapere”, andando contro la stessa natura umana. Siamo tutti Aristotele forse?
Roberto Plevano,
“Tante cose non vanno nella scuola. Mi creda, gli insegnanti ne sono massimamente consapevoli. Sarebbe stato carino magari interpellarli sulle misure approvate (per fiducia). Si saranno dimenticati.”
Non metto in discussione la buona volontà di una parte degli insegnanti. Metto in discussione la preponderanza che finiscono per assumere certe loro forme attuali di rappresentanza sindacale, e in particolare le battaglie di oggi. Su questo blog si può parlare perché siamo qui tutti a parlare e basta. Ma cosa succederebbe se ci fosse di mezzo una decisione politica? In piccolo qui si riproduce ciò che accade tra governo e sindacati: a un tavolo dove si deve decidere, si può discutere proficuamente di QUALI forme di valutazione del merito adottare, ma non SE adottarle. Di QUALI regole per le scuole private, non SE debbano entrare sul mercato. Finora in Italia ha quasi sempre prevalso l’immobilismo, a partire dalle sedi istituzionali alte, tipo il parlamento. Per sbloccare le cose, purtroppo, è necessario forzare. (E qui si inserirebbe anche il discorso sulle forze che presumono di possedere l’esclusiva sulla moralità e sulla democraticità, ma sarebbe troppo lungo…)
“Una volta, un contadino aveva un cavallo che si ammalò e non riusciva più a tirare l’aratro. Furono chiamati i veterinari, ma nessuno riuscì a ottenere risultati. Allora il contadino ebbe un’idea: non diamo più da mangiare al cavallo, perderà il peso superfluo e tornerà in forze.”
In certi casi smettere di foraggiare indiscriminatamente può aiutare. Escludere pr principio questo tipo di intervento è altrettanto dannoso che non praticarlo mai.
Sono felice di avere per caso visto il vostro sito.
Amo scrivere e l’amore in questo senso ha voluto che di una passione ne diventi una professione. Scrivo per le grandi Istituzioni libri per ragazzi e con la poesia ho raggiunto la vittoria di stare bene. A voi che avete creato un importante iniziativa per gli artisti distinti per tali, poichè non si può dire bravo o non bravo il senso dell’arte viene da una spiccata coltre di percezioni, vibrazioni emozionali che si fanno evidenti in ogni singolo soggetto per quello che ognuno di noi sa fare. L’artista è il creatore di un nuovo mezzo di comunicazione, intimo e solitario porta con sè sempre un messaggio; un colore nuovo nelle mani di un pittore, una frase efficace per uno scrittore, un verso poeticamente intenso, sublime suono che penetra indelebile e disinteressato è solo l’artista, l’artista non chiede mai ma cerca e ricerca se stesso sui piani che la sua mente vuole.
Sandrina Gasperoni http://www.sandrinagasperoni.it
per contatti 338.4637473